Vita di una ricercatrice. Da Bitonto a Città del Messico, con l’Italia sempre nel cuore

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Mi chiamo Rosanna Bonasia. Sono originaria di Bitonto. Fisica, matematica e scienze mi hanno sempre appassionato. Al momento di scegliere a quale università andare, mi sarebbe piaciuto studiare fisica o chimica.
Per i miei genitori, entrambi professori, non sembrava la scelta giusta. Non volevano che l’unica alternativa per il mio futuro fosse l’insegnamento. Già 20 anni fa prevedevano che le cose sarebbero state più difficili per la mia generazione, di quanto lo fossero state per loro.

Decisi di iscrivermi a Scienze Geologiche a Bari.

Un po’ di matematica, fisica e chimica c’erano, ma la geologia in sé mi sembrava a volte poco stimolante. Fintanto che mi avvicinai alla vulcanologia e alla sua relazione con la meccanica dei fluidi. Cominciai a sentire interesse per l’aspetto sociale di questa materia: lo studio del rischio vulcanico e l’implicazione che ha nella prevenzione dei danni che può provocare. Tutto ciò basato nell’applicazione della matematica per il calcolo della probabilità che si verifichino determinati eventi vulcanici.

ricercatrice

Photo by Leon Overweel on Unsplash

Trovai finalmente la mia strada.

Poco dopo la laurea, conseguita nel 2002, iniziai il dottorato a Bari. Prima di finirlo, decisi di fare un master a Roma, a Tor Vergata, per approfondire lo studio della meccanica dei fluidi. Nel 2008 il primo assegno di ricerca a Napoli, all’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. Tema: lo studio della dispersione di cenere di eruzioni di vulcani attivi e calcolo del rischio. Ero felicissima! Ero entrata in un’istituzione che avevo sempre sognato, con ricercatori di altissimo livello, in una città meravigliosa.

All’inizio del 2010 scadeva il mio assegno di ricerca e non c’era nessuna possibilità di contrattazione per me. Il ministro Brunetta aveva abolito il lavoro precario cancellando contratti cocopro, cococo… Cominciai a guardare cosa offriva il mondo fuori Napoli, e fuori Italia, e vidi due bandi per borse di post dottorato, uno in Messico e uno negli Stati Uniti.
Dal Messico mi comunicarono quasi subito che sarei entrata, mentre negli Stati Uniti ero arrivata a una “short list” finale.

Per non lasciare il certo per l’incerto, accettai la proposta del Messico.

Ho vissuto 5 anni a Querétaro, a 200 km a nord di Città del Messico. All’inizio con una borsa di post dottorato, poi con un paio di contrattini per fare ricerca e dopo gratis.
Nel 2012 il vulcano Popocatépetl ricominciò a eruttare, con emissioni di cenere da piccole esplosioni. All’epoca ero l’unica persona in Messico che applicava modelli numerici per prevedere la dispersione di cenere: non mi lasciavano andare via anche se non c’erano opportunità di contrattazione. L’opportunità arrivò abbastanza presto con un progetto sulla mappa di rischio dello stesso vulcano. Finalmente avevo di nuovo uno stipendio.

Nel 2013 le cose iniziarono ad essere un po’ complicate. Nessun contratto definitivo. Pensai in diverse occasioni di fare il biglietto di sola andata per l’Italia (senza nessuna prospettiva di lavoro lì). Però nell’estate del 2013 ho ottenuto una cattedra nell’Istituto Politecnico Nazionale di Città del Messico, nella facoltà di ingegneria civile. Cattedra pagata dal CONACYT, una specie di CNR italiano.

Una grande opportunità per me: potevo continuare a lavorare.

Mi trasferii a Città del Messico: nuovo lavoro e nuovo campo di ricerca. Dovetti abbandonare un po’ la vulcanologia. Anche se ho continuato a lavorarci quando avevo tempo, rinunciando a vacanze e fine settimana. All’inizio ho dovuto farmi strada in un mondo ostile. Il 90% del personale accademico maschile e un po’ “machista”, un campo di ricerca che non era il mio. Ma lavorando duro sono riuscita a farcela; ora sono abbastanza riconosciuta qui nel campo della valutazione del rischio di inondazione fluviale. Sono entrata nella Società Messicana di Fisica (io non sono fisica, però ho coronato il mio sogno da ragazzina) e da un anno sono il presidente della Divisione di Meccanica dei Fluidi della stessa società.

ricerca scientifica

Photo by Olena Sergienko on Unsplash

Da quando sono in Messico non ho mai ricevuto proposte concrete per tornare in Italia.

Ho partecipato a due concorsi, in un istituto di ricerca e in un’università, ma non li ho vinti. Ho smesso di partecipare perché per i requisiti richiesti e gli esami a cui ero sottoposta erano esperienze stressanti e umilianti. Mi sentivo come se tutta l’esperienza nella ricerca maturata, i miei titoli e le mie pubblicazioni non fossero sufficienti per l’accademia Italiana.

L’Italia ha un numero enorme di ricercatori precari. Quindi, a quelle condizioni, e dopo tanti anni fuori dal mio paese, probabilmente non ce l’avrei mai fatta. Inoltre, all’inizio della mia carriera in Messico probabilmente non avevo i titoli sufficienti, ma dopo tanti anni ne avevo troppi per essere contrattata come semplice ricercatore.

In genere all’estero, i ricercatori sono trattati diversamente che in Italia.

I dottorandi fuori dall’Italia sono ricercatori a tutti gli effetti, nei primi stadi della loro formazione è vero, ma pur sempre ricercatori, autonomi e indipendenti. In Italia un dottorando è ancora uno studente che non ha autonomia di scelta nelle linee di ricerca da seguire e nello sviluppo del tema di ricerca.

Penso continuamente all’idea di tornare in Italia, lì ci sono la mia famiglia e i miei migliori amici. Mi manca il mare della Puglia, la cucina di mia madre, parlare in italiano, litigare in dialetto bitontino, che è tanto liberatorio. Ma non mi manca il pressapochismo, la visione limitata dell’italiano che non è mai uscito dal paesello. E non mi manca dovermi affermare scientificamente a forza di sgomitate. Qui in Messico le mie pubblicazioni sono sufficienti per fare di me un buon ricercatore.

In Italia, poi, ci sono i colleghi ricercatori della mia generazione che fanno ricerca di alto livello e lavorare con loro sarebbe un sogno. Mi ferma la prospettiva di tornare con un contratto a termine che mi lasci senza lavoro a 50 anni. La mia generazione è quella che ha avuto le peggiori possibilità nel campo della ricerca. Siamo quelli che hanno sgobbato di più per conseguire più titoli possibili, ma in pochi casi sono stati sufficienti per farci avere un posto fisso. Le politiche di rientro dei ricercatori Italiani dall’estero sono state fino ad ora per niente convenienti per chi ha lavorato tanto all’estero.

ricercatori scientifici

Photo by Emily Morter on Unsplash

L’Italia deve investire nella ricerca!

Deve tornare ad essere un posto di eccellenza a livello mondiale. In Italia non ci va più nessuno dall’estero a fare ricerca, al contrario i ricercatori italiani se ne vanno. Questo perché non ci sono condizioni decenti di contrattazione.
I laboratori non funzionano più come prima e non ci sono fondi per finanziare nuovi e innovativi progetti di ricerca. Dalle notizie che ho letto in tutto il periodo di emergenza Covid, ho visto come la maggior parte degli esperti interpellati per far fronte all’emergenza erano italiani in università straniere. Questo non può e non deve essere considerato un vanto per l’Italia, al contrario, è una sconfitta.

Alla tenera età di 43 anni ancora non so dove andrò a finire.

Continuo a dedicarmi al mio lavoro come ho sempre fatto sperando sempre di raggiungere buoni traguardi. Ho fatto scelte forti nella mia vita. Credo che nel futuro continuerò a fare quello che ho sempre fatto, se me ne daranno ancora la possibilità e magari un giorno spero di farlo in Italia, però con condizioni adeguate per una professoressa universitaria. E da vecchia, mi vedo a coltivare il giardino di casa dei miei e a sedermi sul lungomare di Santo Spirito.

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About Author

Rosanna Bonasia

Laureata in Scienze Geologiche all'Università di Bari e dottoressa in Scienze della Terra. Dopo un periodo di ricerca a Napoli, nell'INGV sezione Osservatorio Vesuviano, dal 2010 svolge attività di ricerca in Messico. È ricercatrice e professoressa all'Instituto Politécnico Nacional di Città del Messico. Si occupa di vulcanologia fisica, calcolo del rischio vulcanico, analisi e il calcolo del rischio di inondazioni fluviali.


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