Alienazione e sostenibilità. Raccontate da letteratura, arte e cinema

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Società di massa e consumismo

Ciò che apre la strada per i cittadini europei alla società di massa a fine Ottocento sono soprattutto il Positivismo, la seconda Rivoluzione industriale e la cosiddetta Belle époque, che si situa tra la fine della lunga depressione, con la nascita del cinema nel 1895 e lo scoppio della Prima guerra mondiale, nel 1914. E non è forse un caso che la prima ripresa di qualcosa in movimento mostrata al pubblico sia proprio quella degli operai che escono dalla fabbrica dei Lumière.

Simboli di questa nuova epoca sono la velocità, il progresso, le macchine, i bei vestiti, le telecomunicazioni, le automobili. Gli oggetti inventati e prodotti dalla seconda Rivoluzione industriale cambiano completamente la vita delle persone: dopo i beni di consumo immediato, come i tessuti, introdotti con la prima Rivoluzione industriale, ora le famiglie possono acquistare beni di consumo durevoli, come il telefono, la macchina fotografica, l’automobile e così via. Nasce il consumismo, che inizia ad essere espletato anche presso i nuovi grandi magazzini che si diffondono nelle città.

La catena di montaggio, ideata da Henry Ford, permette in fabbrica di realizzare la produzione in serie. Il lavoro, seguendo le teorie di Frederick Taylor, viene parcellizzato in piccole semplici operazioni eseguite da un operaio in maniera più precisa, più rapida e ad un costo minore. Aumentano le scoperte in campo scientifico, tecnologico, medico, chimico e meccanico e le società aumentano in produzione e popolazione.

Le persone si ritrovano catapultate dunque in una realtà di massa, vivendo in agglomerati urbani che, anche grazie alla disponibilità di nuovi mezzi di trasporto e comunicazione, rendono più facili i contatti con gli altri.
Ma tutto questo splendore inizia ben presto a rivelare l’altra faccia della medaglia: le città iniziano ad essere inquinate, i rapporti tra le persone assumono sempre più un carattere anonimo e impersonale e molte persone, le più povere, restano ai margini della società e la ricchezza finisce per essere goduta solo da pochi.

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L’arte inizia ad essere mercificata.

Riprodotta in serie, perdendo la bellezza dell’originalità del pezzo unico. I lavori nelle fabbriche, con orari massacranti e mansioni spersonalizzanti, iniziano a generare nei singoli il senso di alienazione.
Ma gli artisti, che come sempre, annusano nell’aria per primi i cambiamenti della società, soprattutto quelli più negativi, avevano già iniziato a descrivere in maniera critica questa corsa ai consumi e al cosiddetto progresso.

Progresso e degrado.

Non c’è bisogno di attendere il 1900 per intravedere le prime critiche in tal senso: già Giovanni Verga nel suo celebre I Malavoglia del 1881, come in altri suoi scritti, andava, a fine Ottocento, criticando aspramente “la fiumana del progresso” che avrebbe presto trascinato come un fiume i più deboli, e coloro che non sarebbero riusciti a stare al passo con i tempi che stavano cambiando. E se Verga si riferiva più ad un contesto regionalistico e tutto italiano, non molto lontano, in Francia, il naturalista Emile Zola, (a cui si ispirò infatti Verga col Verismo) aveva già espresso contenuti inerenti al degrado dei sobborghi urbani di una Parigi già ben industrializzata, con i suoi lati oscuri e le miserie dei poveri diavoli che cercavano ogni giorno di sbarcare il lunario.

Ricordiamo la vicenda di Gervaise, nel romanzo del 1876,  L’Assommoir (o l’ammazzatoio, che indicava il bar dove i tanti operai andavano ad affogare i propri dolori nell’alcol). Il romanzo racconta la tragica storia del tentativo fallito di riscatto di una giovane donna, in un mondo dominato da uomini senza scrupoli e sogni infranti dalla miseria quotidiana e dall’indifferenza della gente.

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Alienazione.

Ma per arrivare ad una più chiara esplicitazione del concetto di alienazione legata al mondo del lavoro ed ai rapporti sempre più difficili tra le persone, dobbiamo arrivare a Pirandello e Svevo, veri creatori e principali esponenti del romanzo moderno europeo. Collegati alle scoperte della psicanalisi di Freud e dell’inconscio, alla teoria della relatività di Einstein e alle correnti artistiche delle avanguardie, prime fra tutte l’Espressionismo, iniziamo a intravedere tra le righe dei loro romanzi, come tra le pennellate delle tele dei pittori, tutto il malessere che già da un po’ aveva iniziato a serpeggiare tra la gente comune.

Le mille sfaccettature della psiche umana.

L’incomunicabilità, la frantumazione dell’io, le maschere, sono infatti solo alcune delle tematiche messe in gioco da Pirandello, che in romanzi come Uno, nessuno e centomila del 1926 inizia ad indagare i dubbi dell’uomo e le mille sfaccettature della psiche dell’animo umano, che gridano rabbiosamente per uscir fuori. Qui non possiamo che avere in mente il meraviglioso e straziante dipinto di Edvard Munch, L’urlo, del 1893.

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Proprio come la parvenza di uomo che grida disperato nel quadro, si ritrova anche Vitangelo Moscarda, protagonista pirandelliano di Uno, nessuno e centomila, che da una, all’apparenza sciocca, osservazione della moglie sul naso di lui, mentre i due sono davanti allo specchio, si ritrova a constatare come ogni persona sia costituita di infinite sfaccettature che gli altri non conoscono se non a tratti, e con i quali non si riesce mai davvero ad entrare in relazione. Quindi non esistiamo solo noi per come siamo, ma anche noi per come noi stessi ci vediamo, e tanti altri noi quanti sono gli altri che ci guardano e si rapportano a noi.

La società diventa apparenza.

Emblematico è anche il caso dell’operatore di macchina da presa Serafino, nell’opera Quaderni di Serafino Gubbio operatore, sempre di Pirandello, del 1925, dove un macchinista addetto alle riprese cinematografiche e reso muto perché scioccato da un episodio violento occorso su una scena che stava filmando, si ritrova a meditare su cosa sia diventata la società. Essa è divenuta un mondo di apparenze, di belletto e di passatempo, per chi può permetterselo, dove l’autenticità del singolo non solo è dimenticata, ma non interessa a nessuno: ciò che contano sono solo l’apparire ed il divertimento. Ci ricorda forse qualcosa? E Serafino ha deciso quindi di non parlare più, perché non servirebbe, ma utilizza la scrittura come vendetta: racconta tutte le assurdità che è costretto suo malgrado a filmare, finché, come auspicato da uno dei capi, il suo lavoro non potrà essere finalmente svolto da una macchina.
Chiaramente ai personaggi pirandelliani, in possesso di una simile profondità e lucidità di pensiero, per lo più scambiata per follia, non resta che la scelta fra due opzioni obbligate: uniformarsi alle maschere o restare ai margini del mondo ed essere considerati, appunto, dei pazzi: non di rado questi personaggi finiranno in manicomio, in realtà volontariamente.

Questa società moderna non è sostenibile.

Ma se vogliamo ancora di più indagare l’animo umano, spostandoci su un versante più amaro e meno sarcastico, dobbiamo tuffarci tra le pagine di Svevo, da Una vita a Senilità, dove i protagonisti sono già degli inetti, inadatti a vivere e che arrivano al suicidio o ci arrivano i loro cari, fino a giungere al capolavoro de La coscienza di Zeno del 1923, dove già in maniera emblematica protagonista della storia non è più una persona nominalmente, quanto invece la propria coscienza, come indicato nel titolo.

Zeno Cosini infatti si ritrova, su suggerimento di un fantomatico Dottor S., (che allude a Sigmund Freud) presso cui si è recato per curare la propria nevrosi, a stendere le proprie memorie con intento catartico. L’opera prende avvio con un escamotage: avendo il paziente Zeno abbandonato la cura prima della fine, il dottore ritiene giusto, onde vendicarsi della fatica inutile sprecata col paziente, di pubblicare le sue memorie per intero, apponendo qualche riga ad introduzione dell’opera. Tutto questo ci fa apparire un po’ ironica la figura del dottore, che si sa, dovrebbe sempre mantenere il segreto professionale, ma questo elemento trova spiegazione nel fatto che Svevo, come molti altri all’epoca, ancora nutrivano non pochi dubbi sulla nascente disciplina medica del tutto agli albori.

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L’alienazione in fabbrica.

Anche la cinematografia urla a gran voce le difficoltà, la non sostenibilità della modernità così declinata, l’alienazione dell’uomo, in capolavori quali Metropolis di Fritz Lang del 1927 o Tempi moderni di Charlie Chaplin del 1936.
Ma per venire a opere prettamente collegate al lavoro alienante della fabbrica, dobbiamo arrivare agli anni Cinquanta, con autori quale Ottiero Ottieri che scrive Tempi stretti nel 1957, e che può essere considerato uno dei primi esempi di “romanzo industriale”, in cui si descrive la vita dell’operaio in fabbrica, scandita inesorabilmente dai ritmi incalzanti di produzione e inconciliabili con i ritmi di vita delle persone. Ecco qui a gran voce il tema dell’alienazione, in un ambiente degradante come la fabbrica, squallida, fredda e rumorosa, che impedisce sia il contatto umano fra gli operai, sia la comprensione del senso stesso del proprio lavoro, visto che per lo più esso consiste nell’espletamento di un piccolo insignificante segmento di lavoro all’interno della catena di montaggio, come iniziato con Ford, che assume valore solo in una prospettiva globale, lontana dal singolo operaio, che non conta praticamente più nulla.

Sulla scia di Ottieri si collocano le opere di Paolo Volponi, come Memoriale del 1962, La macchina mondiale del 1965 e Corporale del 1974, anche se con alcune differenze: in questo trittico, (e qui potrebbero venire alla memoria i pannelli pittorici di Francis Bacon con le sue figure spersonalizzate e scomposte), Volponi non descrive più la vita in fabbrica come denuncia sociale, ma compie un passo avanti, superando l’alienazione e sfociando in un’ottica più esistenzialista e lirica.
Pensiamo al duro ma fondamentale film La classe operaia va in paradiso di Elio Petri del 1971, con l’interpretazione magistrale del grande Gian Maria Volonté.

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La ricerca della sostenibilità.

Insomma, la storia dell’arte, del cinema e della letteratura sono ebbri di spunti come quelli sopracitati e basta cercare per trovare grida di denuncia ad un contemporaneo che si avvia forse a livelli di non ritorno, sia a livello di impatto ambientale che individuale. Perché, ammettiamolo, non abbiamo fatto grandi passi in avanti dalla seconda Rivoluzione industriale ad oggi, per cercare di rendere il lavoro, la tecnologia, il progresso, davvero sostenibili e amici dell’uomo.
In realtà la corsa sfrenata del post moderno ci sta rendendo schiavi delle macchine, allontanandoci sempre più da quella natura che si sta ribellando, abusata da noi, e da quei valori di rispetto ed eticità che dovrebbero renderci umani. Speriamo di riuscire a correre ai ripari.

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Angela Guardato

Docente di Lettere. Scrittrice. Curiosa. Ha pubblicato il libro di poesie: "Se sapessi contare".


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