La scienza è maschilista. Se a far notizia è il genere e non il lavoro delle ricercatrici, abbiamo un problema

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La fisica è stata inventata e costruita da uomini, non si entra su invito“.
Le parole di Alessandro Strumia, professore dell’Università di Pisa, contenute in alcune slide pubblicate sul sito del CERN hanno costretto l’ente a chiedere scusa per questa leggerezza.
Una frase del genere è inaccettabile. Non ci sono “lavori di genere“, come invece sosteneva Strumia in un’intervista alla BBC. “Si dice che la fisica sia sessista e razzista. Ho fatto alcuni semplici controlli e ho scoperto che non lo è, che sta diventando sessista contro gli uomini e l’ho detto”.

Uomini e donne sono uguali. Anche di fronte alla scienza. Che è fatta di scienziate e scienziati che ogni giorno danno il loro profondo contributo alla conoscenza umana.
Come dimostrato dal recente caso delle scienziate italiane che allo Spallanzani di Roma hanno isolato il tanto temuto Coronavirus.

scienziate

Photo by Ani Kolleshi on Unsplash

Da Marie Curie a Katie Bouman.

Sono state tante e sono ancora oggi tante le donne che hanno fatto scoperte che hanno rivoluzionato il mondo della scienza. Anche in epoche in cui se nascevi di sesso femminile ti erano precluse molte carriere. Soprattutto in campo scientifico.

Marie Curie è forse una delle prime donne a ottenere riconoscimenti nel campo della scienza. Almeno sulla carta. Maria Salomea Skłodowska (Curie era il cognome del marito) è stata una chimica e fisica polacca naturalizzata francese. Nel 1903 ha vinto il Nobel per la fisica assieme al marito Pierre Curie e ad Antoine Henri Becquerel per gli studi sulle radiazioni e nel 1911 il Nobel per la chimica, per aver scoperto radio e polonio. È stata l’unica donna tra i quattro vincitori di più premi Nobel. Insieme a Linus Pauling è l’unica ad aver vinto il premio in due categorie.
Una delle ultime scienziati in ordine di tempo ad aver compiuto una grande impresa scientifica è Katie Bouman. L’informatica statunitense del California Institute of Technology ha collaborato alla realizzazione dell’algoritmo che ha catturato la prima foto di un buco nero. La teoria di Albert Eistein ora è visibile. Anche per merito di questa scienziata di 30 anni. La sua foto è già storia.

Ricercatrici che hanno fatto la storia della scienza.

Elena Lucrezia Cornaro, prima donna ad aver ottenuto un dottorato. Era il Seicento.
Dorothy Hodgkin, Nobel per la Chimica nel 1964 per le scoperte nella tecnica di diffrazione dei raggi X.
Maria Goeppert Mayer, seconda donna al mondo ad aver ricevuto il Nobel per la fisica.
Rosalind Franklin, aiutò i colleghi vincitori di un Nobel per la Chimica a spiegare la struttura del Dna con prove sperimentali (le prime fotografie della doppia elica sono sue, ma le sono state rubate).
Rachel Carson, considerata la prima ambientalista del mondo.
Gerty Cori, prima donna a vincere il Nobel per la medicina.
Elizabeth Garrett Anderson, primo medico donna inglese alla fine dell’Ottocento.
Rita Levi Montalcini, neurologa italiana premio Nobel per la medicina, scienziata geniale e molto attiva anche nel sociale.
Ruth Benerito, chimica americana che ha depositato 55 brevetti in ambito tessile.
Valentina Tereškova, prima donna nello spazio nel 1963.
Elisabeth S. Vrba, paleontologa famosa per le ricerche su come il clima cambia l’evoluzione delle specie.
Inge Lehmann, geofisica che ha contribuito alla scoperta della non omogeneità del nucleo della Terra.
Maryam Mirzakhani, prima donna ad aver vinto la medaglia Fields.
Wangari Maathai, prima donna africana ad aver vinto il nobel per la pace e fervente attivista per la difesa dell’ambiente.
Marica Branchesi, astrofisica italiana che ha contribuito alla scoperta delle onde gravitazionali.
Samantha Cristoforetti, prima donna astronauta italiana che è andata nello spazio.
Fabiola Gianotti, fisica italiana prima donna a guida del CERN.
Elena Cattaneo, farmacologa, biologa, lavora nella ricerca sulle malattie neurodegenerative.

La storia di Ilaria Capua.

Ilaria Capua, virologa di 53 anni nota per i suoi studi sull’Aviaria, in particolare dedicati alla vaccinazione. Nel 2006, grazie alla sua decisione di rendere pubblica la sequenza genica del virus, di fatto ha promosso la scienza open source. Che permette oggi di poter studiare le malattie con il contributo delle menti internazionali più brillanti. Nel 2014 venne accusata di diffondere in modo criminale virus per far fare profitti alle case farmaceutiche con i vaccini. Nel 2016 è stata prosciolta da ogni accusa. E si è trasferita negli USA per continuare il suo lavoro.

Il caso del Coronavirus isolato allo Spallanzani di Roma.

E poi c’è il team di scienziate dello Spallanzani di Roma che ha isolato il Coronavirus. Lavorando sul virus dei due pazienti di Wuhan ricoverati nella struttura italiana. 
Maria Rosaria Capobianchi, Francesca Colavita, Concetta Castilletti, Fabrizio Carletti e Antonino Di Caro. Questo il team dell’istituto Spallanzani che ha isolato il virus. Tre donne e due uomini. Ma nel 2020 non dovrebbe far notizia il fatto che si tratta di donne. Dovrebbe essere la normalità.

Dovrebbe far notizia che a 48 ore dalla scoperta dei primi due casi di Coronavirus in Italia i nostri ricercatori sono stati in grado di isolare il virus. Lavorando per ottenere un risultato utile alla comunità scientifica internazionale. Che ora ha armi in più per combattere l’epidemia virale.
E dovrebbe far notizia il fatto che in Italia abbiamo delle eccellenze che il mondo ci invidia. Anzi, che spesso ci ruba. Cervelli in fuga che vorrebbero lavorare in Italia, ma non sono messi in condizione di farlo. Uomini o donne che siano. Anche se spesso le donne sono le più penalizzate.
Dovrebbe far notizia il fatto che una ricercatrice lavora con un contratto da precaria, con uno stipendio ridicolo.

scoperte scientifiche

Photo by Hal Gatewood on Unsplash

E c’è ancora chi dice che le donne non sono fatte per le materie scientifiche.

Alessandro Strumia non è l’unico ad aver detto parole offensive e sessiste nei confronti delle donne, sottolineando che la scienza è un affare che andrebbe lasciato agli uomini.
Il premio Nobel per la medicina Tim Hunt in un convegno in Corea del Sud ha così descritto il lavoro delle scienziate in laboratorio: “Il problema con le donne in laboratorio è che si mettono a piangere appena le si critica“.
A Tokyo l’università falsificava i test per impedire alle donne di poter entrare nelle facoltà di Medicina. E cose analoghe sono accadute anche negli Stati Uniti e altrove nel mondo.

E intanto le iscrizioni delle ragazze alle lauree Stem (Science, Technology, Engineering, Mathematics) stentano a decollare.
Il Rapporto 2018 di AlmaLaurea dedicato ai corsi di laurea scientifici svela che nel 2017 il gender gap è stato notevole. Tra i laureati STEM è più alta la componente maschile (59%). Con picchi più alti nei gruppi ingegneria e scientifico. Le donne sono più presenti nei gruppi geo-biologico, chimico-farmaceutico e architettura. Mentre tra i laureati non STEM due su tre sono di sesso femminile.

Le ragazze non si iscrivono con facilità a facoltà scientifiche. Complici gli stereotipi, che già a 4-5 anni di età fanno credere alle bambine di non essere in grado di poter fare quello che vogliono. O per cui credono di essere portate. E l’ambito scientifico, come quello sportivo, è uno di quelli che storicamente vedrebbe le donne “non capaci” o “non adatte”.

ricercatori scientifici

Photo by Science in HD on Unsplash

Un mondo di cervelli in fuga.

E chi ce la fa, chi coltiva i propri sogni, chi riesce a laurearsi in ambito scientifico e desidera intraprendere una carriera nella ricerca, spesso è costretta a emigrare. Anche se la condizione dei cervelli in fuga è genderless. E spesso riguarda più i ricercatori che le ricercatrici
Tra chi ha conseguito il titolo nel 2014, 1 dottore di ricerca su 5 si trasferisce all’estero, secondo il rapporto 2018 Ministero Lavoro-Istat. A 4 anni dal conseguimento del dottorato, il 18,8% degli occupati (1.872 persone su 9.974 occupati) si trasferisce all’esero per lavorare. Nel 2010 la percentuale era del 14,7%.
Vanno nel Regno Unito (21,2%), negli Stati Uniti (14%), in Germania (11,7%) e in Francia (11,2%).
Sono più gli uomini a partire. Perché a parità di condizioni le donne sono meno disposte a spostarsi. Rimanendo in Italia dove la ricerca è un settore difficilissimo in cui lavorare.

Questo dovrebbe far notizia!

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Patrizia Chimera

Giornalista pubblicista di attualità e lifestyle. Spirito zen, curiosità innata, ama sempre mettere tutto in discussione


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