Pandemia da Covid-19 e rischio alfabetico: un dovere sostenere la formazione degli insegnanti

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Antonella Nuzzaci
Antonella Nuzzaci è professore associato di Pedagogia sperimentale presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli Studi dell’Aquila, dove è Presidente del Consiglio di Area Didattica in Educazione e Servizio Sociale.

Tempo di lettura stimato: 3 minutiLa pandemia ha prodotto momenti di grande disorientamento che hanno costretto l’uomo a definire nuove condizioni per il suo continuo apprendimento se non vuole rischiare di essere travolto dagli eventi. L’emergenza ha sopraffatto il mondo individuale e sociale di un individuo che lo ha portato a ripensare tutti i significati delle sue azioni e della sua vita.

In ambito educativo la pandemia ha costituito una “vera e propria sfida esistenziale”, in cui gli insegnanti sono stati chiamati a ridefinire i contorni della loro professionalità attraverso precise forme di riflessione e ad elaborare interventi volti a rafforzare i processi di apprendimento degli studenti a diversi livelli, aiutandoli a impegnarsi a collegare il prima e il durante (e probabilmente anche ciò che avverrà dopo) l’evento pandemico.

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Quali rimedi contro la perdita esperienziale, culturale e sociale?

Ci si chiede, quindi, come sia possibile per gli insegnanti continuare a creare autentiche opportunità di apprendimento per tutti gli studenti a tutti i livelli della scuola, primaria e secondaria, a partire dal momento in cui si verifica un “evento catastrofico” di ampia portata come l’emergenza COVID-19, e a sostenerli nel percorso di progressivo recupero causato dallo “spiazzamento esistenziale” che li pervade. Dopo i primi momenti di incertezza legati al “riconoscimento e massa a fuoco della pandemia”, sembra si sia assistito al tentativo da parte delle istituzioni di sostenere la condizione di generale “perdita relazionale e sociale” delle persone con una vivace predisposizione di “ancore di salvataggio”, ma non abbastanza efficaci per riuscire a tenere in vita un tessuto esperienziale, culturale e sociale che appare nella percezione dell’individuo perduto o alterato.

In ambito scolastico, nell’emergenza, la questione principale degli insegnanti è rimasta però sempre la stessa, cioè come ripristinare o come riuscire a garantire forme di “istruzione significativa” che possano supportare al meglio gli studenti nel loro processo di superamento delle difficoltà a seguito del verificarsi di un evento critico che li ha resi oggettivamente più vulnerabili, modificandone, spesso radicalmente, pensieri, comportamenti e atteggiamenti, ma soprattutto le routine.

Il rischio “alfabetico”

In un momento di crisi come questo, i processi di alfabetizzazione vengono messi a dura prova e la popolazione scolastica è esposta a condizioni di “rischio alfabetico”, dove l’alfabetizzazione è qui intesa non solo come un processo di acquisizione degli strumenti conoscitivi di base essenziali per vivere, ma include anche il modo in cui le persone scrivono e leggono la loro vita. Alla base di questo concetto c’è una forma di conoscenza che consente agli studenti di integrare processi alfabetici a livelli profondi della loro personalità, nonché agli insegnanti di strutturare significativamente la loro professionalità quando mostrano ai loro studenti non solo “solo ciò che sanno” ma anche “ciò che sono”.

L’alfabetizzazione è però anche un diritto umano essenziale, che non può essere eluso, poiché condizione indispensabile per la partecipazione permanente degli individui alle attività sociali, culturali, politiche ed economiche: un “tesoro di inestimabile valore” (Jacques Delors).

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Istruzione di qualità a rischio “frantumazione”

Ricordiamo, in questo senso, quei movimenti diretti a promuovere a livello nazionale e internazionale il valore dell’istruzione quale presupposto essenziale per combattere ed eliminare le disuguaglianze attraverso lo sviluppo di politiche e pratiche virtuose “modellanti” il sistema educativo, e capaci di garantire reali opportunità proprio ai soggetti più deboli ed economicamente più svantaggiati, consentendogli di fruire di una istruzione di qualità. Ma la qualità dell’istruzione in periodo pandemico sembra a rischio di “frantumazione” quando non viene supportata adeguatamente sul piano della qualità dell’insegnamento e della possibilità di consentire a tutti non solo di fruire di un “servizio educativo stabile”, ma soprattutto di rimuovere gli ostacoli e i problemi per assolvere a bisogni culturali differenziati. Un obiettivo che può dirsi mancato e ancora non raggiunto!

Ridefinire le politiche dell’istruzione

Per impedire allora che la pandemia ci induca a pensare come il futuro sia talmente incerto che non valga la pena preoccuparsene, occorre “ridefinire” seriamente in questo periodo le politiche dell’istruzione se si vuole continuare a perseguire l’idea di una “piena scolarità”, che intenda il risultato formativo come “un diritto” e una prospettiva capace di ampliare qualitativamente e quantitativamente gli strumenti culturali, in termini di abilità e conoscenze, di tutti i soggetti. Ma il problema della qualità dell’istruzione non può essere disgiunto da quello della formazione iniziale e continua degli insegnanti senza la quale non può esserci né piena scolarità né successo formativo di nessuno.

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Resilienza e competenza personale non sono più sufficienti

Una riflessione sullo status dell’insegnamento e dell’apprendimento in situazioni di emergenza è tale da non richiamare solo la questione centrale della resilienza come capacità di fronteggiamento delle difficoltà e della crisi, ma pure l’insieme di competenze che un insegnante dovrebbe possedere nel suo background professionale per poter promuovere – e continuare a farlo nel tempo – le competenze di tutti gli studenti e il loro benessere psico-fisico. Ci si chiede, dunque, se gli insegnanti siano e si sentano oggi preparati ad affrontare situazioni complesse come quelle che stiamo vivendo e se, nel pensare, come è giusto, a porre al centro dell’istruzione il benessere dei destinatari della formazione, siano davvero in grado di sostenerli senza poter essere, a loro volta, adeguatamente sostenuti. Al fine di evitare che gli insegnanti rimangano soli e inermi davanti alle problematiche pandemiche appare, dunque, indispensabile ripensare le forme e i modi della formazione in servizio e di aiuto e di supporto alla “capacità insegnativa” di perseguire gli obiettivi formativi. Sostenere gli insegnanti in un momento come questo non è solo una necessità, ma un dovere istituzionale.

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