Salvare le parole italiane perdute. Per combattere la cultura dell’odio e la comunicazione ostile

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Quante sono le parole italiane perdute, che ritroviamo solo in vecchi libri e destinate a sparire per sempre nel lessico comune?
Vocaboli inglesi, neologismi, lessico informale, gerghi stanno cambiando la lingua italiana, che è in continua evoluzione. Come lo è ogni cultura.
Recuperare i vocaboli perduti, imparare a usare la terminologia corretta è un punto di partenza utile non solo a migliorare la propria capacità espressiva. Ma anche per combattere quella cultura dell’odio e quella comunicazione ostile che dai social sta prendendo piede in ogni ambito della nostra società.

Parole italiane perdute

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Parole italiane perdute, quante sono.

Le parole italiane che non usiamo più sono tante. Sono finite nel dimenticatoio.
La lingua italiana contiene fino a 160mila vocaboli, alcuni utilizzati di più, altri di meno. Alcuni di nuova invenzione, altri che c’erano già agli albori della nostra lingua, la più amata del mondo, quella degli angeli e dei grandi poeti come Dante.
Quanti di questi termini usiamo ogni giorno? Secondo le stime dei linguisti una persona usa nella vita tra le 10mila e le 30mila parole. Secondo il linguista Tullio De Mauro ne usiamo in media ancora di meno: solo 7mila. Lo scarto tra vocaboli che abbiamo a disposizione e parole che realmente usiamo è notevole.

Ci sono parole che, per questo motivo, sono ormai in via d’estinzione. Non le usiamo più, perché pensiamo siano arcaiche e desuete, quando invece potrebbero raccontare e rappresentare perfettamente la realtà. Ce ne dimentichiamo per poi ritrovarle magari in libri di qualche tempo fa. Rimanendo sbalorditi perché magari non ne conosciamo nemmeno il significato.
Parole vintage, si direbbe oggi.

vecchi libri

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Come recuperare le parole italiane perdute.

Recuperare le parole italiane perdute potrebbe diventare un’attività utile a scoprire le mille sfaccettature di una lingua che è tra le più belle al mondo. Un gioco da fare a scuola, a casa o, perché no, anche su quei social dove non si sfoggiano linguaggi forbiti, ma più popolari. Che per un giorno potrebbero diventare la casa delle parole dimenticate.

Parole nel dimenticatoio.

Il dimenticatoio. Dizionario delle parole perdute” edito da Franco Cesati ha voluto raccogliere tutti quei vocaboli che non fanno più parte del nostro vocabolario quotidiano. Quasi 2000 parole che non fanno più parte del nostro bagaglio lessicale. Oltre alla definizione, ci sono anche esempi d’uso. Nella speranza che qualcuno adotti queste parole desuete che rischiano davvero di sparire per sempre.

Adottare le parole perdute.

Su Twitter c’era chi aveva tentato un esperimento del genere. In occasione di “BookMarchs – L’altra voce: Minifestival marchigiano dedicato alle traduzioni e ai traduttori editoriali” era stata lanciata la proposta di salvare le parole in via d’estinzione. Una damigiana impagliata, come quelle dei nonni, da riempire con le parole perdute e da salvare. Invitando ognuno ad adottarne una. Affinché non finisca nel dimenticatoio.
Babbel, nel suo racconto “Il sagittabondo e la sgarzigliona” ne usava 23 per descrivere il tentativo di un uomo che oggi noi definiremmo un latin lover per conquistare una ragazza curvy.Da tempo come ci sono i seed saver, chi salva i semi antichi per conservare la biodiversità, c’è anche chi salva le parole dimenticate, adottandole e usandole. Lea Barzani aveva fondato il gruppo Facebook “Adotta una parola”, spiegando che in questo si voleva dare un piccolo contributo a salvare la lingua italiana. Andando a usare quelle parole anche sui social, dove il bagaglio lessicale è davvero ridotto all’osso. Anzi, a volte talmente inesistente dopo l’avvento delle emoji.
Zanichelli, invece, casa editrice famosa anche per i suoi vocabolari, ha dato vita a un tour per salvare le parole. Il progetto #paroledasalvare porta in giro per l’Italia un vocabolario alto quattro metri e largo sei in diverse città (partenza da Milano e arrivo a inizio novembre a Palermo). A ogni persona che incontra il dizionario viene chiesto di adottare una parola, tramite cartolina, post sui social o t-shirt MSGM. E poi dovrà prendersene cura per sempre, usandola quando opportuno.

parole ostili

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Recuperare il linguaggio per cancellare le parole ostili e la comunicazione d’odio.

Salvare le parole italiane perdute è molto più di un semplice gioco. È un modo per migliorare il proprio bagaglio lessicale e culturale. E combattere parole ostili e comunicazione d’odio, che sempre più dai social sono state sdoganate anche nella vita reale.

Usare le parole giuste, saper soppesare silenzi e parlato, imparare a parlare correttamente con il linguaggio del corpo non è banale. È un esercizio che andrebbe praticato per evitare incomprensioni, fraintendimenti, uso improprio di vocaboli ed espressioni che possono ferire.
Parole ostili è un progetto sociale di sensibilizzazione per dire basta alla violenza delle parole. Perché ogni vocabolo e ogni frase scritta o parlata ha un potere fortissimo. Si possono comunicare emozioni, si possono unire culture, popoli e persone, si può promuovere una società più a misura di uomo. E al contrario si può ferire, offendere, allontanare, scatenare conflitti.
In rete e fuori dalla rete oggi è più che mai opportuno saper usare le giuste parole. E recuperare quelle che magari non si usano più e che potrebbero invece aiutare ogni persona a esprimersi in modo corretto e adeguato in ogni situazione.

Il manifesto del progetto andrebbe sottoscritto da ognuno di noi. 10 semplici regole da seguire per essere responsabili di ciò che si scrive e ciò che si dice.

Manifesto della comunicazione non ostile

  1. Virtuale è reale. In rete dico e scrivo quello che avrei il coraggio di dire anche di persone.
  2. Siamo ciò che comunichiamo.
  3. Le parole danno forma al pensiero. Prendo il tempo necessario per soppesarle.
  4. Prima di parlare, bisogna ascoltare.
  5. Le parole sono un ponte.
  6. Le parole hanno conseguenze.
  7. Condividere è una responsabilità.
  8. Le idee si possono discutere. Le persone si devono rispettare.
  9. Gli insulti non sono argomenti.
  10. Anche il silenzio comunica. Perché a volte è meglio tacere.

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About Author

Patrizia Chimera

Giornalista pubblicista di attualità e lifestyle. Spirito zen, curiosità innata, ama sempre mettere tutto in discussione


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