Hijab Nike: inclusione o globalizzazione?

Tempo di lettura stimato: 4 minuti

Immagina di fare sport con un accessorio che non ti consente la massima libertà. Immagina di non riuscire a correre, a muoverti correttamente, a eseguire gli esercizi perché un accessorio che indossi per scelta religiosa non ti consente di farlo. Come ti sentiresti? Probabilmente non a tuo agio, impacciato, diverso.
In molti casi le donne con hijab, il velo islamico che lascia scoperto solo il viso e copre i capelli, hanno abbandonato la loro passione sportiva. Nessuno dovrebbe mai essere obbligato a non seguire il proprio cuore e i propri interessi. Ma in campo ci sono questioni molto importanti. Non staremo qui a giudicare una scelta che spesso viene additata come un’imposizione. E non staremo qui a dire se sia giusto o sbagliato indossarlo. La realtà ci racconta che queste donne esistono. E hanno tutto il diritto di sentirsi libere di esprimersi in ogni campo. Sport compreso. Senza limitazioni.

È quello che deve aver pensato Nike quando ha lanciato il suo primo hijab sportivo

hijab

Photo by kilarov zaneit on Unsplash

Il primo hijab sportivo per donne non poteva che arrivare dal marchio che per motto ha lo slogan “Just Do It“, semplicemente fallo. È un velo che rispetta il credo delle donne musulmane che scelgono di indossarlo. Ma è pensato per praticare sport. In tutta comodità. Traspirante, pratico, utile e con logo in bella vista. Del resto viviamo nell’epoca della Logomania, impensabile produrre un capo alla moda che non indichi chiaramente a quale brand appartenga.
C’è chi lo ha accolto con entusiasmo, per poter finalmente fare sport in libertà seguendo i dettami della propria religione. E c’è chi sostiene che le donne con hijab hanno sempre fatto sport. Con o senza Nike. Per loro un’inutile mossa commerciale. Niente di più. Anche se c’è chi vede in questa scelta del brand sportivo un’apertura non indifferente verso altre culture che non siano solo ed esclusivamente quella occidentale.

Hijab e sport

Era il 2016 quando alle Olimpiadi di Rio de Janeiro, durante una partita della nazionale di beach volley femminile dell’Egitto contro le colleghe tedesche, Doaa el Ghobashy ha indossato non solo la divisa con maglia a maniche lunghe e pantaloni stretti lunghi (in netto contrasto con quella teutonica, con le ragazze in bikini), ma anche l’hijab, il velo islamico che copre i capelli.
Più che della partita, all’epoca, si era parlato proprio del velo della giocatrice di beach volley, che ha raccontato che lo porta dall’età di 10 anni e non le ha mai impedito di fare quello che voleva fare nella vita. Compreso giocare sulla sabbia. Chissà cosa ne pensa lei della scelta di Nike di introdurre nella sua collezione il primo hijab sportivo. Mera mossa pubblicitaria per accaparrarsi nuovi mercati?

O tentativo di rendere la globalizzazione a misura di ogni cittadino di questo mondo?

Sicuramente la risposta è un mix tra le due domande. Perché la moda ha sempre assecondato le esigenze dei clienti finali. Se l’Alta Moda serve a stupire con effetti speciali e prezzi da capogiro, il pret-à-porter, lo dice il nome stesso, è pronto da essere indossato subito. Seguendo tendenze e desideri di chi quei capi li indosserà.
Per lungo tempo le donne musulmane con hijab non sono state rappresentate dalla moda. Ma poi qualcosa è cambiato e i brand hanno capito il potenziale di questo settore di mercato. Includendo così l’hijab in collezioni che, ovviamente, nel mondo Occidentale hanno fatto discutere.
Magari, come sottolineato in precedenza, lo hanno fatto solo per aprirsi a nuovi mercati. O magari c’è dietro dell’altro. C’è un punto di rottura. Un segno di protesta. Come ci racconta sempre Nike.

immigrati

Photo by Nitish Meena on Unsplash

Pochi mesi fa il marchio sportivo ha deciso di rischiare molto con la campagna che vede protagonista Colin Kaepernick, quaterback afroamericano che non gioca da due stagioni. Da quando ha osato sfidare Donald Trump. E la sua politica repressiva nei confronti di chi non è americano. Il brand lo ha scelto come testimonial. Una mossa coraggiosa. Che gli ha fatto perdere quotazioni in borsa. Ma il marchio va avanti. Seguendo il suo slogan, Just do it. Fallo, se pensi che sia giusto, anche se ti porterà molte critiche. Non pensare solo ai profitti. Non pensare solo al lato economico del tuo fare personal branding. Pensa anche a rendere il mondo in cui operi (e vendi) un posto che per te è migliore. Schierandoti.

Perché le critiche, qualunque scelta farai, ci saranno sempre.

Tornando alla moda dedicata alle donne con velo, ci sono state polemiche per il lancio da Macy’s a New York della prima collezione di hijab.
Nel 2016 Dolce&Gabbana hanno inserito i copricapi islamici nelle loro linee di moda. Mentre l’anno prima H&M aveva affidato a Mariah Idrissi, nella sua campagna pubblicitaria, il difficile compito di proporre una bellezza dai canoni estetici lontani da quelli del mondo occidentale.
Anche Mister Kardashian, al secolo Kanye West, ha fatto sfilare in passerella la modella Halima Aden con un velo che le copriva i capelli. Trasformandola in sua musa.

Nike ha solo fatto un passo ulteriore in avanti. Portando il suo messaggio di libertà a una platea decisamente più ampia. Che non può far finta di non aver visto. O di non aver sentito nulla.

pista atletica

Photo by Austris Augusts on Unsplash

Inclusione e integrazione passano anche attraverso scelte aziendali di questo tipo. Un passo dopo l’altro. Una curva dopo l’altra, come se la società fosse una pista di atletica dove tutti corriamo per esprimerci e dire che ci siamo, con le nostre diversità e le nostre uguaglianze. Non nascondere più che nel mondo esistono donne che indossano l’hijab. Che vogliono fare sport. Dire alle donne con il velo di non nascondersi più se amano correre, giocare a beach volley, fare pugilato. Mostrarle in campagne pubblicitarie, nelle vetrine dei negozi, nelle collezioni di moda. Per affermare che esistono. E hanno tutto il diritto di vestire alla moda. O di sentirsi a loro agio mentre fanno sport. Che sia alle Olimpiadi o nel parchetto sotto casa.

“Non ti curàr di lór, ma guarda e passa”, direbbe Dante in una variante popolare di un suo celebre passo della Divina Commedia. Non ti curare delle malelingue. Just do it, semplicemente fallo. Rischia, se pensi che la causa sia davvero una buona causa.

Photo by geralt on Pixabay

Altro dall’autore:

About Author

Patrizia Chimera

Giornalista pubblicista di attualità e lifestyle. Spirito zen, curiosità innata, ama sempre mettere tutto in discussione


COMMENTA CON FACEBOOK




Lascia un commento

Top