Lorella Cuccarini: “Non sono per le quote rosa e più che aprire i porti, bisogna aprire gli aeroporti”

Condividi su:
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

34 anni di carriera, scoperta da Pippo Baudo che l'ha voluta al suo fianco come showgirl in Fantastico (1985), varietà del sabato sera di Raiuno, 15 anni come testimonial della Scavolini,
succeduta a Raffaella Carrà, ambasciatrice da 25 anni del progetto solidale Trenta Ore per la Vita.
Lorella Cuccarini è uno dei volti della tv del nostro paese, la “più amata dagli italiani” come veniva indicata in un payoff dell’azienda di mobili, espressione della ragazza della porta accanto prima, poi fidanzata, moglie e madre, incarnazione di valori sani che l’hanno premiata nei consensi del pubblico e l’hanno resa la testimonial più longeva d’Italia.
Ma la Cuccarini di recente ha fatto un passo in più e da volto è diventata anche voce, manifestando le sue idee in un’intervista ad Oggi che probabilmente le avrà fatto guadagnare stima da chi la pensa politicamente come lei, come pure aspre critiche da chi non si trova per nulla d’accordo con il suo pensiero.
Noi l’abbiamo incontrata durante un evento de Laccademya, divisione del gruppo Immedya che si occupa di formazione, holding nel cui comparto editoria rientra anche il magazine i404, e l’abbiamo intervistata proprio sulle tematiche dibattute su cui si era espressa.

Foto dal Brand Positioning Day, evento organizzato da Laccademya

Quanto crede che essere un personaggio pubblico possa incidere sulle coscienze e sul pensiero popolare?

La popolarità è un’arma se viene ben utilizzata. Per quello che riguarda la mia esperienza, ho sempre pensato che la popolarità dovesse essere messa al servizio di qualcosa e di qualcuno. Per questo ho sposato il progetto di Trenta Ore per la Vita. La popolarità sarebbe arida altrimenti. Avere popolarità e un rapporto di fiducia con le persone che ti seguono, ti può permettere di veicolare messaggi positivi e di dare voce a chi voce non ha. Che è un po’ quello che faccio nel sociale da tanti anni.

Quanto il suo attivismo in temi sociali fa parte di una responsabilità sociale, che non deve essere solo delegata alle aziende?

A parità di qualità di un prodotto, una persona oggi sceglie l’azienda che si occupa di social responsability. È un valore aggiunto. Le persone scelgono non solo per la qualità di un prodotto, ma anche per i valori del brand, se quell’azienda si occupa di Rsi, responsabilità sociale d’impresa.
C’è chi lo fa spinto dal desiderio di essere utile, chi per comodo, ma in qualsiasi modo è comunque una strada giusta. Le aziende è ora che capiscano che a fronte di un impegno che non costa praticamente nulla, perché si rientra già nel momento in cui lo si fa, le imprese possono dare contributi importanti nel tema dell’ambiente, della salute, dello sport. Si può essere anche attenti a molte tematiche diverse, a secondo delle proprie sensibilità.

Foto dal Brand Positioning Day, evento organizzato da Laccademya

Ha parlato di Europa. Noi scriviamo spesso di una linea comune, anche per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030.
Lei faceva riferimento ad un Europa che ci ha impoveriti, ”Il Parlamento europeo non conta nulla e la Commissione decide al di sopra dei popoli sovrani”.

Io parlo di un’Unione europea che non è al servizio dei cittadini o degli Stati. Le tematiche dell’Agenda 2030 sono da portare avanti insieme, a livello mondiale. Se tutti gli Stati si muovono perché questo mondo sia più sostenibile facciamo un servizio utile per i nostri figli e i figli dei nostri figli. L’Europa mi piace.
L’Unione europea che non mi piace è quella che ha tolto sovranità agli Stati. Nasce e ci è stata raccontata come un’istituzione che ci avrebbe portati tutti ad una maggiore qualità della vita, invece ha ulteriormente allargato le divergenze. Penso al caso della Grecia messa al tappeto da politiche che non erano certamente giuste per quel popolo.
Bisogna ritornare ad un’idea di Europa dove ci sia il libero scambio, dove ci sia la possibilità di condivisione di valori, e anche di mercato, ma in cui ogni Stato riesca a ritornare sovrano per fare le politiche che sono migliori per quello Stato. Perché non tutti viaggiamo alla stessa velocità.

Parliamo di parità di genere.
Sempre nell’intervista ha citato le quote rosa e che le donne non arrivano ai vertici perché non hanno “cattiveria”, mentre gli uomini sono più predisposti.

Più che di cattiveria, parlavo di disponibilità a mettersi in gioco. Per raggiungere certi livelli, spesso bisogna mettere da parte la propria voglia di costruirsi una famiglia, dei figli, di avere una vita.
Mi fa molto piacere vedere donne che riescono a raggiungere ruoli di potere. Perché le donne hanno esattamente le stesse qualità degli uomini. Proprio per questo sono un po’ contraria alle quote rosa. Penso che le donne abbiano tutte le capacità per poter arrivare ai vertici, se ne hanno la volontà.
Per esperienza personale mi rendo conto che le donne arrivano fino ad un certo punto e poi si rendono conto che il prezzo da pagare è troppo alto, non hanno voglia di pagarlo per forse qualcosa che non gli dà lo stesso piacere, la stessa qualità di vita.

Da sinistra, Alessandro Greco de Laccademya, Lorella Cuccarini e Roberto Cocca, CEO e Founder di Immedya.

Sulla qualità della vita della donna che vuole una famiglia, non potrebbe anche incidere la mancanza di welfare e servizi a sostegno?

Sicuramente. Ci dovrebbe essere una politica diversa. Non si dovrebbe andare ad un colloquio e magari nascondere il desiderio di aver figli, perché questa è una discriminante sul fatto di assumerti o meno. Non c’è dubbio. Ma non credo che questo sia un attacco alla donna, che la discrimina in quanto donna. Credo sia un problema di politiche sociali che per motivi di contrazione dei costi, penalizzano anche la donna. Così come penalizzano la scuola, la Sanità.
Non credo ci sia un progetto mirato a relegare le donne un po’ ai margini.
Si dovrebbe fare tanto di più, ma anche per le donne che hanno figli. Spesso le donne preferiscono rimanere a casa, perché nel lavorare devono poi investire il loro stipendio nell’assumere qualcuno che si occupi dei loro figli. È chiaro che è un concetto assurdo. Le donne dovrebbero essere in questo senso più sostenute.
Viviamo in un’epoca in cui non c’è più quel welfare. Lo vedo anche con le iniziative solidali, in cui progetti di qualità si riescono a realizzare con il privato, perché il privato cerca di affiancarsi allo Stato che non ce la fa.

Foto dal Brand Positioning Day, evento organizzato da Laccademya

Come dovrebbe essere il panorama ideale in cui le donne competono alla pari con gli uomini, sottintesi i desideri personali di cui parlava prima?

Innanzitutto il salario.
Le donne che raggiungono determinati livelli devono essere pagate come gli uomini e dovrebbero essere sostenute nel lavoro a latere della donna, oltre la professione. La donna per sua natura è il centro di una famiglia, il motore della stessa.

Si è espressa anche sull’immigrazione.

Ho parlato del fatto che ci sono meccanismi per aiutare le persone. Penso ai corridoi umanitari che rappresentano un sistema sicuro per chi viaggia, perché sono viaggi organizzati, controllati, protetti, ma anche sicuri per il paese che ospita.
Se si lascia al caso una politica di immigrazione, in cui fra l’altro l’Italia è il paese al centro, il più toccato, se in Europa non si affronta il tema a livello di Continente, i problemi ce li ritroviamo tutti noi, anche a livello di gestione. Avevo fatto una battuta una volta: più che aprire i porti, bisogna aprire gli aeroporti. Trovare dei sistemi alternativi che continuino a far essere noi un paese accogliente, ma nello stesso tempo nel rispetto delle regole.

Ha figli. Si parla spesso del futuro che lasceremo ai nostri figli. Qual è quello che lei si auspica.

Spero di lasciare il mondo un po’ meglio di come l’ho trovato io. Me lo diceva sempre mia madre.
La cosa più importante è che i nostri figli viaggino per il gusto di fare esperienze non perché sono costretti perché questo paese non offre prospettive.
Questo è un paese meraviglioso, che amo profondamente. Spero che i nostri giovani possano scegliere e non siano costretti ad emigrare perché questo Paese non è in grado di dargli un futuro.

Parliamo infine di innovazione e comunicazione, dell’approccio che personalmente adotta.

Non ho un social media manager. Faccio poco personal branding. Con la tv non avevo rapporti. Ora con i social posso parlare con il mio pubblico. E allora perché usare un social media manager?
Al tempo dell’intervista citata mi sono espressa. Mi hanno posizionato politicamente. Ho capito che è meglio tacere.

Altro dall'autore:


Condividi su:
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

About Author

Monia Donati
Monia Donati

Direttore responsabile. Giornalista, esperta in comunicazione e marketing, curiosa del mondo.


COMMENTA CON FACEBOOK




Lascia un commento

Top