Campionato mondiale di calcio femminile 2019: ci tocca parlare del linguaggio di genere

Il campionato mondiale di calcio femminile 2019 ci sta insegnando tante cose.
Ad esempio che si può vincere con un calcio pulito e che ancora entusiasma. Ammettendo però di aver giocato male, nonostante la vittoria.
Che sì, anche le donne sanno giocare a calcio e capiscono il fuorigioco.
Che no, non dobbiamo per forza essere uguali ai maschi. Ma dobbiamo avere gli stessi diritti. E pari opportunità. Anche nel mondo del pallone.
Che la parità di genere è ancora un miraggio lontano in Italia. Perché a parità di risultati e successi le donne calciatrici sono ancora considerate delle dilettanti.

Ma i Mondiali di calcio femminile di Francia 2019 hanno posto anche un’altra questione per quello che riguarda il gender gap, il divario di diritti tra uomini e donne.
Che parole usare in campo di fronte a giocatrici e arbitri e guardalinee di sesso femminile?

Campionato mondiale di calcio femminile

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Campionato mondiale calcio femminile 2019: terminologia al femminile.

Ministra. Sindaca. Ingegnera. La lingua italiana cerca di adattarsi ai cambiamenti della società. Introducendo nella versione femminile termini che una volta erano a esclusivo uso degli uomini. Ed è per questo motivo che non esisteva la controparte dedicata alle donne.

In un mondo che va sempre di più verso la parità di genere, cambiare terminologia può sembrare un’importante battaglia. Anche se qualcuno la trova sterile e inutile, vedi la polemica della grammatica di genere di Laura Boldrini che ai tempi della presidenza della Camera aveva sdoganato sui social i nomi di mestieri che strizzavano l’occhio alla parità di genere.
Talvolta si preferisce continuare a usare i nomi maschili, perché i nuovi nomi al femminile possono suonare malissimo e possono deviare anche il senso stesso del termine. E non portano nulla alla lotta per un mondo più paritario per donne e uomini. È stato così anche nel mondo del calcio.

Attaccante, ala, portiera.

Ci siamo svegliati all’improvviso tutti quanti vedendo delle donne che giocano a calcio. E giocano bene. Nonostante gli uomini continuino a denigrarle e a prenderle in giro. Ma le Azzurre del pallone vanno avanti, superando ogni più rosea aspettativa nel Campionato mondiale di calcio femminile 2019.
Proprio in occasione del match degli ottavi di finale contro la Cina, vinto dalle italiane per 2 a 0, le telecroniste (sì, anche loro donne, perché anche le donne possono parlare di calcio) si sono soffermate su un punto che è parso cruciale anche agli organizzatori dell’evento sportivo. Quali termini usare in campo? Continuare a usare vocaboli maschili o declinarli al femminile? Meglio optare per parole neutre per evitare fraintendimenti?
Ci sono delle parole che è impossibile convertire. O che fanno storcere il naso ai puristi: l’ultimo uomo, marcatura a uomo (o a donna)?
Esistono parole che non creano problemi. L’attaccante garantisce la parità di genere perché è un termine unisex, come ala o centrocampista.
E poi ce ne sono altre che potrebbero avere entrambe le forme. Il portiere potrebbe diventare portiera. Facendo anche un distinguo chiaro: non la portiera dell’automobile, ma una che difende i pali della propria squadra, che si butta, si posiziona per parare un rigore, con occhi puntati sulla palla, concentrazione e scatto, che restituiscono adrenalina agli spettatori.
Perché ad esempio, se il segretario è il coordinatore di partito, autorevole e riconosciuto, la segretaria viene invece scambiata per quella che risponde al telefono, fa le fotocopie e porta il caffè al capo.

Mentre che dire della difensora?

Con l’allenatore o allenatrice (non tutte le squadre sono allenate da donne, ovviamente), si può ovviare con un generico coach. Fortunati gli inglesi che non hanno questi tecnicismi. Milena Bertolini, ct della nazionale azzurra, ha chiesto di non essere chiamata Mister, ma Miss. Per ovvi motivi di identità.

Scarpini da calcio

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Campionato mondiale calcio femminile 2019. Le giuste parole per evitare gli stereotipi di genere.

Come sottolineato dalle stesse telecroniste, non è una questione di parole. Perché la parità di genere va ben oltre. Ma si può partire da lì, per urlare al mondo intero che le donne possono giocare a calcio. E fare tante altre cose. Come gli uomini. O meglio di loro.

Ma le parole sono solo parole?

Sappiamo bene quanto una parola possa ferire. E portare con sé retaggi che non ce la facciamo proprio a lasciare andare via. Un comportamento non solo degli uomini, ma anche delle stesse donne. Che esitano talvolta ad accettare che certe figure professionali siano riconducibili a donne.

L’Accademia della Crusca ha ricordato che la declinazione femminile di molte professioni, non solo è linguisticamente corretta, ma è positivamente sintomatica di un mutamento nel linguaggio e della società.
Innovare il linguaggio in questo senso, può voler dire riconoscere il ruolo che le donne possono ricoprire, anche in ambiti solitamente considerati maschili e può essere un passo in avanti verso la parità di genere.
Intanto in Francia, in Austria, in Svizzera, si usa normalmente il linguaggio di genere anche negli atti ufficiali.

Ma attenzione, si potrebbe cadere in un tranello. Quello di diversificare troppo i ruoli. Di confondere gli spettatori.
Perché quando non sono stati sdoganati termini al femminile, che premiano il linguaggio di genere, alla fine poco importa se sono maschili. L’importante è dimostrare di saper fare quello che ci si aspetta da quel ruolo. Se poi si vuole fare un ulteriore passo avanti, ben venga la grammatica di genere. E non solo nel mondo del calcio.

 

 
 
 
 
 
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È una questione di identificazione. Che fa bene a chi quei ruoli li ricopre e se li è sudati duramente. Che a parità di capacità, skills, esperienze, fatica duramente per cercare di raggiungere quello che ottengono i colleghi maschi.
Sottigliezze, direbbe qualcuno. Ma è nei dettagli che di solito si fa la differenza.
Il sessismo nella lingua italiana di Alma Sabatini, pubblicato nel 1987 dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, affrontava il tema. 32 anni dopo non è che si è risolto poi molto.
Anche l’Accademia della Crusca sottolinea che la comunità scientifica internazionale si deve applicare sull’argomento, per quella che definisce come tradizione androcentrica che spesso svilisce la figura femminile usando “un linguaggio stereotipato che ne dà un’immagine negativa, o quanto meno subalterna rispetto all’uomo. Inoltre, in italiano e in tutte le lingue che distinguono morfologicamente il genere grammaticale maschile e quello femminile,  la donna risulta spesso nascosta “dentro” il genere grammaticale maschile, che viene usato in riferimento a donne e uomini (gli spettatori, i cittadini, ecc.)“.

Linguaggio di genere e la stampa francese.

Se in Italia la questione è stata sollevata durante il match degli ottavi di finale, ecco che in Francia la questione è aperta fin dalla vigilia dell’inizio dei Campionati mondiali di calcio femminile.
Il sito della nazionale femminile francese ha deciso di convertire al femminile molti dei ruoli che solitamente sono proposti al maschile. Ma si sono fermati quando si parla dell’allenatore, entreneur. Il corrispondente femminile che indica l’allenatrice della squadra, entreneuse, ha fatto un po’ storcere il naso. Un termine che non esiste sui dizionari e sul quale già nel 2014 Le Parisien si interrogava, perché più che indicare un coach indica chi nei bar invita i clienti a consumare, seducendo i clienti.
Invece, il giornale Liberation ha pubblicato un vero e proprio vocabolario, per guidare i suoi lettori alla scoperta di nuovi termini al femminile. Ponendo anche la questione del fatto che si debba parlare di calcio femminile e non di calcio in generale. Come se quello giocato da donne fosse diverso da quello giocato da uomini. Le regole sono le stesse. Perché differenziare?
Stessa scelta fatta anche da L’Equipe, altro giornale francese molto letto, che non usa i termini maschili.

I giornalisti francesi si sono posti il problema. Anche perché la lingua francese, come l’italiano, ha una forte differenziazione, nella maggior parte dei casi, tra parole femminili e parole maschili.

Giovani calciatrici

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Campionato mondiale calcio femminile 2019: le parole italiane da usare.

Dovremmo porci il problema anche in Italia? Forse sì, forse no. Non è una questione lessicale. Non solo. Anche la FIGC stessa ha deciso di “tradurre” i termini, parlando anche di capocannoniera del Mondiale e non di capocannoniere.
Ma noi abbiamo altri problemi. Come quello di sdoganare il calcio femminile. E le Azzurre ce la stanno mettendo tutta in campo per dimostrare che sono all’altezza dello sport nazional popolare. Facendo innamorare gli italiani.

Che si usino i termini al maschile o si preferiscano quelli al femminile, poco importa. Non crediamo che Sara Gama, capitano o capitana della Nazionale femminile italiana, unica italiana rappresentata dalla Barbie come esempio di stile da seguire per le giovani generazioni, possa offendersi. O criticare la scelta.
Sarebbe però contenta di leggere contenuti in cui si parla di loro come lo si fa con i colleghi maschi.
Evitando post che abbiamo visto realizzare da altri giornali nazionali dove lo scatto impietoso mostrava i capezzoli della giocatrice visibili sotto la maglietta ed il testo parlava del fidanzato, anche lui giocatore di calcio.
Le Azzurre, le donne, vogliono le stesse possibilità e opportunità. Sia dal punto di vista lavorativo e contrattuale, sia dal punto di vista della comunicazione. E quindi anche lessicale. Trovando anche per le donne un posto nel vocabolario calcistico. E di tutti gli altri mestieri che ne sono al momento sprovvisti.

Pure questa è parità di genere. Tutto il resto sono polemiche sterili che deviano dal punto centrale della questione: le donne giocano a calcio. Sanno giocare bene. E vincono.
Qualcuno potrebbe obiettare che non sono come gli uomini. Intanto sono ai Mondiali, stanno raccogliendo vittorie. E siamo solo all’inizio di un percorso. Chi non ne è ancora convinto, si sta perdendo tanto.

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Patrizia Chimera
Patrizia Chimera

Giornalista pubblicista di attualità e lifestyle. Spirito zen, curiosità innata, ama sempre mettere tutto in discussione


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