La moda si adatta al Coronavirus. Tra mascherine fashion e sfilate online

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Patrizia Chimera
Giornalista pubblicista di attualità e lifestyle. Spirito zen, curiosità innata, ama sempre mettere tutto in discussione

Tempo di lettura stimato: 3 minutiIl settore della moda è stato uno dei più colpiti dall’emergenza sanitaria. Ma anche uno di quelli che hanno prontamente reagito nel momento di crisi. Sia dal punto di vista della solidarietà, attivandosi per aiutare nel momento del bisogno, sia dal punto di vista di nuovi modelli di produzione, distribuzione, presentazione e creazione.

La moda come sempre si adatta ai tempi che corrono. Sarà il momento giusto per dire addio al fast fashion che tanto inquina e che spesso calpesta i diritti dei lavoratori e la loro dignità?

moda coronavirus
Photo by Flaunter on Unsplash

Cosa è cambiato nell’industria della moda

La moda ha avuto sin dall’inizio una battuta d’arresto impressionante. Perché tutto si è bloccato, dalla produzione alla distribuzione.
Ferme le fabbriche che nelle zone più povere del mondo spesso producono anche per i brand più ricchi. Chiusi i negozi delle grandi catene. E anche i centri commerciali che ospitano gli store low cost. Turismo bloccato, quindi anche quello legato allo shopping, in particolare nel nostro paese. Milioni di persone a casa, in un mercato che vale nel mondo 2.300 miliardi di euro (in Italia 97 miliardi di euro). Sfilate ferme, giornalisti e fotografi senza storie da raccontare live, stilisti in apprensione per il futuro dei brand costruiti. Solo gli e-commerce e chi aveva store online hanno retto in parte all’emorragia di acquirenti. Anche se fare shopping nel pieno della pandemia forse era l’ultimo dei nostri pensieri. E anche perché c’è proprio chi non riesce a digerire questa modalità di esperienza di acquisto. Preferendo toccare con mano, provare, sentire il profumo dei capi delle nuove collezioni.

Il Coronavirus ha bloccato il settore in ogni sua fase. Con conseguenze che notiamo ancora oggi. I negozi fisici hanno spesso chiuso i battenti. E non temporaneamente. I produttori e i fornitori hanno ricevuto annullamenti di ordini già avviati. E per le nuove collezioni l’incertezza regna sovrana. Anche perché sono molti i brand, soprattutto fast fashion, con magazzini strapieni di capi e accessori invenduti. Che devono essere smaltiti prima di pensare a nuovi acquisti. Senza dimenticare il duro colpo dell’export del Made in Italy legato alla moda.
Moda che però non è stata a guardare. Dopo un primo momento di dubbi, hanno deciso di adattarsi ai tempi che cambiano. Sia per quello che riguarda tutto lo show legato al mondo fashion, sia per quello che riguarda la produzione. Attivandosi anche per aiutare i consumatori in un momento di difficoltà.

moda solidale
Photo by Etienne Girardet on Unsplash

La solidarietà è glamour

Blue Italy è stata una delle prime aziende a riconvertirsi e a proporre la mascherina trasparente. Utile per chi legge il labiale, ma anche a scuola, per far vedere ai bambini che dietro la maschera c’è ancora il sorriso delle maestre.
Giorgio Armani è stato tra i primi a rendersi conto che bisognava cambiare rotta. E in questo senso anche il supporto di Chiara Ferragni e Fedez per raccogliere fondi per progetti di solidarietà è stato importante, data la loro visibilità.
Simonetta Spa ha lanciato mascherine per bambini e una campagna di sensibilizzazione insieme alla Fondazione Ospedale Pediatrico Salesi di Ancona per donare DPI ai piccoli che vanno in ospedale.

Altri brand hanno lanciato progetti solidali per raccogliere fondi per sostenere le comunità più vulnerabili. Come Tiffany & Co. con la campagna Tiffany Infinite Strength. O #Watchhungerstop di Michael Kors, dedicata alla lotta contro la fame del mondo declinata al sostegno di chi è stato duramente colpito dall’emergenza Covid-19.
Ma tanti altri marchi hanno deciso di abbracciare la solidarietà o convertirsi. Per cambiare un modello che non era sostenibile in piena crisi. E forse non lo sarà più in futuro.

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Sfilate online e a porte chiuse. O quasi

Il sistema moda deve adattarsi. Dovremo probabilmente dire addio alle sfilate con un parterre di ospiti di tutto rispetto. Troppi assembramenti. Meglio sfilare a porte chiuse. O quasi. Perché fotografi e videomaker, giornalisti e magari qualche influencer o ospite speciale può accedere. Con mascherine e distanziamento: nuovi comportamenti glamour.
Per tutti gli altri (buyer, clienti, giornalisti non invitati, blogger, ma anche semplici appassionati di moda), rimane la modalità delle sfilate online, in streaming. O delle presentazioni su appuntamento, per chi non vuole rinunciare a toccare con mano. Dopo essersele igienizzate, ovviamente.
La tecnologia potrebbe diventare sempre più presente e importante in un settore che fa dello spettacolo il suo core business. Soprattutto quando si parla dei marchi del lusso. Piattaforme di streaming, ma anche realtà virtuale e realtà aumentata per la prova dei capi. O per essere presenti pur essendo a distanza. Sfilate virtuali, magari sfruttando vecchie conoscenze come Second Life.

Cambiare per sopravvivere e non essere “fuori moda”. Più facile per le grandi aziende, più difficile per le piccole senza incentivi o aiuti. Ma un cambio di rotta necessario.

Vedo questa crisi come un’opportunità per rallentare e riallineare tutto; per definire un nuovo e più significativo panorama per la moda.
Giorgio Armani

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