Moda sostenibile: quanto è eticamente corretto quello che indossiamo?

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Moda sostenibile, tutti ne parlano, in molti dicono di esseri i migliori, di pensare prima all’ambiente e alla salute di lavoratori e clienti e poi al profitto, di essere al passo con i tempi. Anzi, di essere all’avanguardia in questo senso.
Come sempre bisogna prendere certe definizioni con le pinze. Perché si fa presto a dire “moda sostenibile”. Ma sappiamo cosa si cela davvero dietro a quell’aggettivo?

moda sostenibile

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Moda sostenibile, green ed etica: definizione

Dare una definizione per questi aggettivi spesso collegati al mondo della moda è fondamentale. Perché talvolta si fa confusione. E i termini vengono usati a sproposito.

La moda ecosostenibile o green punta al rispetto dell’ambiente, in ogni passaggio della filiera produttiva. Attenzione, questa definizione è fondamentale. È un po’ come per il Made in Italy. Per definire un prodotto veramente italiano, ogni passaggio, teoricamente, dovrebbe essere fatto in Italia. Lo stesso vale per la moda sostenibile. Ogni fase, prodotto utilizzato e ogni intento deve essere, appunto, sostenibile. Verso il pianeta che ci ospita.
Il fenomeno del Greenwashing parla proprio di questo: è una tattica usata da aziende e organizzazioni, ma anche istituzioni politiche, per costruire un’immagine di sé eco friendly, nascondendo però comportamenti che non lo sono affatto, soprattutto nei fatti.

La moda etica parla sempre di rispetto, ma in questo caso verso le persone. Verso chi lavora in quel settore, verso chi offre la propria professionalità e la propria esperienza e deve poter contare su tutta una serie di diritti che sono sacrosanti. E che spesso l’industria della moda calpesta. Come fa con la dignità dei lavoratori.

Sostenibilità a 360 gradi. E va da sé che non può esistere una moda completamente sostenibile, se non è sia green che etica. Questo passaggio spesso sfugge ai consumatori e anche agli imprenditori. Che puntano su uno o sull’altro aspetto, non su entrambi. O che pensano di poter applicare il marchio di sostenibilità in maniera superficiale, senza che tutti i passaggi della produzione siano veramente green. Ingannando di fatto il consumatore finale.

moda etica

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Moda etica e sostenibile: caratteristiche.

L’industria della moda potrebbe salvare il mondo. A patto che tutti gli attori coinvolti nel processo di ideazione, produzione, vendita e consumo se ne rendano conto in tempi utili.
La moda green deve essere pensata per avere un minore impatto sulla terra. In ogni fase del suo processo. Dalla scelta di materie prime che siano sostenibili alla lavorazione e ai trattamenti, che non devono contenere prodotti chimici inquinanti. Fino al trasporto, alla vendita, alla promozione di politiche eco friendly che possono sempre premiare le aziende che decidono di fare la svolta ecologica richiesta.

Ci sono già fashion designer illuminati che in questo senso sono anni luce avanti a tutti gli altri. Stella McCartney e Vivienne Westwood sono state le pioniere della moda ecologica. Che non usa pelli animali e che sfrutta prodotti tessili bio ed eco. La figlia dell’ex Beatle propone cashmere creato con il riciclo di vecchie stoffe, viscosa sostenibile la cui materia prima arriva da foreste certificate, denim di cotone organico e così via.
A questi mostri sacri della moda internazionale si aggiunge il nome di Livia Giuggioli, moglie di Colin Firth. Eco-Age è la sua azienda che offre consulenza per i brand che vogliono intraprendere una nuova via, quella della moda etica e della sostenibilità. Ha anche ideato gli Oscar della moda green, i Green Carpet Fashion Awards, proprio per promuovere chi eccelle nella moda ecologica.

Peta, l’associazione in difesa dei diritti degli animali, che opera in tutto il mondo, con la campagna Fur Free ha deciso di chiedere ai brand di abbandonare pelli e pellicce, frutto della sofferenza degli animali. E che hanno un impatto notevole sulla terra.
Honest By fa della tracciabilità il suo punto di forza: perché clienti informati, sono clienti più felici. Perché sanno che il loro prodotto è 100% sostenibile.
Miroglio Textile, società del Gruppo Miroglio, ha recentemente promosso il progetto “Rethinking Fashion Sustainability” per investire in nuove tecnologie per rendere la moda più green. La tecnica di stampa digitale per i tessuti, ad esempio, consente di risparmiare il 50% di acqua e inchiostro.

Moda e sostenibilità.

Un occhio all’ambiente, un altro ai diritti dei lavoratori. Che non devono mai essere calpestati. La delocalizzazione dell’attività produttiva, dalla fase di realizzazione dei tessuti alla creazione del prodotto stesso, ha di fatto creato un mondo fatto di lavoratori non sufficientemente tutelati. E per un’azienda che si vanta di essere sostenibile, questo non è un punto a suo favore.
Produrre dall’altra parte del mondo, con alti costi in materia di dignità umana e anche di trasporto, non dimentichiamolo, non è un comportamento etico e sostenibile. Ed è un’azione che alla lunga non paga. Perché i consumatori chiedono sempre più trasparenza. E sono anche disposti a pagare qualcosina in più per un prodotto che non sia solo di qualità, bello, fatto bene. Ma che sia fatto anche secondo i criteri di una sostenibilità che non possiamo più rimandare.

Donna giapponese

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La moda sostenibile: quanto inquinano i tuoi vestiti?

La Commissione economica per l’Europa delle Nazioni Unite in una conferenza in Svizzera ha rivelato i numeri dell’inquinamento dell’industria fashion.
La moda è responsabile del 20% dello spreco globale di acqua. E del 10% delle emissioni di anidride carbonica. Senza tralasciare le emissioni di gas serra con gli spostamenti delle merci da un capo all’altro del mondo.
Le coltivazioni di cotone sono la casa del 24% degli insetticidi usati nel mondo. E dell’11% di pesticidi. Dopo Oil&Gas, secondo questi dati, l’industria tessile è la più inquinante.
Dal produttore al consumatore. L’85% dei vestiti prodotti va a finire dritto in discarica. Complice la fast fashion che ci impone di cambiare guardaroba di continuo. Anche se le soluzioni ci sono: donare i vestiti, riciclarli, prestarli, noleggiarli. E non gettarli nell’indifferenziata.

Lo scandalo dei vestiti bruciati.

Cosa che fanno tra l’altro le aziende di moda con gli eccessi di produzione. La fast fashion impone anche a loro di creare molte collezioni ogni anno e molti capi per ognuna. Non tutti vengono venduti. Quelli che rimangono, spesso, vengono bruciati e contribuiscono ad aumentare i livelli di inquinamento.
Nel 2015 è stato calcolato che il settore ha prodotto 100 miliardi di capi. Nel mondo siamo 7 miliardi. Sono rimasti invenduti prodotti per 4,3 miliardi di dollari. Finiti letteralmente in fumo. Avevano fatto discutere i 34 milioni di abiti Burberry e le 60 tonnellate di abiti nuovi H&M finiti al rogo. Quando è emersa questa “usanza”, marchi come Burberry hanno promesso di non farlo più.
Secondo la Ellen MacArthur Foundation, il settore tessile supera la somma di emissioni di trasporto aereo e marittimo, con 1,2 bilioni di tonnellate. La moda è la seconda industria più inquinante al mondo. La prima è quella del petrolio.

Quanto inquina l’industria della moda?

Panni Sporchi, un’iniziativa nata nel 2011 per “ripulire l’industria fashion“, promossa da Greenpeace ci svela che l’impatto ambientale è ancora più elevato. In Cina, nelle acque reflue delle fabbriche sono state trovate sostanze nocive per l’uomo e per la terra.

X Ray Fusion è un documentario di Francesco Corrazzini, figlio di Franca Sozzani, guru della moda italiana recentemente scomparsa, che alla Mostra del Cinema di Venezia 2018 ha raccontato la vita di un capo di abbigliamento. Dal momento in cui nasce la sua materia prima, fino alla sua morte. Un video che fa riflettere su quanto sia urgente un cambio di rotta.

guardaroba

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Come vestire green e sostenibile.

Se gli imprenditori possono fare molto, anche noi non dobbiamo tirarci indietro. Cambiamenti nelle nostre abitudini di consumo portano inevitabilmente a cambiamenti lato produzione. È matematico. Per essere green anche nel proprio guardaroba non ci vuole poi molto.
Cinque consigli pratici per esserlo.

  1. Sii consapevole di quello che acquisti. Leggere le etichette, informarsi sui brand, pretendere la tracciabilità e controlli in ogni fase di produzione sono buone norme di comportamento.
  2. Less is more. Non permettere al marketing e alla pubblicità di farti credere che hai bisogno di tutti quei vestiti. Acquista meno e in modo consapevole. Marie Kondo insegna.
  3. Premia i produttori locali, cerca di scegliere capi di brand che cercano davvero di fare la differenza.
  4. Non gettare i vestiti nell’indifferenziato. Tutto può avere una seconda vita. E prenditi cura di loro come facevano le nostre nonne per tenerli puliti e perfetti. Se si rompono, prima prova ad aggiustarli.
  5. Chiedi il cambiamento cambiando tu per primo le tue abitudini. L’economia circolare è anche questo: un circolo virtuoso che può iniziare anche dalla base per arrivare al vertice.

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Patrizia Chimera

Giornalista pubblicista di attualità e lifestyle. Spirito zen, curiosità innata, ama sempre mettere tutto in discussione


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