C’era una volta la bella calligrafia

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Ci sono generazioni di adulti cresciute con l’incubo della bella calligrafia. Una vera e propria ossessione di un esercito di insegnanti che non ne faceva passare liscia una. Non bisognava solo scrivere bene in italiano, bisognava avere una grafia leggibile e magari anche elegante.

Le lettere di un tempo erano vere e proprie opere d’arte da appendere in salotto come un quadro da esposizione. Lo pensiamo ogni volta che in soffitta troviamo uno scritto di nostro nonno inviato a nostra nonna dalla guerra. O quando ritroviamo vecchie cartoline ingiallite. Di quelle che non si spediscono più.

lettere

Photo by Joanna Kosinska on Unsplash

Già, la bella calligrafia non era solo un esercizio di stile. Era un dimostrare che ci tenevi a quello che stavi scrivendo. E alla persona che avrebbe ricevuto quella busta. Questo accadeva quando le lettere erano ancora lo strumento più importante per comunicare.

Aspettare le lettere faceva battere il cuore forte.

L’attesa era a volte struggente. Soprattutto quando si dovevano ricevere notizie da persone emigrate in paesi lontani o da soldati partiti per la guerra, lettere dal fronte che potevano cambiare per sempre una famiglia. Ci si scriveva di cose importanti, ma anche di emozioni, sentimenti, aspettative, speranze.

Era molto più di un foglio bianco su cui scrivere con una bella grafia. Rappresentava un collegamento con chi era lontano, un modo per sentirsi vicini nonostante la distanza, uno strumento per rendere la lontananza più lieve. Stringere al petto quelle lettere era come avere accanto a se la persona amata, il figlio lontano, il padre via per il bene della famiglia.

Quante lacrime versate sulle lettere.

Lacrime di gioia e di dolore, perché non sempre le lettere erano portatrici di buone notizie. Un po’ come i telegrammi: se li riceviamo ancora oggi, perché esistono ancora, è solo in occasione di un lutto che ci ha colpito.
Sulle lettere si poteva leggere una vita intera. Tra sbavature di inchiostro ed errori che non si potevano rimuovere con un tasto. Un po’ come nella vita, dove non abbiamo un cancellino a nostra disposizione per eliminare quello che di sbagliato abbiamo fatto o detto.

vecchie lettere e cartoline

Photo by Pascal Brokmeier on Unsplash

Tutto questo oggi non esiste più.

O meglio, è un’attività di nicchia, riservata a pochi nostalgici che non riescono a rinunciare al profumo dell’inchiostro sulla carta. C’è ancora qualche sparuto manipolo di super romantici che invia missive d’amore. Forse per sentirsi un po’ i Romeo e Giulietta di oggi. O perché hanno visto troppe commedie d’amore americane, sciogliendosi in lacrime magari per le commoventi lettere di Gerry in P.S. I love you.

Le lettere sono merce rara. Come l’ultima figurina che ci manca per completare il nostro album. Sono oggetti da collezione, memorie di un passato che ci sembra così lontano e così arcaico. Pezzi da museo d’arte. Shodō è il termine giapponese che indica proprio l’arte della calligrafia. Che nel paese del Sol Levante è molto più di una semplice scrittura. Molta attenzione viene riservata allo stile di scrittura, ai materiali usati, alla composizione finale.

Photo by Jelleke Vanooteghem on Unsplash

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Anche in Italia stiamo un po’ riscoprendo questo mondo, con il Museo degli Amanuensi di Ragogna, ospitato all’interno di un castello medievale dove nell’Opifiucium Librorum si può rivivere l’arte degli amanuensi, grazie allo Scriptorium Foroiuliense, associazione di San Daniele del Friuli.

La bella scrittura, le lettere scritte a mano diventano così oggetto da mettere in mostra. Non più da vivere e da condividere, ma da ammirare e preservare per le generazioni future. Non spediamo più nemmeno le cartoline per raccontare ad amici e parenti le nostre esperienze di viaggio. Magari le spediamo ancora per far invidia ai colleghi che sono rimasti in ufficio.

Abbiamo nuovi metodi per scrivere e per comunicare.

Più istantanei, più veloci, più immediati. Whatsapp, Facebook Messenger e tutti i servizi di messaggistica istantanea ci hanno fatto perdere il gusto di scrivere a mano. A volte non sappiamo nemmeno più come si fa, persi come siamo tra tasti da schiacciare e uno schermo da controllare!

aspettare una lettera

Photo by Daria Nepriakhina on Unsplash

Ci hanno fatto perdere l’abitudine di aspettare.

E infatti non ce la facciamo ad attendere la risposta ai nostri messaggi. Siamo sempre di fretta, anche nelle emozioni, nelle comunicazioni, nelle parole che dedichiamo magari alla persona amata. Attendiamo la spunta blu di Whatsapp come se fosse un Messia sceso dal cielo. E nemmeno possiamo immaginarci come nonni e bisnonni potessero avere la forza di attendere mesi per ricevere la risposta alle loro lettere.

Un progetto dell’Archivio Storico del Comune di Carpi spiega già a partire dal titolo che non è una società per le lettere. “Dalle lettere a Whatsapp: come è cambiato il nostro modo di comunicare“, perché il punto è tutto lì. Non sono solo cambiati i mezzi, ma anche il modo stesso con cui comunichiamo.

Niente più frasi che sembrano poesie.

Magari pensate per ore per poter esprimere in quelle lettere quello che si provava. Oggi scriviamo di getto su Whatsapp, senza nemmeno pensare. Accorciamo parole e usiamo faccine perché non abbiamo tempo per scrivere. E dimostriamo così di non avere tempo per comunicare. E tempo da dedicare alla persona che riceve i nostri messaggi.

Le abbreviazioni e gli smile possono creare equivoci e incomprensioni, ma non ci interessa. Al massimo usiamo un messaggio vocale. Così possiamo fare ancora più in fretta. E il linguaggio cambia ancora, perché si passa dalla parola scritta a quella pronunciata, più informale, più rapida, più estemporanea. E se sbagliamo a scrivere o a parlare, niente paura. Possiamo sempre cancellare il messaggio, a patto di fare velocemente. Velocità, ecco una parola che ritorna sempre e che stride con la lentezza e il ragionamento che, invece, si celava dietro la scrittura di lettere.

scrivere con la tecnologia

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bela calligrafia - scrivere a mano

Photo by Calum MacAulay on Unsplash

Così si perde anche la bellezza della parola studiata e cercata. E la lingua italiana in questo è fucina di termini sempre nuovi e stimolanti. Che però tra scritte abbreviate e faccine sorridenti stiamo perdendo. Come stiamo perdendo anche l’educazione nei messaggi. Le lettere iniziavano sempre con un “Caro” o una “Cara” e si concludevano con saluti calorosi, richieste educate di risposte che si sperava potessero arrivare. Nei messaggi a mezzo tecnologia tutto questo si è in gran parte perso.

Grazie. Per favore. Se puoi…

Parole che spesso ricorrevano nelle lettere quando si ringraziava per l’ultimo messaggio ricevuto, magari insieme a un dono gradito o quando si chiedeva di  rispondere quanto prima. Chiedendo anche magari dei favori. Gentilmente, cortesemente, con le paroline magiche grazie e per favore. Che ormai non usiamo quasi più, presi come siamo a fare sempre di corsa. Le buone maniere passano in secondo piano. Complice anche la tecnologia.

Alexa, scusa, che tempo farà domani?

Chi ha mai chiesto un’informazione per favore a Siri usando l’iPhone? Chi si è rivolto ad Alexa per accendere o spegnere le luci e poi ha ringraziato il dispositivo di Amazon? Quante volte abbiamo “chiacchierato con la tecnologia” usando le regole delle buone maniere che ci sforziamo di insegnare ai bambini, ma che poi dimentichiamo quando tocca a noi? Perdere l’abitudine è facile… Anche quando non ci rivolgiamo più all’intelligenza artificiale.

Più grazie e per favore e meno faccine. Anche se parliamo con una voce metallizzata. Per non perdere la buona abitudine.

dire grazie

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Patrizia Chimera

Giornalista pubblicista di attualità e lifestyle. Spirito zen, curiosità innata, ama sempre mettere tutto in discussione


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