Premio Strega, toccato il fondo. E non solo della bottiglia

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Sabatino Ciocca
Autore e regista. In attesa di defungere scrive su commissione, compreso il suo epitaffio. Pecunia non olet.

Tempo di lettura stimato: 2 minuti

Il vincitore Emanuele Trevi si attacca alla bottiglia (premiostrega.it)

Ci fu un tempo in cui gli intellettuali aspettavano che gli operai, a fine turno, si togliessero le tute da lavoro per chiederle loro in prestito, indossarle e andare nei salotti bene. Un modo di testimoniare la vicinanza al proletariato, un gesto solidale, una compenetrazione nella comune lotta di classe, così come fanno i credenti quando indossano l’abito migliore per onorare la festa del loro Dio. Ogni evento e ogni luogo dovrebbero indurre a un degno, adeguato rispetto. Così riflettevo guardando in tivù la serata di premiazione dello Strega.
Splendida la location, il ninfeo di Villa Giulia a Roma, molto meno i  convenuti, i convitati e i conduttori spruzzati nel verde del giardino, abbigliati da gitaroli di circolo ricreativo.

Il bon ton non è più di moda

Cambiano  i costumi, le mode, i vizi, le virtù, il taglio dei capelli ma il bon ton è tra quelle regole che il tempo non dovrebbe usurare. Partito con “Il tempo di uccidere”, ora lo Strega si ritrova invaso dal tempo di sciattare.
 – Hai mica visto la mia giacca? Quella scolorita. Debbo ritirare un premio.
– L’ho stirata, caro. Era tutta sgualcita.
– Vedi che ho ragione quando dico che di letteratura non capisci un cazzo?
Torniamo allo Strega, quest’anno condotto da una signora che di mestiere fa la cabarettista. Le sue battute sono come i suoi accenti quando parla in italiano: non ne azzecca uno. Una giusta scelta per una letteratura ormai da lingua sciatta. Si presenta presentando, la vestale, in versione vispa Teresa, tanto che se ci fosse stata un’orchestra a allietare la serata avrebbe certamente attaccato “Oh campagnola bella”. Di finto vispo le sue battute.
La chicca sul libro della Meloni poi è stata la ciliegina immancabile offerta ai convitati rosso chic. Per non essere da meno, una dei cinque finalisti, alla richiesta della vestale trasformatasi per un momento in maestra giardiniera
– Fai vedere la mano.. no, la sinistra. –
con sorriso innocente schiude la gentile manina sul cui palmo aveva scritto a penna nera e senza errori grammaticali “DDL Zan”. Il rito si compie. Alla genuflessione del bue di San Zopito, all’adorazione del piede di San Gabriele, s’aggiunge l’elevazione al cielo laico della mano aperta della santa scrittrice.

I finalisti del Premio Strega (premiostrega.it)

A riportare con i piedi per terra il clima liturgico-sacrale sono le scarpe indossate da quello che sarà il vincitore del premio: calzature da antologia del fuoriposto.
Una gioiosa esplosione di colori, una lotta alla supremazia tra giallo, rosso, bianco,  blu, verde, da far impallidire le sneakers della Lidl. Ora capite bene l’imbarazzo del padrone di casa, il direttore del museo etrusco quando, chiamato in causa, si presenta sullo striminzito palchetto di cantinelle grezze coperte da una moquette di feltro rosso acceso, vestito in rigoroso abito da sera, accolto dall’unica battuta riuscita della vestale:
– Ma come siamo eleganti –
Vi risparmio quello che avrà pensato, ma per fortuna non detto, delle altre figure istituzionali anch’esse chiamate sul rimediato palchetto per la premiazione, anch’esse  con dignità vestute.

Alla salute. Del cattivo gusto.

Si proclama il vincitore, il fan delle h sneakers Lidl che spinto dall’esortazione della vestale, preoccupata per il suo futuro lavorativo:
– Faccia vedere la bottiglia dello Strega altrimenti ci levano la sponsorizzazione – raccolto il grido d’allarme, con ardimento svita il tappo, alza al cielo la bottiglia dal casato nobile e rivolto alla platea:
– Alla salute -.
Poi si attacca ad essa sorseggiandone il giallo spirito come fanno i giovani riuniti per la solita collettiva sbronza di birra plebea. Cambio canale. Mi appare la Pubblicità Progresso sui danni dell’alcolismo.
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