L’italiano non è una lingua in via d’estinzione. Anche se Dante avrebbe molto da ridire

Tempo di lettura stimato: 4 minuti

L’italiano non è morto.

La lingua del bel paese non è stata sepolta da inglesismi, neologismi, abbreviazioni che fanno accapponare la pelle. L’italiano è vivo e vegeto. Ed essendo un essere vivente non rimane fermo. Si muove. È in continua evoluzione. Ma ha bisogno di essere salvaguardato e difeso, come sostengono gli esperti.
Come un essere vivente la lingua italiana è nata, un bel po’ di tempo fa, e poi è cresciuta. Continuando a farlo, cambiando al suo interno e assorbendo tutti i cambiamenti che la nostra società affronta giorno dopo giorno. Ma da qui a vederla morta ce ne vuole.

Photo by Gemma Evans on Unsplash

Le lingue evolvono.

Le lingue hanno questo vizio di cambiare nel tempo. Per potersi adattare e soddisfare esigenze che non possono più essere quelle dei tempi di Dante.

La lingua cambia per un naturale corso della sua stessa esistenza, ma anche per fattori esterni. Che possono essere la coesistenza di più linguaggi all’interno di uno stesso spazio, l’arrivo di persone straniere che contribuiscono alla crescita della società anche dal punto di vista linguistico, la moda di guardare a lingue internazionali per sembrare più cool (e scusa l’inglesismo, ma quando ci vuole, ci vuole).

La lingua che parliamo ci rappresenta. E rappresenta anche il mondo in cui viviamo.

Ne sono convinti gli esperti. E un po’ lo pensiamo tutti. Perché una parola che da noi ha un significato, detta in un’altra lingua può averne altri cento, mille.
Jubin Abutalebi, neurologo cognitivista e docente di neuropsicologia dell’Università San Raffaele di Milano, ce lo spiega semplicemente: “La parola che indica uno stesso oggetto in lingue diverse può acquistare sfumature differenti, che dipendono dal substrato culturale specifico“.
Per noi drago è solo un animale fantastico o un aggettivo per definire qualcuno che è bravo ed eccezionale in qualcosa. Se andiamo in Cina la stessa parola ha un senso più ampio: è il simbolo della forza, della saggezza e anche della fortuna.

Photo by John Jennings on Unsplash

Uno studio pubblicato su Psychological Science ci introduce un altro concetto. Spiegandoci come la visione del mondo può essere diversa a seconda della lingua considerata madre. Proprio a causa delle differenze di significato, ma anche della composizione delle frasi e della semplice grammatica, la stessa scena possiamo interpretarla in modo diverso a seconda del nostro idioma di partenza. Chi è bilingue, poi, traduce quello che vede in base alla lingua che usa in quel momento.
L’esperimento è stato condotto su un gruppo di persone che parlavano o solo inglese o solo tedesco e un gruppo che parlava abilmente entrambe le lingue. Ai volontari sono stati mostrati dei video in cui ad esempio un ciclista andava verso un supermercato e una donna si avvicinava a un’auto. Tutti eventi di movimento. Poi è stato chiesto loro di descrivere quello che stava accadendo. Chi parlava solo tedesco raccontava la scena dando un obiettivo: la donna attraversa per andare alla sua auto, il ciclista corre per andare al supermercato. Invece, chi parlava solo inglese si concentrava semplicemente sull’azione: la donna cammina, l’uomo pedala. E chi parlava entrambe le lingue? I bilingue riuscivano a passare da una prospettiva e da un modo di raccontare l’evento visto in maniera semplice. Parlando sia di azione sia di obiettivo dell’azione stessa.

Non è sempre tutto uguale. Pur essendo la realtà sempre la stessa. Tendiamo a raccontarla in modo diverso, anche in base a fattori culturali che non possono essere slegati da sostantivi, verbi, aggettivi, avverbi.
Conoscere una seconda lingua significa possedere una seconda anima“, diceva (forse) Carlo Magno. E l’essenza è tutta qui. La lingua aiuta ad avere una visione del mondo. Che non è univoca. Ma varia per fattori linguistici e culturali che sono strettamente legati e interconnessi tra loro.

L’evoluzione della lingua deriva anche da un’evoluzione della società.

Società che è in continua rivoluzione, che non è mai uguale a se stessa, che generazione dopo generazione cresce, si evolve. O involve, nel peggiore degli scenari possibili. E la lingua deve adattarsi interpretando questi mutamenti anche accogliendo forme di linguaggio e di pensiero mutuati da altre lingue straniere, con cui i cittadini vengono a contatto.

Photo by Dimitri Popov on Unsplash

La lingua del futuro sarà caratterizzata dai cambiamenti.

Che sono costanti, repentini, talmente sottili che nemmeno ce ne accorgiamo, se non a distanza di decenni. E sono inevitabili. Possono essere un bene, perché ci arricchiscono e ci aprono a un mondo che è sempre più globale. Possono essere un male, perché mettono a rischio identità e cultura.
Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca, tempo fa ha lanciato l’allarme: nel 2050 avremo una lingua più povera e meno colta. E se la lingua rappresenta la società di cui è punto di riferimento, vorrà dire che saremo più poveri e meno colti? In gran parte sarà per colpa dei termini internazionali che influenzano il parlato e lo scritto. Ma non solo.

Si andrà verso un linguaggio più scarno e si attenuerà la tradizione umanistica greco-latina: per restare alla lettera A, sono a rischio parole come abnegazione, accolito, acconcio, accorto, acrimonia adepto, insomma tutte quelle parole “da salvare” che sullo Zingarelli troviamo affiancate da un fiore“.

(Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca, da La Stampa, 11/01/2017)

Photo by Bogdan Dada on Unsplash

La semplificazione nel linguaggio.

La semplificazione è forse la minaccia che dobbiamo temere di più.
Perché se l’inglese ci piace tanto è perché semplifica molto il linguaggio. Come ricordato da Marazzini al posto della parola “Location“, amata su Tripadvisor e da Alessandro Borghese, in italiano potremmo usare almeno tre vocaboli: luogo, sito, posto.
I francesi in questo ci danno due giri. Loro difendono le parole dall’attacco dell’inglese. Computer è ordinateur. Download è Télécharger. Mouse è Souris. L’italiano si è fatto invece conquistare da quell’aria di internalizzazione che l’inglese dà a chiunque. A discapito di tante belle parole di cui il vocabolario italiano è pieno. Basterebbe sfogliarlo un po’ di più.

Non è tutto nero e bianco, ci sono sfumature bellissime da comprendere.

Ed è proprio questo il bello di una lingua. Le contaminazioni servono a dare sfumature che prima non c’erano.
Ma che rappresentano chi siamo e dove stiamo andando. Fare marcia indietro è possibile? Potrebbe, anche se non è detto che sia la giusta via da percorrere.
L’italiano morirà? Anche alla radio davano le ore contate quando è nata la televisione. Eppure lei è ancora lì.
Someone still loves you“, cantavano i Queen. Lo stesso vale per la lingua italiana. Finché qualcuno la amerà, con tutte le sue nuove sfumature, potrà sopravvivere. Diventando chiave di lettura di una società che cambia. Nel bene e nel male.
E forse sarà proprio lei a indicarci la giusta rotta per non diventare un paese povero e scarno, come ipotizzato.

Lettere e lingua italiana

Photo by Alex Read on Unsplash

Altro dall’autore:

About Author

Patrizia Chimera

Giornalista pubblicista di attualità e lifestyle. Spirito zen, curiosità innata, ama sempre mettere tutto in discussione


COMMENTA CON FACEBOOK




Lascia un commento

Top