Ha ancora senso oggi il Festival di Sanremo?

Ogni anno dici di non guardarlo. E poi sai tutto quello che succede. Serata per serata. Dalle stonature alle gaffe, passando per monologhi che entrano inevitabilmente nella storia della tv italiana. Forse perché tutti ne parlano, trattando l’argomento come se fosse di primaria importanza. Quando invece non lo è. Sono finiti i tempi in cui Sanremo cambiava veramente la vita degli italiani.
Oggi il Festival della Canzone Italiana è molto diverso da quello che era quando è nato. Vuoi perché il periodo storico è cambiato. O vuoi perché siamo noi a essere cambiati.
Ma ha ancora senso oggi il Festival di Sanremo?

nilla pizzi

Nilla Pizzi prepara i bagagli togliendo alcune cose dai cassetti – foto da patrimonio.archivioluce.com – data: s.d.

Sanremo è morto. Almeno negli intenti iniziali.

O meglio, è morto un certo tipo di Sanremo. Quello che di fatto ha rivoluzionato la televisione italiana. Quando è nato era molto di più di una semplice gara canora dove artisti italiani cantano le loro canzoni, sperando di portare a casa l’agognato primo premio. Perché in realtà Sanremo è stato rivoluzionario. Non ci hai mai pensato?

Il Festival della Canzone Italiana è nato nel 1951. Un periodo storico fondamentale per l’Italia. Era da poco finita la seconda guerra mondiale. Gli italiani tra Monarchia e Repubblica non avevano avuto dubbi su quale forma di stato scegliere. E quindi addio Savoia. C’era un paese da ricostruire. I bombardamenti, i rastrellamenti, le violenze di fascisti e nazisti avevano lasciato un’Italia ferita negli edifici e nell’animo dei suoi abitanti. Bisognava rinascere. Risollevarsi. Di fatto bisognava ricostruire l’Italia e gli italiani.
La tv in Italia già esisteva. I primi esperimenti portano la data del 1939, quando a Torino l’EIAR cominciò le prime trasmissioni sperimentali. Il conflitto che sarebbe scoppiato nel giro di pochissimo, però, ha rimandato il boom della televisione. La RAI cominciò a riprendere in mano le redini della sperimentazione nel 1952. Bisogna aspettare il 3 gennaio 1954 per le prime trasmissioni pubbliche.

Le date non tornano, te ne sarai accorto. Com’è possibile che il Festival di Sanremo sia nato prima dell’avvio ufficiale della programmazione televisiva italiana? Devi sapere che all’inizio la kermesse canora veniva trasmessa per radio. Era nata per aumentare il turismo nella città di Sanremo nella stagione morta, in quel mese di febbraio in cui nessuno andava in vacanza lì. Nella prima edizione solo tre cantanti si sfidarono. Hai letto bene. Solo tre. Nilla Pizzi, Achille Togliani e il Duo Fasano. Ma le canzoni in gara erano tante. Ben 20. Grazie dei fiori di Nilla Pizzi è la prima canzone vincitrice, di un Festival che non è stato accolto bene. Non c’era interesse.

festival di sanremo

Inquadratura dello schermo televisivo con due cantanti ed un uomo – 
foto da patrimonio.archivioluce.com – data: 10.02.1957

Sanremo comincia però a crescere.

Dalla seconda edizione in poi cresce l’interesse delle case discografiche, che mandano più cantanti. Anche se a vincere è sempre Nilla Pizzi. Cresce l’interesse degli italiani. Forse perché, come suggerito da Gianni Borgna nel libro del 1980 “La grande evasione. Storia del Festival di San Remo – 30 anni di costume italiano“, per radio passavano la canzone tradizionale italiana, “insopportabilmente retorica” e “insopportabilmente patriottica“, con un testo che “non esce di un millimetro dal solco Dio-Patria-Famiglia“. Qui, probabilmente, il segreto del suo successo. Era quello che gli italiani cercavano e volevano.
Dal 1955, poi, la rivoluzione. Per la prima volta appare in tv. Quella televisione che all’epoca in pochi avevano. Che era rigorosamente in bianco e nero. E occupava praticamente metà della sala da pranzo. La televisione con il tubo catodico. Quella che quando si inceppava si poteva far ripartire con un paio di cazzotti in stile Fonzie.

La quinta edizione del Festival si tenne come sempre per radio. Ma a partire dalle 22.45 il programma cominciò ad andare in onda anche in tv. Una rivoluzione. La finale venne trasmessa in diretta radio e tv dal primo minuto. Così tutti hanno potuto vedere Claudio Villa vincere con Buongiorno Tristezza.

Inquadratura dello schermo televisivo con Claudio Villa ed un altro cantante – foto da patrimonio.archivioluce.com –
data: 10.02.1957

Finalmente si potevano ammirare “dal vivo” i cantanti tanto amati. Mtv e i canali di videoclip non esistevano ancora all’epoca. Per vedere i propri beniamini bisognava andare ai concerti. Ma chi aveva i soldi per farlo? Il boom economico degli anni Sessanta doveva ancora arrivare. Le famiglie non potevano sprecare risorse economiche. Bisognava allora accontentarsi di immaginarli ascoltando la loro voce per radio.
Sanremo ha permesso agli italiani di realizzare un sogno. Vedere in faccia i cantanti del Festival della canzone italiana.
Oggi sembra una banalità. All’epoca fu una rivoluzione.

Sanremo era un’esperienza sociale, da condividere.

Non tutti avevano la televisione in casa. Ed ecco che allora ci si riuniva. Si andava dal vicino, portandosi dietro la sedia da casa. Perché seguire un intero Festival in piedi era un’impresa troppo ardua. E non si poteva sperare che nell’unica casa del vicinato con la tv ci fossero sedie per tutti quanti. Magari si portava qualcosa da condividere o mangiare insieme.
Si andava al bar sotto casa. Non si rimaneva più chiusi nella propria abitazione di fronte a un mezzo, la radio, che emetteva solo suoni, ma che obbligava gli italiani a fissare uno strumento freddo che però faceva scatenare l’immaginazione. Si usciva, si condivideva, si commentava quello che si vedeva e si ascoltava in televisione.
Se ci pensi bene è un po’ quello che facciamo oggi sui social network. Solo che nella maggior parte dei casi lo facciamo guardando programmi, reality, film o serie tv da soli, sul divano di casa nostra. A meno di non organizzare maratone con gli amici. Ma è sempre più raro. All’epoca il Festival di Sanremo lo permise.

Miranda Martino, Mina, il maestro Bruno Canfora e il batterista alle prove per Sanremo a Cinecittà – foto da patrimonio.archivioluce.com –
data: 16.01.1961

Mina a Cinecittà per le prove del festival di Sanremo – foto da patrimonio.archivioluce.com –
data: 16.01.1961

Sanremo ha unito gli italiani.

Niente spettacolarità. Nessuna scala. Niente scandali. Solo musica, canzoni e cantanti. Sanremo è cominciato così, con l’essenziale. E ha continuato a esserlo per lungo tempo. Gli italiani potevano svagarsi un po’. Presi com’erano tutti i giorni dalla difficile ricostruzione. E da una rinascita che da lì a poco sarebbe decollata.
Uno spettacolo semplice, senza troppi fronzoli.

Dopo 69 anni di Sanremo stenteremmo a credere che tutto sia partito così.
Gli italiani avevano bisogno di leggerezza, spensieratezza, di guardare con ottimismo al futuro magari canticchiando un motivetto cantato dai cantanti più in voga al momento. Un momento di evasione pura. La definizione di Gianni Borgna, “La grande evasione -Storia del Festival di Sanremo” calza a pennello. La formula di Sanremo è riuscita fino a un certo punto a conquistare il cuore dei telespettatori proprio con questa semplicità. Prima che scandali, satira politica, voglia a tutti i costi di fare spettacolo, anche a discapito della musica, trasformassero il Festival in quello che conosciamo oggi.

Sanremo parlava al cuore degli italiani.

Quello che gli italiani hanno sempre amato di Sanremo, almeno fino a un certo punto, è proprio il voler parlare di loro. Con canzoni che sono pietre miliari nel panorama nazionale. Parlare del loro cuore, dei loro sentimenti, di sogni, prospettive future. Certo, criticando e sollevando questioni non banali. Ma permettendo agli italiani di “Volare“. Non a caso “Nel blu dipinto di blu” di Domenico Modugno è la canzone sanremese per eccellenza. Volare per sognare. Anche e soprattutto con la musica.
Quando le cose cambiarono per sempre? Forse il suicidio di Luigi Tenco nella camera d’albergo a Sanremo, dopo l’eliminazione di “Ciao amore, ciao“, rappresenta il momento in cui tutti è cambiato. Era il 1967. Due anni dopo, la strage di Piazza Fontana a Milano darà il via agli anni di Piombo. Un periodo difficile che ci ha cambiati per sempre. Nell’animo e nella mente. Impossibile essere così leggeri come prima.
E infatti le edizioni successive di Sanremo sono state un vortice di cambiamenti che sono andati ad assomigliare sempre più alla società che mutava forma. E lo stesso è oggi. Canzoni sanremesi comprese. Che raccontano un mondo dove l’ottimismo è spesso calpestato da decisioni e politiche che non capiremo mai.

Sanremo è sempre Sanremo.

E rimarrà così per sempre. Gli auguriamo altri 69 di questi anni di spettacolo televisivo.
Ma ritornare al passato potrà far bene alla kermesse e ai telespettatori? Forse. O forse no. Rimane il fatto che, come negli anni Cinquanta, anche oggi l’Italia avrebbe bisogno di tanto ottimismo, di un po’ di leggerezza e di una sana dose di spensieratezza. Ma non ce lo possiamo permettere. E allora chissà che non si trasformi di nuovo. In voce di protesta. Di contestazione. Non sarebbe bello che un programma nazional popolare come Sanremo cominciasse a dare voce a chi non ha voce?
Pierfrancesco Favino a Sanremo 2018 ci ha provato. E noi non smetteremo mai di dirgli grazie.

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Patrizia Chimera
Patrizia Chimera

Giornalista pubblicista di attualità e lifestyle. Spirito zen, curiosità innata, ama sempre mettere tutto in discussione


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