Ventimila leghe sotto i mari, metafora della società liquida in cui siamo immersi

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Da un po’ di tempo mi domando se il fantastico romanzo di Jules VerneVentimila leghe sotto i mari” possa essere letto come una grande metafora del mondo liquido in cui siamo immersi.
Non occorre fare riassunto dell’opera, tutti sappiamo che la storia si svolge a bordo di un tecnologico sottomarino, il Nautilus. Oltre al comandante, il Capitano Nemo, tre sono i protagonisti della vicenda: il naturalista Pierre Aronnax, il suo servitore Conseil e il burbero fiociniere canadese Ned Land.
Un’occhiata ai nomi e siamo subito trasportati in una dimensione più importante di quella che ci attenderemmo da un romanzo di avventura. Nella Bibbia Aronne è il fratello di Mosè e diventa il portavoce della rivelazione divina per la scarsa eloquenza del più famoso fratello. Trovato Aronne ci manca un Mosè, potremmo forse trovarlo nel capitano Nemo, il comandante del Nautilus, poco incline alle chiacchiere (come Mosè, nella Bibbia definito pesante di lingua, probabilmente perché balbuziente) e uomo estremamente misterioso. Il nome del Capitano rimanda anche al mito di Ulisse che afferma di chiamarsi Nessuno (Nemo in latino) di fronte al ciclope Polifemo. Ulisse naviga in cerca della sua patria, Nemo sembra navigare per il motivo opposto, è in fuga dal mondo e si vuole tenere lontano dagli esseri umani.

Photo by Christelle BOURGEOIS on Unsplash

Il capitano prende a bordo i tre naufraghi definendoli ospiti, in realtà essi capiscono subito di essere dei reclusi, prigionieri però di una macchina che ha tanto da offrire, e sembra anzi donare più di quello che toglie. Dietro ai vetri illuminati del Nautilus (antiurto come le pellicole che attacchiamo sugli schermi dei nostri smartphone) si squaderna un mondo meraviglioso. Di fronte a tale bellezza i tre protagonisti, entusiasti, quasi si dimenticano della propria condizione di reclusi.
Non possiamo certo stupirci di questa prigionia volontaria se, incollati agli schermi luminosi dei nostri telefonini, anche noi navighiamo, cercando di non essere Nemo/Nessuno, sacrificando sempre di più la nostra autonomia per una scarica di superficiale piacere.
Dal rapporto Global Digital 2018 veniamo a sapere che oltre quattro miliardi di persone nel mondo utilizzano internet e oltre tre miliardi utilizzano social network. Il numero di schede SIM ha superato il numero di abitanti mondiale. In Italia in media passiamo 6 ore al giorno collegati ad internet. E non proviamo ad accampare scuse; anche se ogni ora su Facebook vengono caricate 10 milioni di foto non possiamo certo dire che sui nostri schermetti vediamo cose all’altezza di quelle che il Capitano Nemo mostra ai suoi “followers”.

Oltre a fantastiche creature marine ammirate nel loro habitat naturale, i nostri tre amici visitano una foresta subacquea, accarezzano una perla grande come una noce di cocco, percorrono uno sconosciuto passaggio sotto Suez prima ancora che il canale sia costruito, si difendono dall’attacco di gigantesche piovre dal becco di pappagallo e addirittura vanno a passeggio tra le rovine della mitica Atlantide. Rassegniamoci dunque; noi siamo disposti a rinunciare alla nostra indipendenza anche per molto meno.

Procediamo. A conferma della metafora prima evocata, Nemo parla praticamente solo con Aronnax; gli rivela l’esistenza di un manoscritto in cui sono narrate vita ed avventure del capitano. Ci risiamo, anche Mosè parla prevalentemente con Aronne e abbiamo notizie di sue rivelazioni segrete, quelle che passano poi nella tradizione talmudica dell’ebraismo. Se vogliamo indugiare ancora nel parallelo, il capitano vuole che alla sua morte questo manoscritto venga deposto in un contenitore galleggiante per poi essere ritrovato da qualcuno. Mosè non è forse il “salvato dalle acque”? Non venne trovato in un cesto galleggiante?

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Ma torniamo a noi, cioè a loro. Prigionieri e quasi felici di esserlo, come noi lo siamo dei nostri strumenti di distrazione ultimo modello, come noi che navighiamo per molte ore, giorno e notte, sopra e “sotto coperta”, come noi che ci sentiamo rapiti ma non riusciamo a fare a meno dei nostri lucenti aguzzini. Che cosa libera i nostri amici da questa partecipata rinuncia alla propria libertà?

Il moto scatenante che li spinge alla fuga è una spietata strage compiuta dal Capitano Nemo. Riflettiamo meglio facendo un po’ marcia indietro. Il capitano aveva facoltà di chiedere ai tre di restare chiusi nella loro cabina quando lo avrebbe ritenuto opportuno. Durante il viaggio capita una sola volta, i tre si chiudono in cabina e si addormentano sotto effetto di sonnifero (e Aronnax se ne accorge), al risveglio trovano un marinaio ferito a morte e sospettano di un qualche attacco compiuto dal Nautilus ai danni non si sa bene di chi o che cosa.
Con le informazioni che avevano prima del naufragio, cioè le tante navi colate a picco dal presunto “mostro” e l’incidente mentre stavano dormendo, il quadro doveva essere abbastanza chiaro. Il Nautilus di tanto in tanto sferrava violenti attacchi ad altre navi. Il Nautilus quindi non è più solo la meravigliosa macchina che li conduce a scoprire fantastici scenari nelle profondità marine, ma è uno strumento di guerra e di morte.

Conoscere queste cose però non provoca praticamente nessuna reazione. Un vero e proprio moto di sdegno abbiamo invece quando l’evento avviene davanti agli occhi dei tre passeggeri: il Nautilus sperona una nave e addirittura ne segue morbosamente l’affondamento inabissandosi con essa per poter meglio vedere dai suoi vetri (che fuor di metafora possiamo chiamare gli schermi dei nostri device) gli ultimi minuti di agonia dell’equipaggio.

Photo by Sara Cottle on Unsplash

Eccoci! Praticamente inerti ed assuefatti di fronte alla conoscenza di tanti crimini che ci circondano e mossi improvvisamente a commozione solamente di fronte a qualcosa che ha un forte impatto visivo. Gli esempi potrebbero essere tantissimi, ma basti ricordare uno degli ultimi in termini di tempo; tutti eravamo a conoscenza del grande numero di persone, uomini donne e bambini, che periscono in mare nella speranza di approdare sulle nostre coste, un grande shock però è stato quello di vedere la fotografia di Aylan, il bimbo senza vita in riva al mare, vestito come i nostri figli, con una maglietta vivacemente rossa, e il capo rivolto altrove. Di fronte a questa straziante immagine abbiamo urlato: “Mai più!”, salvo ovviamente scordarcene quindici giorni dopo.

Per utilizzare le parole di David Harvey (in Crisi della modernità), “l’estetica ha avuto la meglio sull’etica”, non ci basta sapere qualcosa, per attivarci occorre vederla, averne un’immagine, che magari riesca a colpire non solo l’occhio ma anche e soprattutto lo stomaco.
Ci sono speranze? I nostri tre eroi (chiamiamoli così) si decidono a scappare dal Nautilus e riescono a farlo proprio pochi istanti prima che esso fosse risucchiato da un Maelstrom, un vortice spaventoso.
Il Nautilus ci avverte, sempre immersi in un flusso continuo di informazioni e stimoli, di come i nostri sensi possano essere intorpiditi da questa massa infinita di input che non riusciamo a trattenere, richiamati subito a voltare il capo verso un’altra lucina colorata che ci attrae, e ci astrae, sempre di più dal mondo che ci circonda.

Aronnax, Conseill e Ned si salvano, ma riusciremo noi a trovare scampo prima di essere risucchiati mentre, ignari, navighiamo in questo mare che diventa di giorno in giorno più agitato?

 

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Rolando Ruggeri

Intento a curiosare e scrivere su varia umanità. Ha pubblicato il libro "La saggezza laica della Bibbia. Genesi".


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