La moda prova a ricucire i rapporti con la natura. Le promesse del Fashion Pact 2019

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Non è solo il petrolio a rendere invivibile il nostro pianeta. Altre industrie lo stanno invadendo con numeri sempre più in crescita.
L’industria fashion è il secondo settore più inquinante al mondo.
Moda fast fashion, materie prime inquinanti e potenzialmente nocive per la salute, politiche non etiche e non solidali fanno dell’industria dei lustrini e delle paillettes un mondo oscuro.

Per correre ai ripari e rifarsi il look agli occhi dei consumatori, i marchi ci provano con il Fashion Pact. Un patto tra grandi aziende fashion per ridurre l’impatto sul pianeta. Tra applausi e accuse di mero green washing dopo anni di disinteresse sulle tematiche ambientali.

Fashion Pact 2019

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Quanto inquina l’industria della moda.

Nel 2017 nel mondo sono stati venduti 154 miliardi di capi d’abbigliamento e accessori, con una crescita del 2,3% rispetto all’anno precedente.
I grandi marchi di moda low cost propongono ogni anno tante mini collezioni. Non più una linea a stagione, ma tante capsule collection per cambiare volto agli scaffali di continuo. Zara ne crea in media 24 ogni anno, H&M 12-16. Con aggiornamenti spesso settimanali.
Rispetto al 2000 spendiamo il 60% in più nel settore moda. E diminuisce la buona pratica del riuso.

A fronte di numeri così impressionanti, lascia senza parole anche il modo con cui i capi di abbigliamento sono prodotti. Sfruttamento del lavoro in paesi del mondo dove la manodopera non costa niente. Utilizzo di materiali scadenti e inquinanti. Ricorso a sostanze che sono potenzialmente nocive per l’ambiente, oltre che per la salute delle persone. Un consumo di acqua stimato in 32 bilioni di euro per il 2030, di energia di 67 bilioni di euro e la creazione di 7 bilioni di euro di rifiuti.

Ai consumatori viene chiesto di fare scelte consapevoli. Quando si tratta di moda però non sempre è così facile. Un servizio di Report di un anno fa svelava il marcio dell’industria della moda. Anche del tanto idolatrato Made in Italy.
E anche quando i brand si vantano di collezioni sostenibili e “coscienziose”, in realtà per i più critici si tratta solo di tentativi per lavarsi la coscienza.
Da qui l’esigenza di agire in modo concreto. Con un patto firmato e sottoscritto dai grandi della moda.

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Fashion Pact 2019, le aziende che aderiscono.

Il Fashion Pact 2019 è stato lanciato alla vigilia del G7 che si è tenuto in Francia ad agosto 2019. Emmanuel Macron, presidente francese, aveva affidato a François-Henri Pinault, presidente e ceo del gruppo Kering, la missione di riunire i big del settore per siglare un patto in difesa dell’ambiente.
Perché proprio l’industria fashion? Perché è una delle più grandi al mondo. Una delle più influenti. Ma anche una delle più inquinanti. Anzi, la seconda al mondo per impatto ambientale.

Ad agosto il Fashion Pact è stato firmato da 32 marchi. Tra storiche maison, brand sportivi e marchi di moda fast fashion.
Adidas, Burberry, Bestseller, Capri Holdings Limited (che comprende Versace, Michael Kors, Jimmy Choo), Chanel, Ermenegildo Zegna, Carrefoyr, Everybody &Everyone, Fashion3, Fung Group, Galeries Lafayette, Gap, Giorgio Armani, H&M Group, Hermes, Inditex, Karl Lagerfeld, Kering, La Redoute, Matchesfashion.com, Moncler, Nike, Nordstrom, Prada Group, Ralph Lauren, Puma, Pvh (che comprende Calvin Klein, Tommy Hilfiger), Ruyi, Salvatore Ferragamo, Selfridges Group, Stella McCartney, Tapestry.

A ottobre altre aziende si sono aggiunte, facendo crescere a 56 il numero di aziende che aderiscono al progetto. Arrivando a 250 marchi rappresentati.
Auchahn Retail, Bally, Calzedonia Group, Celio, Darmatex Group, Decathlon, El Corte Ingles, Eralda, Etam Group, Farfetch, Figaret, Gant, Geox, Groupe Beaumanoir, Groupe Eram, GTS Group, Kiabi, Lady Lawyer Fashion Archive, Mango, Nana Judy, Paul & Joe, Promod, Spartoo Group, The Visuality Corporation.

In attesa che altre si aggiungano. Per una copertura globale. Ma per cosa hanno firmato?

Moda

Photo by Muhammadtaha Ibrahim on Unsplash

Le promesse del Fashion Pact.

Il Fashion Pact ruota intorno a tre temi fondamentali. Fermare il riscaldamento globale. Proteggere e ripristinare la biodiversità. E proteggere gli oceani.
Il settore tessile e dell’abbigliamento promette di rivedere i processi produttivi per poter così ridurre l’impatto dell’industria fashion sul pianeta.
Gli accordi si ispirano alla Science based target, progetto di Carbon disclosure project (Cdp), Global compact delle Nazioni Unite, World resources institute (Wri) e Wwf. Il percorso si prefigge di guidare le aziende a formulare strategie per creare un futuro sostenibile. Basandosi sui dati scientifici legati alle emissioni di gas serra. Per fare business non sulla pelle del pianeta.

Nel dettaglio le aziende si impegnano ad azzerare le emissioni di gas serra entro il 2050; a seguire le linee guida per ricostruire gli ecosistemi naturali e proteggere le specie animali, soprattutto quelle in via d’estinzione; adottare misure concrete per ridurre la plastica monouso e salvare i nostri mari.
Ma anche ricorrere a materie prime sostenibili, energie rinnovabili in ogni processo produttivo, utilizzare materiali innovativi a basso impatto.
E promuovere scelte consapevoli e modelli di consumo sostenibili.
Perché ognuno deve fare la sua parte.

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Patrizia Chimera

Giornalista pubblicista di attualità e lifestyle. Spirito zen, curiosità innata, ama sempre mettere tutto in discussione


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