Letteratura del contagio universale

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Enzo Verrengia scrive narrativa, dalla fantascienza allo spionaggio, e si occupa di giornalismo culturale collaborando alla Gazzetta del Mezzogiorno, a Conquiste del Lavoro e al portale Globalist. Ha pubblicato su Segretissimo e Urania, nonché saggi, romanzi e racconti. Traduce per la Mondadori.

 

 

Il Coronavirus è l’ennesima variante dei grandi contagi che attraversano la Storia.

La peste di Atene scoppiò all’incirca nel 430 a. C., durante la seconda guerra del Peloponneso, e tornò ad intervalli altre due volte, nel 429 e nell’inverno 427-426 a.C. Anticipando nella realtà la filosofia nichilista del drammaturgo Antonin Artaud e il pessimismo di Albert Camus, il morbo stravolse la struttura civile, religiosa ed
economica della città-stato. Gli ateniesi non rispettavano più le leggi, disertavano le cerimonie religiose e spendevano tutto il denaro, sentendosi braccati da una morte che toglieva loro ogni prospettiva di esistenza normale.
La memoria europea conserva l’orrore della Black Death, la morte nera del 1348. William di Dene, un monaco di Rochester, scrisse ciò che vide nella zona del Kent dove viveva:

Con nostro grande dolore, il morbo si portò via una sì vasta moltitudine di persone di ambo i sessi che non si trovava nessuno per portare i corpi alla tomba.

La recrudescenza a Londra nel 1665, fu narrata nel 1772 da Daniel Defoe in A Journal of the Plague Year, diario dell’anno della peste, antesignano di tutta la letteratura sulle catastrofi sanitarie. Una propaggine dell’epidemia è quella de I promessi sposi.

Nel romanzo di Michael Crichton Andromeda (1969) si ipotizzava l’arrivo di un virus dallo spazio. Contro il quale si mobilitava una struttura in seguito realizzata dal vero con il Centro di Controllo delle Malattie di Atlanta.
Un libro dal destino preannunciato nel titolo: Io sono leggenda. Il romanzo di Richard Matheson non smette di avvincere dalla sua prima edizione, nel 1954. La civiltà distrutta da un’epidemia che trasforma tutti in vampiri, tranne il protagonista, aggiorna ai terrori biologici dell’età contemporanea quelli soprannaturali del passato. E non attraverso una scrittura gotica, densa di evocazioni e incubi, bensì con una secca e diretta fotografia degli eventi che sembra uscita dalle pagine di Hemingway. Facile spaventare a parole forti, sublime riuscirci con una prosa depurata di ogni aggettivo.

Io sono leggenda ha avuto diverse trasposizioni cinematografiche.

l film diretto nel 2007 da Francis Lawrence, con Will Smith, era il quarto.
Fu lo stesso Matheson a scrivere la sceneggiatura de L’ultimo uomo della Terra, girato da Ubaldo Ragona nel 1964 con scarsissimi mezzi e straordinaria efficacia, grazie soprattutto all’interpretazione di Vincent Price, nei panni dello scienziato che scopre di essere immune al virus che ha ridotto gli altri in emofagi, divoratori di sangue.
Nel 1968, George A. Romero rende i sopravvissuti esseri affamati di carne umana, con La notte dei morti viventi, da cui si diramerà la saga autonoma degli zombie.
Infine Boris Sagal, regista di 1975 Occhi bianchi sul pianeta Terra, del 1970, con un Charlton Heston che si batte contro orde di nevrotici affetti da fotofobia e ossessioni religiose.

In Il quarto cavaliere, di Alan Nourse, medico-scrittore come Crichton e inventore del termine Blade runner, si delinea una mutazione di peste che mette in pericolo l’intera umanità.
Due romanzi di Tom Clancy, Poteri esecutivi e Rainbow Six, sono imperniati sul rischio di virus diffusi negli Stati Uniti da terroristi.
Trame che tornano in Contagio letale e Omega, di Patrick Lynch, best-seller a rimorchio del film Virus letale, diretto nel 1995 da Wolfgang Petersen.
Il tutto però è poca roba di fronte all’affresco tragico de L’esercito delle 12 scimmie, di Terry Gillian. L’ex Monthy
Python, già cantore di un futuro disarmante come quello di Brazil, ha saputo evocare un domani che più cupo non si può, nell’apologo di un’epidemia manovrata da élites tecnocratiche nientemeno che attraverso la macchina del tempo.

apocalisse

Photo by Dean Maddocks on Unsplash

I sopravvissuti e Virus.

Nella serie televisiva inglese I sopravvissuti, di cui esistono due versioni, quella originale del 1975 e il rifacimento del 2008, un virus ha sterminato il genere umano, tranne i pochi del titolo.
Virus (1999), di John Bruno, capovolge la prospettiva: gli extraterrestri scoprono che l’uomo è un’infezione che mette in pericolo l’universo, e decidono di eliminarlo. In 28 giorni dopo, pellicola del 2002, le isole britanniche sono decimate da un’epidemia di rabbia che trasforma gli umani in folli omicidi. Un monito dal registro
violentissimo, che esprime la visuale dei due allora giovani autori: il regista Danny Boyle, all’epoca reduce da Trainspotting, e lo sceneggiatore Alex Garland, giunto al successo con il romanzo The Beach. Per le strade di una Londra dove si aggirano indemoniati, ogni sequenza si risolve in dosi massicce di sangue da grafica
computerizzata.

Tornando alla “narrazione” della realtà, nel Regno Unito il Dipartimento per la Gestione delle Emergenze Nazionali ha elaborato un rapporto sui microrganismi “invulnerabili” ai farmaci.
Thomas R. Frieden, in passato Direttore dei Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta, il presidio americano contro le aggressioni di morbi conosciuti e non, dichiarò:

Siamo entrati in un’epoca post-antibiotica.

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Enzo Verrengia

Enzo Verrengia scrive narrativa, dalla fantascienza allo spionaggio, e si occupa di giornalismo culturale collaborando alla Gazzetta del Mezzogiorno, a Conquiste del Lavoro e al portale Globalist. Ha pubblicato su Segretissimo e Urania, nonché saggi, romanzi e racconti. Traduce per la Mondadori.


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