Noi schiavi della moda. Loro schiavi e basta. Quando compri un vestito, pensi alla storia che c’è dietro?

Tempo di lettura stimato: 4 minuti

Fast fashion, moda usa e getta, collezioni che si susseguono di continuo senza sosta e senza fine. Quanto costa all’umanità e al pianeta tutto questo?

In Occidente il costo di abitudini che appaiono evidentemente poco sostenibili è quello basso delle catene low cost, ma a pagarne il prezzo maggiore sono altre persone.
Sono lavoratori e lavoratrici che in zone remote del mondo sono sottopagati, ridotti alla povertà, costretti a fare turni atroci, a non avere mai una pausa, un attimo di sosta. Perché bisogna produrre, confezionare, creare nuovi bisogni per il ricco Occidente. Esseri umani come me e come te che spesso sono costretti a lavorare in condizioni igieniche e di salute decisamente precarie.

Pensi a loro ogni volta che decidi cosa comprare?

donna schiava

Photo by PRATAP CHHETRI on Unsplash

Cosa succede nelle fabbriche della moda.

Sono lontane da noi. Non le vediamo. Non le possiamo controllare. E spesso nemmeno i grandi marchi lo fanno. O magari fanno finta di non vedere fino a quando qualcuno non rende note le condizioni di lavoro di donne, uomini e anche bambini ridotti, praticamente, in schiavitù.
C’è un video di Jay Shetty che sta facendo il giro dei social. Veniamo invitati a vederlo prima di decidere di uscire di casa per andare a fare shopping. Immagini, parole e testimonianze sono un pugno allo stomaco.

La stragrande maggioranza delle case di moda produce capi e accessori che noi compriamo e indossiamo in quelli che possono essere considerati dei lager. Non solo i brand low cost, come ci si potrebbe aspettare. Ma anche le più prestigiose maison.
E quando vengono colti con le mani nel sacco, fanno sempre finta di non sapere, dicono di essersi affidati a intermediari sbagliati, che sono disposti a correre ai ripari.
Poco tempo fa il programma Rai Report ha fatto visita alle fabbriche cinesi della moda. L’inchiesta di Emanuele Bellano, con la collaborazione di Michela Mancini e Greta Orsi, ha svelato che i grandi brand italiani e stranieri che insieme hanno una capitalizzazione di borsa di 1500 miliardi di dollari producono nell’est del mondo. Cina, ma anche India, Bangladesh per i tessuti. Turchia, Europa orientale e anche Africa settentrionale per il confezionamento.
Sono nella maggior parte dei casi luoghi dove la manodopera ha un costo irrisorio. E i controlli non ci sono. Eppure ci sono marchi che si fanno belli, che parlano di sostenibilità, di tutela dei lavoratori. E poi non sanno nemmeno chi è e come vive chi produce i loro prodotti.

Ogni nostro singolo gesto lascia un segno su altre persone e sul pianeta. Ma dobbiamo pensare a qual è il segno che vogliamo lasciare.

donna alla moda

Photo by Nakota Wagner on Unsplash

Quanto sono pagati i lavoratori?

Una miseria. Gli operai dell’industria tessile e di confezionamento nelle zone più povere del mondo guadagnano un paio di euro al giorno. Sì, hai letto bene. Al giorno, per 12-14 ore di lavoro quotidiano. Sono uomini, donne e spesso anche bambini. Anche piccolissimi. Che dovrebbero andare a scuola. E non lavorare in condizioni che definire precarie è dire poco.
In Bangladesh il reddito mensile medio netto è di 340,80 dollari. Tradotto in euro sono 302,33€ di reddito, con il pane che costa più di 1€ al kg. In Etiopia si guadagnano 26 dollari al mese. Niente. Un litro di latte costa 1 dollaro, un menù da Mac Donalds, 3,56 dollari.
E il governo abbassa gli affitti dei locali per attrarre i brand stranieri e fare in modo che il paese africano diventi la nuova sede del tessile per le multinazionali internazionali della moda. È il paese del mondo con il più basso salario del settore. Per le aziende occidentali, grande produzione a costi irrisori, per loro un guadagno mensile che spesso equivale al prezzo di vendita di una maglietta.
Non hanno assicurazioni, tutele, non hanno alcuna garanzia. Lavorano in grossi magazzini o seminterrati, dove vengono ammassati. E dove spesso non solo lavorano, ma mangiano, riposano, magari vivono persino. Non hanno pause, ferie, mutua, permessi. Sono il simbolo dello sfruttamento. Certo, il costo della vita in questi paesi è decisamente inferiore rispetto a quelli dell’Occidente. Ma questo non vuol dire che si possano proporre salari di questa portata. E condizioni di lavoro disumane.

La Cina è il primo paese che ospita queste fabbriche terrificanti. Segue il Bangladesh, dove secondo i dati del 2015 lavoravano nel settore circa 5 milioni di persone. A inizio 2019 una grande protesta dei lavoratori del tessile ha risollevato la questione. Chiedono una paga più dignitosa e condizioni di lavoro migliori.
Coldiretti ci informa che nello stesso anno l’Italia ha importato 1,18 miliardi di euro di prodotti tessili, con un aumento del 248% delle importazioni di abiti in 10 anni.

Aveva destato clamore nel 2013 il crollo della fabbrica del Rana Plaza in Bangladesh. Una struttura fatiscente, come molte altre sono quelle che ospitano queste fabbriche.
Tra le aziende che avevano commissionato capi anche l’italiana Benetton. Come altre aziende, ha contribuito al Rana Plaza donors trust fund, un fondo per dare un risarcimento alle famiglie delle vittime. Benetton ha donato 1,1milioni di dollari. Considera che nel crollo sono morti 1.134 operai. Una cifra che è stata indicata come insufficiente. Uno schiaffo in una tragedia che ha scosso il mondo. Ma che non ha risolto la questione.

non sono il tuo schiavo

Image by AHTmedia from Pixabay

La fast fashion non rispetta la dignità umana.

Lavorare in modo dignitoso dovrebbe essere la priorità per tutti. Non importa in quale parte del mondo tu viva. Ma la fast fashion la distrugge. La calpesta. Non si fa scrupoli. Non ha cuore. Nei confronti degli esseri umani, così come nei confronti dell’ambiente: è una moda non sostenibile, in tutti i sensi del termine.
Con il termine fast fashion si indica la moda mordi e fuggi. Sia dal lato produttore, con brand che sfornano di continuo nuove collezioni, non seguendo più solo le classiche divisioni autunno-inverno e primavera-estate. Sia dal lato del consumatore, invogliato dai prezzi low cost a cambiare di continuo. A buttare, magari, quello che ha comprato appena un anno prima, per fare spazio al nuovo.

Siamo quasi costretti a seguire questa tendenza, per strategie di neuromarketing che ci invitano a fare shopping e a farlo più spesso. Mentre un tempo si cercava il capo che durasse nel tempo, per ammortizzarne i costi alti, oggi non è più necessario. Con pochi soldi possiamo rifarci letteralmente il guardaroba.

La prossima volta che ti chiedi quanto vale una vita umana, prova a pensare che anche i tuoi comportamenti di acquisto possono influenzarne il prezzo. E possono fare la differenza tra una vita dignitosa e una vita da schiavi.

scarpe sporche

Photo by Dickens Sikazwe on Unsplash

Compriamo tutti abiti puliti.

Si chiama proprio Abiti puliti la campagna italiana, sezione della Clean Clothes Campaign, che con una rete di 250 partner cerca di migliorare le condizioni di lavoro e di rafforzare i diritti di chi lavora nell’industria della moda a livello globale.
La campagna è attiva in 17 paesi europei e collabora con Canada, Stati Uniti e Australia. Progetti di sensibilizzazione per coinvolgere i consumatori, ma anche richieste ad aziende, imprenditori e governi perché una tragedia come quella del Rana Plaza non debba più essere raccontata.

Stesso obiettivo per Fashion Revolution. Con l’hashtag #whomademyclothes?, chi ha fatto i miei vestiti, il movimento cerca di sensibilizzare e responsabilizzare. Consumatori finali e brand. Per pagare la moda che indossiamo al giusto prezzo. Per chi la indossa e per chi la fa.

Altro dall’autore:

About Author

Patrizia Chimera

Giornalista pubblicista di attualità e lifestyle. Spirito zen, curiosità innata, ama sempre mettere tutto in discussione


COMMENTA CON FACEBOOK




Lascia un commento

Top