Perché le storie ci insegnano letteralmente a vivere

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Le grandi storie, d’amore, d’avventura, di guerra, allegre o tristi, arrivano da lontano, molto lontano. Ogni storia che possiamo trovare oggi in un libro o anche in un film non è inventata: è solo ritrovata, perché gli archetipi narrativi sono stati ideati fin dalla notte dei tempi, da quando i Greci hanno cominciato a raccontare storie con il mito e gli eroi antichi e anche prima. Quindi se ci siamo appassionati per storie come quella di Anna Karenina, di Romeo e Giulietta, di Cime tempestose, o del Conte di Montecristo, o di Oliver Twist, ricordiamoci che i miti antichi, le commedie latine e le tragedie greche avevano già narrato tutto. Anche le storie che leggiamo oggi, o che vediamo al cinema, altro non sono che la rielaborazione di modelli narrativi archetipici, modificati con mille varianti e modificabili (forse) all’infinito.
Già da molto molto piccoli eravamo affascinati dalle storie che la mamma ci raccontava o ci leggeva, e questo bisogno non si è mai spento nel corso della nostra esistenza. Cambiano solo i modi e i mezzi di narrare le storie: pensiamo al cinema, alla televisione, alle serie che imperversano oggi in rete.

Ora, può sembrare scontato il fatto che a tutti piacciano le storie, eppure non lo è. Tutti hanno bisogno di storie, è vero, ma proviamo a vedere realmente perché.
A chi venisse chiesto perché vada al cinema, legga un libro o ascolti in generale una storia, risponderebbe certamente per divertirsi, svagarsi, emozionarsi, distrarsi. Tutte cose sicuramente vere. Ma se andiamo ad indagare, scopriamo che ci sono altre motivazioni più profonde che ci spingono ad avere letteralmente bisogno di storie.
Innanzitutto ci vengono in aiuto gli psicologi, che ci dicono che l’avere bisogno di storie è legato a entità biologiche specifiche: i neuroni. Ebbene sì. Si conta che ci siano cento miliardi di neuroni nel cervello adulto e che ogni neurone possegga dalle mille alle diecimila connessioni. Quindi il numero di trasformazioni e combinazioni dell’attività del cervello è così stratosferico che supera il numero delle particelle elementari dell’universo.

Studiare il cervello di persone che hanno subito danni od utilizzare elettrodi per esplorare il cervello di persone sane, sono modi per indagare questo incredibile strumento di cui siamo dotati.
Esiste poi una particolare specie di neuroni, scoperti tra gli anni ’80 e ’90 da un gruppo di ricercatori italiani dell’Università di Parma guidati da Giacomo Rizzolatti, che si chiamano neuroni specchio, cioè quei neuroni che si attivano quando un soggetto compie un’azione e quando vede un altro compiere la stessa o un’altra azione. Pensiamo ai bambini piccoli che emulano le nostre espressioni, vedendoci, e che dopo averci visto fare la lingua, ripropongono essi stessi la medesima azione. Imitare è però un’azione complessa, e richiede che il mio cervello adotti il punto di vista della persona che ho di fronte.
E anche se non ci pensiamo mai, l’emulazione è un’attività fondamentale per l’evoluzione. Ma perché è così importante? Circa 75.000 anni fa l’uomo ha iniziato a sviluppare attività importantissime, come l’uso di certi utensili, l’utilizzo del fuoco, la capacità di capire le espressioni dei suoi simili e il loro comportamento, e tutto questo in maniera “relativamente” rapida. Grazie ai neuroni specchio, imparando a imitare l’attività dei nostri simili, quando si era davanti ad una scoperta, si faceva in modo che questa venisse riproposta dagli altri e non cancellata dalle loro menti.

Foto di seth0s da Pixabay

Queste conoscenze scientifiche sono necessarie per arrivare alla constatazione centrale di questo articolo e cioè che in realtà ascoltare e vedere storie, oltre a divertirci e farci passare il tempo, ci aiuta ad esercitarci a vivere: ci aiuta a metterci nei panni di altri, a processare azioni come realistiche o impossibili, giuste o sbagliate, a metterci nella condizione di immedesimarci in un personaggio, di interrogarci su come avremmo agito se ci fossimo trovati in una determinata situazione.

Insomma le storie, in primis quelle dei grandi romanzi della letteratura, ma anche storie più semplici e recenti, ci aiutano davvero a vivere: fanno sì che la realtà sia sostenibile per noi, perché meglio osservabile ed interpretabile nei suoi dettagli esistenziali e nelle circonvoluzioni delle possibilità del caso.
Imitare attività complesse è infatti quello che chiamiamo cultura e le storie che leggiamo nei libri, soprattutto nei bei libri, quelli profondi, intensi e ben scritti, non sono altro generalmente che il risultato di quella che è la nostra società, la nostra cultura. Per capire la società di un’epoca, oltre ai trattati storici, ci è utilissimo infatti leggere le sue storie, che si tratti di romanzi, di leggende, di favole o altro.

Ma non abbiamo solo bisogno di storie: abbiamo anche bisogno che queste abbiano una fine e di sapere come va a finire. Questi due bisogni sono legati ad un concetto molto semplice: il fatto che il caos ci disorienta; tutto ciò che non è chiaro ci lascia infatti perplessi, infastiditi, intimoriti, dubbiosi. Ecco perché le storie che non hanno un finale preciso, non ci piacciono o ci piacciono poco: perché ci lasciano nel dubbio.
Quindi siamo disposti anche ad accettare un finale negativo, purché si sappia come va a finire. Pensiamo ad una proposta d’amore. Se siamo innamorati di qualcuno e questa persona ci lascia in sospeso per tanto tempo, stiamo peggio rispetto al caso in cui quella persona ci chiarisca subito che per noi non c’è speranza.

Così ci affezioniamo ai protagonisti (ogni buon scrittore sa che non si può far morire il protagonista, o quantomeno non ad inizio o a metà storia. Anche se qualcuno, pensiamo al creatore del Trono di spade, ha abituato i suoi lettori a tutt’altro, spiazzandoli di continuo). Ci affezioniamo a loro, con i loro difetti e i loro pregi, entriamo nei loro pensieri, nelle loro vite, ci immedesimiamo, lottiamo con loro, parteggiamo per loro e, con loro, soffriamo. E ogni volta che facciamo tutto questo, non è semplicemente per passare il tempo o svagarci. No, lo stiamo facendo proprio per esercitarci a vivere. Ci stiamo allenando senza rendercene conto alla vita, alle situazioni, ai casi, alle possibilità, all’esistenza, così imprevedibile e talvolta difficile. Ecco, magari ricordiamocelo, la prossima volta che inizieremo a leggere un libro o a vedere un film.

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Angela Guardato

Docente di Lettere. Scrittrice. Curiosa. Ha pubblicato il libro di poesie: "Se sapessi contare".


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