Sanremo 2020, Rula Jebreal: violenza sulle donne, tra parole da dimenticare e parole urgenti da pronunciare

Tempo di lettura stimato: 3 minuti

Il libro nero delle parole da dimenticare, della realtà, di quelle frasi che fanno sembrare le donne sempre colpevoli, anche quando invece sono vittime innocenti.
Il libro bianco delle parole urgenti da usare, per combattere una cultura in cui la donna non viene mai difesa, sostenuta, supportata, aiutata.

Rula Jebreal a Sanremo 2020 con un monologo dedicato alla violenza sulle donne che tutti dovrebbero ascoltare. Tra parole che fanno male e parole che possono aiutare a guarire.

violenza sulle donne

Photo by Anthony Tran on Unsplash

Il monologo di Rula Jebreal a Sanremo 2020 faceva paura.

A poche settimane dalla sua partecipazione molte voci si sono levate contro la presenza di Rula Jebreal a Sanremo 2020.
Cosa dicono oggi quelle voci dopo aver ascoltato il suo monologo in difesa del diritto di ogni donna a vivere la sua vita liberamente? Dopo un discutibile discorso di Diletta Leotta al Festival di Sanremo sulla bellezza, la giornalista e scrittrice palestinese con cittadinanza israeliana e italiana riporta l’attenzione su una tematica di cui non si parla mai abbastanza. Di ci se ne parla poco, magari solo in occasione della Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne.
Un solo giorno, il 25 novembre, non basta. Come non bastano 365 giorni all’anno per trattare un tema così delicato. Sul quale spesso si spendono parole a sproposito. E proprio quelle parole possono ferire, scavando in ferite fisiche e psichiche difficili da rimarginare.

E sul palco dell’Ariston, quello delle canzonette, delle provocazioni, dei siparietti per alzare l’audience, del televoto e della giuria demoscopica, il monologo di Rula Jebreal è un colpo al cuore. Che racconta di storie di donne costrette a subire ogni tipo di violenza, ridotte al silenzio, abbandonate e lasciate sole nel loro dolore. Spesso colpevolizzate, mai aiutate e sorrette.
Come la mamma della giornalista, violentata e costretta a non parlare. Il dolore che si è tenuta dentro era troppo grande. Sfociando poi nella decisione di suicidarsi quando Rula era ancora una bambina.
E il dolore di sua madre è quello che la giornalista oggi si porta dietro. Usando le parole giuste perché nessuna donna al mondo debba più subire quello che sua mamma e tutte le donne come lei hanno dovuto subire.

Violenza di genere

Photo by Luis Galvez on Unsplash

Parole giuste. Parole sbagliate.

Anche le parole possono ferire. E possono uccidere. Usando i termini giusti, però, si può uscire da situazioni che sembrano senza via d’uscita.

Parole sbagliate.

Lei aveva la biancheria intima quella sera?
Si ricorda di aver cercato su internet il nome di un anticoncezionale quella mattina?
Lei trova sexy gli uomini che indossano i jeans?
Se le donne non vogliono essere stuprate devono smetterla di vestirsi da poco di buono.

Parole realmente dette a donne che denunciavano atti di violenza nei loro confronti. Pronunciate veramente nei tribunali. Rimproverate per aver denunciato troppo tardi. O troppo presto. Accusate di aver provocato. Di essersela in fondo cercata. E di essere loro le colpevoli e non le vittime di un sistema che non tutela chi nasce donna. Mai innocenti. Sempre colpevoli.

Parole giuste.

La cura di Battiato
Sally di Vasco Rossi
La donna cannone di Francesco De Gregori
C’è tempo di Ivano Fossati

Queste le parole che Rula Jebreal ha scelto per poter spiegare quali possono essere le parole giuste da usare. Tutte canzoni scritte da uomini. Che hanno trovato le parole giuste per parlare di amore, rispetto, cura. Parole che devono diventare realtà. Questa la nostra urgenza. Parole da urlare da ogni palco.

Combattere la violenza

Photo by Henri Pham on Unsplash

Un video da vedere e rivedere.

Rula Jebreal riesce a stento a trattenersi, ma le lacrime scendono sul suo viso. Lacrime che raccontano della sua infanzia in orfanotrofio. Tra bambine che ogni sera si raccontavano storie, storie tristi, di figlie sfortunate. Di mamme stuprate, torturate, uccise.

Ogni sera celebravamo il dolore con quelle parole. Io amo le parole, nei luoghi di guerra ho imparato a credere alle parole, non ai fucili.

Le parole sono importanti. Così come i numeri. In Italia negli ultimi tre anni 3 milioni e 150mila donne hanno subito violenza al lavoro. Negli ultimi due anni 8 donne ogni giorno hanno subito abusi e violenza. Una ogni 15 minuti. E nell’80% dei casi il carnefice è una persona che la donna conosce bene.

Mai più donne vittime. Lasciateci essere quello che siamo e vogliamo essere. Madri di dieci figli o di nessuno, casalinghe o in carriera. Siate nostri complici, compagni e indignatevi quando qualcuno ci chiede che cosa abbiamo fatto per meritare quello che ci è accaduto. Domani domandatevi com’erano vestite le conduttrici di Sanremo, ma non si chieda mai più a una donna che è stata stuprata com’era vestita quella notte. Mia madre ha avuto paura di quella domanda. Noi donne vogliamo essere libere nello spazio, nel tempo, vogliamo essere silenzio, rumore. Vogliamo essere proprio questo: musica
Rula Jebreal

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