Schwa, un simbolo per una scrittura inclusiva. Cos’è, a cosa serve e cosa significa

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Patrizia Chimera
Patrizia Chimera
Giornalista pubblicista di attualità e lifestyle. Spirito zen, curiosità innata, ama sempre mettere tutto in discussione

Tempo di lettura stimato: 2 minutiSchwa, un simbolo che divide soprattutto sui social.
E pensare che dovrebbe invece essere portatore di valori fondamentali come l’inclusione.
Si scrive ə, si legge parità, dal momento che vuole essere un modo per rendere la lingua italiana meno attaccata alla “dittatura” del genere maschile quando si parla al plurale.

Cos’è lo Schwa

Lo Schwa o Scevà (ə) è una vocale intermedia dal suono indistinto, una via di mezzo tra la e e la a. Fa parte dell’alfabeto fonetico internazionale, sistema riconosciuto a livello globale per stabilire la giusta pronuncia di tutte le lingue scritte esistenti.
Il termine Sceva deriva dal tedesco Schwa, che a sua volta è ereditato dall’ebraico shĕwā. Si può tradurre con il termine “insignificante” 2 fare riferimento al segno vocalico dell’alfabeto ebraico scritto con due punti verticali sotto le consonanti. Può indicare una vocale debole o l’assenza di una vocale.

L’inglese ne da fa sempre uso, in termini come about (/əˈbaʊt/), paper (/ˈpeɪ·pər/).
In Italia non è una novità. Il dialetto napoletano usa lo Schwa, foneticamente presente in molti termini, come ad esempio Napule (/ˈnɑː.pu.lə/). Lo sceva è presente anche nel dialetto piemontese: in Piemonte è chiamato terza vocale, perché si aggiunge a quelle caratteristiche delle lingue gallo-italiche dell’Italia Settentrionale – /ø/ ed /y/ (ö, ü).
La lingua italiana, invece, non prevede nel sistema fonologico questa vocale. Almeno non la prevedeva finora, perché adesso si pensa di introdurla per includere il genere di tutti, uomini e donne, senza usare per forza il plurale maschile come la grammatica prevede.

schwa
Person or Persons Unknown, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

Lingua italiana inclusiva grazie allo Schwa

Da tempo si parla di rendere la lingua italiana più inclusiva. E una soluzione potrebbe essere il simbolo ə, da sostituire al plurale maschile che di solito nella grammatica si usa per indicare un gruppo misto di persone o di cose, di genere maschile e femminile. Così da garantire inclusione e rendere la lingua scritta meno orientata solo sul genere maschile..

Luca Boschetto, nella sua “Proposta per l’introduzione della schwa come desinenza per un italiano neutro rispetto al genere, o italiano inclusivo“, spiega che lo schwa anche graficamente assomiglia a una lettera che può essere una via di mezzo tra una a e una o, le due vocali che in italiano indicano rispettivamente il genere femminile e il genere maschile nella maggior parte dei termini. Per questo motivo sarebbe la scelta ideale per una lingua scritta più inclusiva.
Finora abbiamo usato l’asterisco per queste necessità, ma lo Schwa è una vocale intermedia per nascita, ha un suo suono ben definito ed è già usata a livello internazionale, quindi potrebbe essere la strada giusta da percorrere.

Photo by Jon Tyson on Unsplash

L’uso dello Sceva nella lingua scritta

In Italia potrebbe di fatto diventare il simbolo dell’inclusività, come dimostrato dal Comune di Castelfranco, in provincia di Modena, che ha deciso di adottarlo in alcune situazioni. O dalla casa editrice Effequ che già da tempo ne fa uso.

Potrebbe essere un po’ difficile scrivere la vocale, dal momento che le tastiere non sono attrezzate. Ma si può ovviare al problema per poter usare la vocale dell’inclusione. Si potrebbe semplicemente copiarlo o incollarlo oppure seguire i suggerimenti con le scorciatoie da tastiera: nel sistema operativo Windows la lettera può essere generata tenendo premuto Alt e scrivere il codice decimale Unicode rispettivo (399 per il maiuscolo e 601 per il minuscolo preceduti da 0). Con Linux bisogna usare il comando Compose+e+e, in OS X Option+Shift+: seguito da Shift+A o a, secondo le esigenze di scrittura.

Non è poi così difficile scrivere la lingua dell’inclusione: la società cambia, perché non dovrebbe farlo la lingua? Lo ricorda la sociolinguista Vera Gheno, in un’intervista in cui spiega perché quello che di fatto è un esperimento linguistico potrebbe essere un argomento molto interessante da trattare. Sui social, così come a livello istituzionale e anche a scuola per capire quanti non si sentano rappresentati da quel maschile sovraesteso finora utilizzato nella lingua italiana. Ma che non per forza deve rappresentarne il futuro.

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