Upcycling e moda, il lusso ci crede: la scelta sostenibile dei grandi brand

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Maria Zuccarini
Maria Zuccarini
Insegnante di Storia del costume e della moda, è consulente di immagine ed esercita la sua professione anche attraverso i canali social e il suo blog www.50oltre.it

Tempo di lettura stimato: 3 minutiDopo Mango, H&M, Adidas e Moncler, anche i brand di lusso hanno capito l’importanza (non solo etica ma strategica) di sperimentare il riciclo creativo scegliendo di realizzare capi nuovi con tessuti rigenerati o pezzi provenienti da vecchie collezioni.

E in questo la pandemia, con il suo carico di scorte in eccesso (per un valore stimato tra i 140 e i 160 miliardi di euro), ha giocato un ruolo importante.
Nel mondo della moda, fino a qualche anno fa, il termine “riciclo” era impensabile, una parola all’antitesi del lusso. Ma oggi molto sembra cambiato.

Già nel 2019 Prada interpretò le iconiche borse del brand in chiave eco usando un filato in nylon rigenerato (Re-nylon capsule collection).

A gennaio 2020 Emporio Armani fece sfilare abiti realizzati a partire da materiali rigenerati (lana, denim e cotone organico) con lo slogan “I’m saying yes to recycling“. Mentre a ottobre Miù Miù ha annunciato il lancio di una nuova collezione, “Upcycle” (una capsule esclusiva di 80 pezzi unici composta da abiti d’epoca vintage provenienti da tutto il mondo e rimessi a modello).

Invece nelle sfilate per la primavera estate 2021 il riciclo creativo è stato protagonista con brand come Balenciaga (con l’eco-pelliccia fatta con i lacci di scarpe), Marni (che ha realizzato capi patchwork riciclando vecchi indumenti), Louis Vuitton (25 look realizzati facendo uso di materiali preesistenti, attingendo dai tessuti in stock o tra quelli avanzati, 25 outfit realizzati con pezzi provenienti dalle collezioni precedenti mixati a capi e accessori ricondizionati) o Gucci (la linea “Off the Grid” utilizza materiali riciclati biologici, provenienti da materie rinnovabili e da fonti sostenibili).

slow fashion
Foto di Italic su Unsplash

Un passo importante per l’industria del lusso, famosa per i suoi eccessi, anche nei prezzi

Si potrebbe pensare, perciò, che le nuove collezioni ecosostenibili siano anche più accessibili. Ma non è così. Il riciclo non implica il ribasso dei prezzi né la svalutazione dei capi, sia i termini di immagine che economici, anzi: i prezzi dei capi riciclati nelle collezioni ecosostenibili, infatti, rimangono gli stessi di quelli tradizionali (il lusso rimane tale, anche se “rigenerato”).

Questo perché la “seconda vita” di capi e tessuti viene nobilitata attraverso il talento creativo dello stilista, e di una lavorazione innovativa che regala un valore aggiunto. Ma questo ha anche un risvolto positivo: visto che è il lusso stesso a dettare le proprie regole e a dirci cosa è desiderabile, ecco che anche il valore etico lo diventa.

Le scorte in eccesso e il nuovo modo di lavorare

Il carico dell’invenduto, divenuto un enorme problema a causa della pandemia, ha sicuramente inciso molto nelle nuove scelte economiche e stilistiche dell’industria del lusso. In passato, i grandi brand avrebbero bruciato o gettato via le merci invendute nel tentativo di preservarne il valore, un po’ come si fa con le eccedenze alimentari (nel 2018 Burberry aveva fatto scandalo dichiarando di aver distrutto una mole enorme di prodotti pur di evitare di svenderli). Ma con la sempre maggiore consapevolezza degli sprechi, si è cominciato ad affrontare anche questo problema in modo sostenibile.

Gabriela Hearst, designer newyorkese, è una delle più importanti protagoniste di una nuova generazione di designer di moda sostenibile ed ha preso molto a cuore la questione delle scorte in eccesso. Oltre ad aver organizzato, lo scorso settembre, la prima sfilata “carbon-neutral” della storia della moda, ha anche realizzato l’esclusiva collezione “Retro Fit” per il negozio londinese di Selfridges usando giacenze di magazzino. «Quando i negozi sono stati colpiti dalla pandemia, abbiamo cominciato a pensare ‘Come possiamo reinventare la merce invenduta che abbiamo già?’», dice la Hearst. «Dobbiamo tornare a comesi facevano le cose in passato, prima che il poliestere invadesse le nostre vite», dichiara a Vogue la designer, che aggiunge: «Dobbiamo tornare al passato. Oggigiorno, c’è troppa pressione per crescere. Ma crescita a quali costi?».

Purtroppo ad oggi solo l’1 % dei capi di abbigliamento è riciclato. Siamo quindi ancora lontani da un vero cambiamento di modello economico, oltre che sociale. Ma considerando che la più alta percentuale di emissioni di gas serra dell’industria della moda proviene dalla produzione di tessuti, è indispensabile che il riutilizzo diventi una pratica comune. E il primo passo nella direzione giusta è già stato compiuto.

riciclo moda
Foto di Shot by Cerqueira su Unsplash

Il riciclo come tendenza di moda

D’altra parte l’upcycling è già diventato una moda diffusissima, soprattutto da quando personaggi seguitissimi come la Duchessa di Cambridge hanno cominciato a sfoggiare abiti già indossati in precedenti occasioni: unica per la capacità di far apparire sempre attuali anche capi usati, magari semplicemente cambiando cappellino, ha reso quella che dovrebbe essere una sensibilizzazione etica una moda.

 

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Seguendo il suo esempio, come quello di molte attrici e donne famose, il riciclo, considerato da sempre qualcosa da applicare soprattutto ad oggetti e materiali di uso comune, è diventato una tendenza seguitissima anche dai fashion addicted.

Imparare a progettare senza sprecare risorse è quindi possibile, senza rinunciare alla bellezza, al valore, alla moda. E dovremmo imparare anche far tesoro di ciò che ci insegna la storia: basti pensare al periodo della seconda guerra mondiale, quando ( di necessità virtù) si realizzavano abiti e accessori con materiali poveri e di scarto come iuta, sughero, paglia. Progresso non significa dimenticare il passato: è anche questa la sfida che ci lancia oggi l’economia circolare.

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