Gemma e il senso della musica. La star italiana del violoncello si racconta e invita i giovani a non arrendersi mai

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Luigi Di Fonzo
Direttore responsabile. Giornalista professionista, poeta, saggista, esperto di musica pop-rock, ama leggere e viaggiare. Due azioni complementari: spesso grazie alla lettura viaggia anche se è a letto e spesso legge mentre è in viaggio. Colleziona fumetti, in primis quelli di Andrea Pazienza e Hugo Pratt.

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“Se puoi compera molti dischi,

 ma impara anche a suonare uno strumento qualsiasi.

 È come avere un senso di più: la vista,

 l’udito, l’odorato, il tatto, il gusto e il violino”.

(Gianni Rodari, Il libro dei perché)

 

Il noto scrittore e poeta piemontese Gianni Rodari non era l’unico a paragonare la musica al “sesto senso” di cui sarebbero dotati tutti gli esseri viventi. In tempi molto lontani – sosteneva il filosofo greco Pitagora – era possibile per l’uomo avvertire addirittura il suono del movimento cosmico. Probabilmente anche le prime mamme di Neanderthal, per far dormire i loro piccoli, accennavano nenie con l’intento di riprodurre la “musica” che vibrava nell’aria. Ninne nanne ancestrali, tra canto e suono. Per non parlare dei maestri sufi, che con danze vorticose trasformavano il loro corpo in uno strumento a disposizione del “musicista divino”.

Di sicuro quello della musica è un linguaggio universale che richiama l’attenzione emotiva di qualsiasi essere vivente, sia esso animale che vegetale. Le piante sono note per rispondere agli stimoli della musica. Esperimenti fatti sulla vite hanno dimostrato che le piante “trattate” con la musica avevano una superficie fogliare maggiore rispetto a quelle non trattate, con diminuzione degli attacchi degli insetti e dei parassiti di oltre il 50%, e conseguente aumento della qualità del vino.

Gemma Pedrini con il suo violoncello Pierluigi Galetti fatto in Cremona nel 2015

Il talento che ha commosso Morricone

Di musica come “senso in più” ne parliamo con una delle giovani artiste più note nel panorama italiano, la violoncellista ipovedente Gemma Pedrini. Nata a Monza il 16 gennaio 1995 da mamma Mara e papà Roberto, a causa del parto molto prematuro nasce priva di vista. Inizia a dilettarsi al pianoforte che ha soltanto 2 anni e, grazie al suo orecchio assoluto, diventa presto “l’accordatore” della famiglia. A 4 anni inizia a suonare la chitarra e all’età di 6 anni frequenta un corso di chitarra solista. In prima elementare si esibisce per la prima volta davanti a un pubblico, suonando con la chitarra adattamenti di Mozart, Bach e Vivaldi. Qualche anno dopo Gemma suona il flauto traverso: avendo un polmone atrofizzato, grazie all’uso dello strumento può dedicarsi agli esercizi di respirazione, trasformando la riabilitazione in un’attività piacevole. Nel frattempo si impegna anche nello sport, in particolare al pattinaggio e allo sci alpino. In quest’ultima disciplina di distingue fino a diventare, nel 2008, campionessa italiana di slalom gigante ai campionati italiani di sci per disabili, disputati a Sestriere Borgata. Nel 2010, ai campionati del mondo di sci per disabili, Gemma conquista il podio piazzandosi al terzo posto. La scelta di suonare il violoncello arriva invece a 13 anni. Nel 2015 si diploma in violoncello al Conservatorio Verdi di Milano, e quattro anni più tardi si laurea insieme alla madre in Musicologia all’Università di Cremona. Nel 2020 la sua tesi di laurea sull’accessibilità ai sistemi DAW (Digital Audio Workstation) da parte dei musicisti ipovedenti è stata pubblicata dall’Università Statale di Milano. Numerosi i concerti dal vivo, da solista e in orchestra, che Gemma Pedrini ha eseguito negli ultimi anni. È stata anche sul palco di Sanremo, dove ha accompagnato l’esibizione di Eugenio Finardi, e ha collaborato con artisti famosi: tra questi ricordiamo Franco Battiato, Ron e Antonella Ruggero. Una vera star, insomma, che ha compensato il senso della vista con quello della musica.

Dottoressa Pedrini, cosa rappresenta la musica per lei?

«È la mia vera ragione di vita. Inizialmente è stato un linguaggio parallelo di comunicazione tra me e mia madre, poi il mezzo più potente per sconfiggere amarezze e ingiustizie, soprattutto il bullismo psicologico che subivo a scuola. Quando tornavo a casa, la prima cosa che facevo era mettermi a suonare. A volte mi dimenticavo anche di togliermi il cappotto. Nel suonare, nel fare musica e nel comporla trovavo pace e conforto. Vivevo le ore di scuola facendo il conto alla rovescia, fino alla campanella d’uscita, perché sapevo che di lì a poco sarei stata a casa con il mio violoncello».

Con l’orecchio assoluto lei avrebbe potuto suonare qualsiasi strumento. Ha iniziato con il pianoforte, poi con la chitarra, poi ancora con il flauto traverso. Perché ha scelto il violoncello?

«È uno strumento che non avevo mai provato, molto versatile, adatto sia all’esecuzione di brani classici che moderni, e anche jazz, con una grande estensione di ottave: ha note molto basse, ma anche molto acute. Con l’arco inoltre puoi fare tanti tipi di effetti, come le percussioni. Io», prosegue Pedrini «non provengo da una famiglia di musicisti, e la mia non mi ha mai forzato nelle scelte. Sono stata sempre libera di esprimermi al meglio con lo strumento che ritenevo più opportuno in quel momento della mia vita. Il violoncello è sicuramente lo strumento che mi permette di suonare svariati tipi di composizioni».

La musicista Gemma Pedrini

Chi è il suo “maestro”, l’insegnante che l’ha guidata a suonare in maniera così eccellente il violoncello?

«Senza dubbio Rocco Filippini, di cui sono stata allieva, dal 2010 al 2015, all’Accademia Walter Stauffer di Alto Perfezionamento solistico a Cremona. Il maestro Filippini è venuto a mancare solo un mese fa. Per me è stato come un secondo padre, una persona fantastica, di grande esperienza e di grande generosità. In cinque anni di insegnamento mi ha aperto la mente a quell’ideale di suono al quale ambisco: la nitidezza degli attacchi, la purezza in ogni arcata. Ma ho imparato molto anche da Giovanni Sollima, insieme al quale ho suonato due volte. Con lui ho avuto un’esperienza molto intensa. A differenza di Filippini, che era una persona molto riservata, il maestro Sollima mi ha spinto con il suo carattere aperto a tirare fuori la voglia che c’era in me di esplorare nuovi orizzonti, di capire quello che vi è intorno a noi. Mi ha insegnato ad amare la musica moderna, che mi piace tantissimo e che trovo molto coinvolgente».

Lei ha suonato con grandi musicisti e importanti orchestre. Ci dica il ricordo più bello e più triste di queste esperienze.

«Il momento indimenticabile è il concerto eseguito al Conservatorio Verdi di Milano in onore del maestro Ennio Morricone per il suo 85esimo compleanno. Ho suonato Gabriel’s oboe dalla colonna sonora del film “Mission” e “C’era una volta il West”. Per l’esecuzione di Gabriel’s oboe ho ricevuto i complimenti del maestro, che mi ha detto che lo avevo fatto commuovere. Il momento più triste è quando mi è stato abbassato il punteggio a un concorso per primo violoncello di un’orchestra. Avrei meritato io quel posto, ma purtroppo prevale il timore dei direttori che io non “veda” gli attacchi. A me basta un respiro per l’attacco, e dopo tanti anni che suono so bene in quali punti dell’esecuzione c’è un “accelerando” o una pausa. Purtroppo aprioristicamente pago lo scotto di essere ipovedente».

Gemma Pedrini campionessa italiana di sci festeggia con la sorella Aurora

Lei è un esempio vivente di resilienza e continuo adattamento alla vita. Come ha vissuto i mesi del lockdown e dello stop ai concerti?

«Ho sfruttato questi mesi per fare ordine dentro di me, mentre il non poter fare più concerti dal vivo mi ha costretta a ripensare il ruolo del musicista e ad approfondire le nuove tecnologie, come il Daw. Anziché vederle come un ostacolo, le nuove tecnologie vanno sfruttate al meglio perché possono aiutare, ad esempio, a non dipendere più dagli studi di registrazione e dai fonici, o dagli impegni del collega musicista. Per me sono state utili come integrazione al lavoro, non per sostituire o eliminare determinate figure. Il confronto con un musicista è imprescindibile, arricchisce e migliora l’esecuzione, ma quando hai un’emergenza come quella che abbiamo avuto con la pandemia non puoi certo restare fermo. In ogni caso non c’è nulla di più bello che suonare dal vivo, davanti a un pubblico che ha scelto te per sentire la musica. Per cui attendo con ansia il momento in cui finalmente potrò dedicarmi all’attività performativa. Come dico sempre, se qualcuno ha concerti da proporre, io ci sono».

Un messaggio ai giovani che, come lei, fanno della musica una scelta di vita.

«Alimentare la propria passione con l’esercizio e il divertimento. È importante divertirsi, aiuta a rimanere sé stessi. E poi studiare, studiare, studiare. E non arrendersi mai».

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