Apocalittici e integrati: Umberto Eco smentito dall’apocalisse che viviamo oggi

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Enzo Verrengia
Enzo Verrengia scrive narrativa, dalla fantascienza allo spionaggio, e si occupa di giornalismo culturale collaborando alla Gazzetta del Mezzogiorno, a Conquiste del Lavoro e al portale Globalist. Ha pubblicato su Segretissimo e Urania, nonché saggi, romanzi e racconti. Traduce per la Mondadori.

Tempo di lettura stimato: 3 minutiAllarmisti e negazionisti?

Umberto Eco, semiologo della contemporaneità massificata, massificante e alla fine massocratica, riportava tutto ai termini di un confronto culturale tra apocalittici e integrati, cui intitolava il suo saggio del 1964. Nel quale si trova un capitolo dedicato alla tendenza mediatica a drammatizzare le notizie. Si tratta di “Da Pathmos a Salamanca”, in cui Eco inventa, come Borges in “Finzioni”, un autore immaginario, Milo Temesvar, specializzato nell’analisi degli orientamenti collettivi indotti dai nuovi mezzi di comunicazione. L’isola di Pathmos, dove San Giovanni avrebbe avuto le visioni di Cristo poi raccolte nel Libro delle Rivelazioni, viene accostata, tramite il fittizio Temesvar, ai dotti di Salamanca. Questi, rifiutarono la tesi di Colombo sulla sfericità della Terra e quindi sulla possibilità di circumnavigarla. Quando però i fatti diedero ragione al navigatore genovese, ne nacque un atteggiamento di rifiuto verso la modifica radicale delle concezioni precedenti apportata dalla scoperta dell’America, analogo al terrore dell’apocalisse predicato da San Giovanni.

allarmisti negazionisti
Photo by Caleb George on Unsplash

Con questo, Eco intendeva smentire gli alfieri di un pessimismo catastrofico che negli anni ’60 avversavano lo svecchiamento della società occidentale, soprattutto in Italia. E scriveva: «Si hanno allora i tecnici dell’Apocalisse, specializzati nel dimostrare che il nuovo orizzonte di problemi è radicalmente equivoco, e che occorre rifarsi ai valori di un tempo per garantire all’umanità la sopravvivenza».
Apocalittici e integrati” era una risposta verbosa e ingolfata del repertorio mediatico dell’epoca (fumetti, letteratura popolare, edizioni tascabili e 45 giri) a Elémire Zolla, che aveva da poco pubblicato “Eclissi dell’intellettuale”, invettiva contro il livellamento verso il basso della conoscenza e dell’arte attraverso una divulgazione che era invece volgarizzazione.

Gli avvenimenti successivi hanno confermato questo allarme e smentito l’ottimismo di Eco

Dall’esito sanguinario del ’68 italiano –opposto quello francese, che era fiorire di creatività non dottrinale– negli anni di piombo, dal riflusso a Mani Pulite, e, sul piano geopolitico, dalla caduta del Muro al caos che ne è seguito, alle guerre asimmetriche, all’ascesa del terrorismo e alla dittatura mondiale finanziaria che Viviane Forrester ha definito “orrore economico”, e da ultimo la pandemia. L’apocalisse è avvenuta sul serio, nonostante la visione di Eco, anzi, si consuma ad ogni notiziario televisivo e in permanenza su Internet, il Grande Buco Nero informatico che ingoia la realtà in un’implosione di pixel.

Certo, le fonti delle notizie, soggette anch’esse al totalitarismo del mercato, più che informare vendono spezzoni di cronaca rimpolpati di spettacolarità, paranoia e angoscia che fanno business. Ma all’origine vi sono crisi effettive, pervasive e quindi ripetitive. Insomma, si è nell’era dell’apocalisse permanente. Uno status che da sempre caratterizzava le aree sottosviluppate del pianeta, dove l’infuriare degli elementi della natura non dipendeva (e non dipende) dalle manomissioni dello sviluppo ma semplicemente dalla geografia. Si considerino l’alta sismicità del Giappone e dell’Indonesia, i monsoni e l’incubo delle foreste pluviali. A quelle latitudini il clima era pazzo prima che impazzisse su scala planetaria. Oltre agli scontri tribali, etnici e religiosi, alla violenza cronicizzata e all’arretratezza mentale, refrattaria ad ogni iniezione evolutiva. Nel caso della Cina, abitudini alimentari che hanno provocato la pandemia, già prevista da David Quanmen nel suo saggio ormai epocale “Spillover”.

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Photo by Joseph Chan on Unsplash

È la globalizzazione che ha funzionato al contrario

Anziché trasferire blocchi di aggiornamento sociale e tecnologico dal mondo avanzato a quello retrogrado, ha fatto il contrario. La capillarizzazione mediatica assorbe in circolo nella quotidianità dell’occidente il selvaggio (mai buono, come credevano gli illuministi) insito dall’altra parte. Così nella rete circola il peggio di un’umanità ormai disumana, e dal cyberspazio trabocca nel concreto. Sesso patologico, religioni parodistiche, quando non pericolose, incultura, analfabetismo, subletteratura, diventano la misura della nuova condizione esistenziale. Riverberata nel terrorismo incontrollabile, nel degrado urbano, nel dilagare delle gang, nella droga, nella scemenza sovrana, nella possibilità di eliminare l’apprendimento e sostituirlo con la consultazione istantanea del web. È questa l’apocalisse permanente. Perché hanno vinto gli integrati, quelli che credono nelle “spiegazioni”, nelle “giustificazioni”, nelle “astrazioni”.

Mentre oggi vi sarebbe bisogno di un’unica, globale, “espiazione”

Leonardo Sciascia l’aveva presagito per la penisola in “Il giorno della civetta”, dove afferma che l’ombra della palma si allunga fino al nord. Ne sanno qualcosa a Milano e dintorni, dove le mafie meridionali contaminano affari e politica. A loro si sono aggiunte quelle ulteriormente meridionali rispetto al meridione. Le gang latinos, le triadi cinesi, e soprattutto gli apparati criminali nigeriani, che hanno surclassato camorra e ‘ndrangheta, nei quali il business del narcotraffico, della prostituzione e delle truffe informatiche s’intreccia con rituali animisti ultraviolenti di puro stampo africano.

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Jacques Callot, il “pittore dei pezzenti”, raffigura nella Fiera dell’Impruneta una massa di derelitti, mostri, buffoni, lestofanti e meretrici. Sembra l’iconografia maledetta dell’apocalisse permanente. Ma c’è anche uno scrittore pugliese vincitore del Premio Napoli nel 1979, Nino Casiglio, che un anno prima de “Il nome della rosa”, pubblicò un romanzo emblematico, “La strada francesca”. Si riferiva alla rete viaria che conduce da Roma alle coste adriatiche, lungo la quale un ragazzo dell’età barocca vaga alla ricerca di uno zio fuggitivo dall’Inquisizione. Il quadro che se ne ricava è appunto quello di un’apocalisse che impera da sempre e per sempre, senza mai diventare definitiva. Il che non attenua ciò che Rudyard Kipling definì “il fardello dell’uomo bianco”. E non si riferiva a un colore della pelle e a una razza, bensì a un livello spirituale prima ancora che intellettuale.

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