95 anni fa nasceva Camilleri: lo scrittore testimonial della Sicilia

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Nasceva il 6 settembre del 1925 Andrea Camilleri, il papà di Montalbano.
Sceneggiatore e regista teatrale fino ai suoi primi 70 anni. Dopodiché, all’età in cui si potrebbe andare in pensione, inizia la sua prolifica e fortunata fase in cui si cimenta scrittore. Tra l’altro, fra i più richiesti d’Italia. E noto alle masse anche per il successo riscosso con la trasposizione televisiva, interpretata da Luca Zingaretti.
L’ultimo capitolo della saga del commissario Montalbano Camilleri lo ha scritto nel 2019, all’età di 93 anni.
Passione, dedizione, cervello.
Negli ultimi anni non ci vede praticamente più e detta.
Ma, senza la vista, si acutizzano gli altri sensi e la memoria diventa più forte, come ha detto lui stesso.
Così Camilleri scrive. Ma è più lento. Forse è meglio, sempre lui con ironia, così riesce a soddisfare chi lo rimprovera di scrivere troppi libri.

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Lo scenario che fa da sfondo alle vicende del Commissario è la Sicilia.

Approfittava dell’occasione per ricrearsi una Sicilia sparita, dura e aspra, una riarsa distesa giallo paglia interrotta di tanto in tanto dai dadi bianchi delle casuzze dei contadini.

Una Sicilia che era quella di un tempo che fu, di quando era giovane. Mentre oggi è vittima del cemento e dell’abusivismo.
Da alcuni definita magica. Da altri troppo distante dalla realtà.
Ma tant’è che Camilleri è uno dei migliori testimonial possibili per l’isola, per quella Sicilia tratteggiata con cotanto affetto e vicinanza, da farlo scrivere in italiano e siciliano. Anche se un siciliano che sembra, ma non è veramente siciliano. Camilleri si esprime scegliendo un’autonomia di linguaggio, il vigatese, che attinge dalla scuola poetica siciliana (qui un vocabolario online del Camilleri linguaggio).

Io facevo sempre tardi la notte. Un giorno mia mamma si scocciò e mi fece questo discorso che riferisco testualmente: «Nenè, figliu mè, cerca di arricamparti prima la sira. Pirchì si iu nun sentu la porta ca si chiui, nun arrinesciu a pigliari sonnu. Perciò, fallu pì mmia. E se questa storia dura ancora, io ti taglio i viveri e voglio vedere cosa fai fino alle 3 di notte».

Spiegai alla giornalista: «Vede, la prima parte, che è una mozione degli affetti, è tutta in dialetto. La seconda parte, che è un’intimidazione, è in lingua italiana. Questa è una divisione sostanziale nel nostro modo di parlare. Una minaccia, un’intimidazione è in italiano, una cosa d’affetto è in dialetto» (da intervista su l’Espresso).

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Nei romanzi di Camilleri c’è natura

Ma come disse lui stesso

È presente in modo del tutto casuale. Rispetto alla natura ho la stessa posizione che aveva zio Luigi (Pirandello n.d.r.) che di fronte a dei meravigliosi paesaggi usava dire: “ma quanto è stupida la natura”. Ora io non arrivo a dire lo stesso però credo che se fossi vissuto nel periodo Sturm und Drang, in cui bisognava adeguare la natura ai sentimenti, sarei stato un infelice. Io la natura la guardo, me ne servo, ma non è un elemento indispensabile nei miei racconti.

La Sicilia, comunque, è fatta più dalla sua gente, che dalla natura…
Rispetto alla natura, la gente è ancor più complessa e variegata. Il bello della Sicilia è la scoperta quotidiana di siciliani sempre diversi. Chiudere il siciliano in un ruolo di tanghero scostante è un errore grosso. Certo che esiste un siciliano di questo tipo ma c’è anche il sangue di tredici dominazioni. Credo che oggi, noi siciliani, abbiamo l’intelligenza e la ricchezza dei bastardi, la loro vivacità e arguzia.
(Da Intervista di Maruzza Loria – IL SECOLO XIX – 31/07/2001)

Da Repubblica.it su Pinterest

Nel ricordare la figura di Camilleri il WWF aveva sottolineato l’amore per la sua terra che traspariva dalle parole, ma anche il non nascondersi dietro le parole e usarle per sostenere anche battaglie di tipo ambientale e sociale. «L’amore per la natura e per il mare non è testimoniata solo dalla passione del commissario Montalbano per il nuoto. Camilleri si schierò apertamente prima per la campagna contro le trivellazione in Val di Noto e poi a sostegno del referendum contro le trivelle del 2016».

Non capisco perché nel linguaggio dei politici e dei governanti con “grandi opere pubbliche” si intenda solo ed esclusivamente la costruzione di ponti, gallerie, autostrade. Che spesso e volentieri, sia detto tra parentesi, si rivelano essere né impellenti né necessarie, ma sicura fonte d’illeciti guadagni. Mi chiedo: mettere mano a Pompei, che se ne cade letteralmente a pezzi, non sarebbe una grande opera pubblica? E non lo sarebbe anche una vera riforma universitaria che adeguasse i nostri atenei alle richieste di lavoro del mondo d’oggi, dotandoli di attrezzati laboratori di ricerca? E come definire altrimenti la ristrutturazione e l’attenta manutenzione dei nostri archivi storici che sempre più s’approssimano allo sfacelo?

Camilleri era molto ironico e assolutamente non bacchettone.
Forse lo avrebbe divertito essere parte di uno scatto che poteva diventare una delle migliori cartoline turistiche per la sua Sicilia.
Una bionda ignota turista, munita di stivali, è salita a cavalcioni sulla tua testa.
In molti si sono indignati gridando allo scandalo e al poco rispetto.
Ma Camilleri forse si sarebbe invece molto divertito. Suo il motto

Adoro chi osa. Odio chi usa.

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