Basta combustibili fossili. Cosa significa riconvertire

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La rivoluzione industriale ha cambiato l’umanità, facendoci progredire, andare avanti, traghettandoci a uno step successivo.
Ora bisogna invertire la rotta, fare marcia indietro. Perché le sue conseguenze stanno causando danni irreparabili alla Terra.

Dobbiamo reinventarci, compiere una nuova rivoluzione, questa volta non industriale. Ma naturale. Anzi, di riconversione.

Pompa di benzina

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Cosa sono i combustibili.

I combustibili sono sostanze che possono bruciare. Sostanze naturali o artificiali, solide (legna da ardere, carboni fossili, coke di carbone), liquide (petrolio greggio, benzine) e gassose (metano, gas, propano liquido) che sviluppano calore in una reazione di combustione. Producono energia, sono un carburante.

I combustibili fossili (carbone, petrolio, gas naturale) sono presenti sulla terra da decine di milioni di anni. Possono essere usati direttamente come carbone o gas o raffinati come il petrolio, che è lavorato con nafta, benzina, gasolio.

Oggi sono la principale fonte energetica per l’uomo. E sono energie non rinnovabili, destinate ad esaurirsi nel tempo. Non sono infinite.

Estrazione di petrolio

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Effetti sull’ambiente dei combustibili fossili.

I combustibili fossili o idrocarburi sono la principale fonte di gas serra, responsabili di effetto serra, piogge acide e surriscaldamento globale, liberando notevoli quantità di CO2 e altri inquinanti durante la combustione. Gli impianti hanno un forte impatto sull’ambiente.
L’industria petrolifera e del gas rappresentano il 50% delle emissioni globali di carbonio.
Nel 2018 le emissioni di gas serra sono aumentate per il secondo anno consecutivo.

Fare a meno degli idrocarburi sembra impossibile, perché, a differenza delle rinnovabili, hanno un costo meno elevato, forniscono più energia, sono facili da trasportare. Ma è chiaro che non sono più una fonte sostenibile per la Terra e per l’umanità. Chiaro se non ci fossero di mezzo interessi politici. E delle multinazionali.

Barili di petrolio nel mare

Foto di JotDeWa da Pixabay

Combustibili fossili, pro e contro.

Multinazionali che fanno di tutto affinché il loro settore non venga intaccato. E attaccato. Il rapporto “Big Oil’s Real Agenda on Climate Change” ha dimostrato che le 5 più grandi multinazionali del petrolio hanno investito un miliardo di dollari per fermare le politiche climatiche. Andando contro l’accordo globale sul clima di Parigi. E facendo solo i propri interessi.
Multinazionali che tramite politiche di greenwashing cercano di attirare l’attenzione del consumatore su altri aspetti, come il basso tenore di carbonio presente o definendosi preoccupati per il clima.
In una lettera aperta gli investitori chiedono alle multinazionali del settore soluzioni concrete per essere trasparenti riguardo alle proprie politiche ambientali. Perché così non si può andare avanti.

Times of Malta sostiene che l’Opec (l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio) sia una minaccia dopo le lamentele del segretario generale per gli attacchi non scientifici all’industria petrolifera da parte degli attivisti per il clima, che puntano il dito anche sull’industria dei combustibili fossili. Mohammed Barkindo, segretario generale dell’Opec, sottolinea che la “società civile è stata indotta a credere che il petrolio sia la causa dei cambiamenti climatici“. E poi ha aggiunto: “Riteniamo che il petrolio e il gas siano parte delle soluzioni ai cambiamenti climatici e la soluzione risiede nella tecnologia, nelle politiche appropriate e nelle decisioni aziendali“.

Opec Plus (che riunisce i Paesi OPEC e non OPEC) ha invece confermato i tagli alla produzione decisi a fine 2018 (1,2 milioni di barili al giorno) fino a marzo 2020. Ma c’è chi non tiene minimamente in considerazione gli accordi internazionali. Come gli Stati Uniti che spingono a estrarre più combustibile, dopo aver raggiunto la massima produzione della storia.
Usa, Polonia, Germania e Italia negli ultimi anni non hanno fatto passi avanti per quello che riguarda carbone e gas. Nonostante gli accordi di Katowice 2018, dove sono stati stabiliti criteri per misurare le emissioni di CO2, con l’impegno di ogni paese a raggiungere gli obiettivi in base al proprio livello di sviluppo. Impegni presi, ma lontani dall’essere resi attuali.

Tutto questo quando invece il Parlamento Europeo ha deciso di togliere i sussidi ai combustibili fossili in tutta l’Unione entro il 2020. Promuovendo investimenti per l’efficienza energetica e il raggiungimento della decarbonizzazione entro il 2050. Una situazione decisamente ingarbugliata, con iniziative volte a ridurre la nostra dipendenza da carburanti fossili e altre, invece, volte ad aumentare la produzione, per non perdere terreno in un settore decisamente redditizio per chi ci opera.

Bioenergia

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I combustibili alternativi esistono. Bisogna riconvertire.

L’impatto ambientale dei combustibili fossili è evidente e chiaro. Anche se si cerca di nascondere la polvere sotto il tappeto.

Riconvertire è la parola chiave in questa nuova rivoluzione che l’umanità deve affrontare.
Le energie rinnovabili sono il punto di partenza. Come la biomassa, materiale organico, animale o vegetale, non fossile, usato come combustibile per produrre bioenergia. Si ricava da piante, alberi, erba, foglie, letame, rifiuti animali, residui forestali e agricoli, tutti materiali che vengono stoccati nelle centrali biotermiche.
O come i gas liquefatti, fonti energetiche ecologiche e sostenibili. GPL e GNL possono essere usati come carburanti o combustibili a livello industriale e civile, per abbattere le emissioni di CO2.

Le centrali a carbone d’Italia.

Entro il 2025 si dovrebbero convertire in Italia tutte le centrali a carbone. A La Spezia è già successo. 
Sono 12 le strutture ancora presenti in Italia (Liguria, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Umbria, Lazio, Puglia, Sardegna). I dati dicono che nel 2014 hanno prodotto il 13,5% del consumo interno lordo di energia elettrica. Contro 39 milioni di tonnellate di CO2 immesse nell’aria. Il 40% di tutte le emissioni del sistema elettrico nazionale. Ogni anno 521 persone muoiono per i danni da esposizione ai fumi della combustione di carbone.
In Italia non ci sono giacimenti di carbone, ad eccezione del bacino sardo del Sulcis Iglesiente che produce un milione di tonnellate all’anno di carbone di scarsa qualità. Il 90% è importato.

Del resto in Italia sono maggiori i sussidi ai combustibili fossili di quanto lo siano quelli alle fonte alternative. Si parla di 19,3 miliardi di euro all’anno contro 15,2 miliardi di euro.
Il Ministero dell’Ambiente ha ipotizzato però tre scenari per ridurre le emissioni tramite riduzione o ristrutturazione della spesa pubblica dedicata. Ma questo potrebbe avere conseguenze sul PIL. Non per forza negative. Si parla di riduzioni da 0.88 a 2.68% di gas serra e crescita del PIL fino a 1.60%.

E allora perché è ancora tutto fermo? Il Clean Energy Package siglato in Europa dà già le indicazioni chiare da seguire: le energie rinnovabili dovranno coprire il 32% dei consumi energetici in Europa entro il 2030. Ora basta solo la volontà. E una politica che sappia gestire una situazione di transizione di sicuro non facile. Ma assolutamente necessaria.

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Patrizia Chimera

Giornalista pubblicista di attualità e lifestyle. Spirito zen, curiosità innata, ama sempre mettere tutto in discussione


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