L’educazione alla pace come prospettiva di giustizia sociale

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Antonella Nuzzaci
Antonella Nuzzaci è professore associato di Pedagogia sperimentale presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli Studi dell’Aquila, dove è Presidente del Consiglio di Area Didattica in Educazione e Servizio Sociale.

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La pace non vuol dire solo fermare la guerra, ma fermare l’oppressione e l’ingiustizia (Tawakkol Karman)

Spezzando i cicli intergenerazionali di povertà che attanagliano le fasce di popolazione più deboli. L’ingiustizia penetra nei gangli vitali della società compromettendo lo sviluppo degli uomini. Se è vero che senza giustizia non ci sarà né sviluppo né pace, è altrettanto vero che senza pace non si affermerà la giustizia.

La pace non può dirsi tale però se non è connessa all’equità, che è l’altra faccia della giustizia sociale, entro cui l’educazione può agire come fattore propulsore in grado di indurre gli individui a ridurre la volontà di ricorrere alla violenza e a scoprire il desiderio di intessere relazioni umane autentiche a tutti i livelli.

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Formazione orientata a sentimenti di pace

In questa accezione, perseguire la giustizia sociale attraverso una formazione orientata alla pace può vuol dire, allora, riuscire ad acquisire valori, atteggiamenti, comportamenti e condotte che aiutino gli individui a rispettare la vita e gli altri esseri umani in tutti gli ambienti e i contesti. Ciò richiama la necessità di costruire “pensieri di pace” che possano produrre un nuovo modo di pensare ad essa, poiché le idee modellano i sentimenti e le azioni, così come il modo in cui si vive e ci si relaziona l’uno con l’altro, ma, al contempo, anche di sollecitare le persone a costruire “sentimenti di pace”, senza i quali non ci può essere né benessere né sviluppo.

In questo senso, l’idea è quella di perseguire una vera propria educazione alla pace, che investe dimensioni diverse e implica l’acquisizione di un corredo di abilità e conoscenze trasversali atte ad alimentare la comprensione (spesso frammentata) dei conflitti e della violenza, sollecitando gli individui a sviluppare forme di consapevolezza culturale e sociale circa i processi necessari per raggiungere la piena condivisione dei valori democratici.

Questo comporta l’assunzione di una certa flessibilità e coerenza nel processo di acquisizione che può realizzarsi grazie all’adozione di corrette pratiche educative dirette a perseguire l’autorealizzazione e l’autodeterminazione degli individui, e all’elaborazione di strategie politiche e culturali in grado di promuovere il progresso dello sviluppo umano attraverso l’apprendimento. Le pratiche educative legate alla pace costituiscono, dunque, una vera e propria opportunità per promuovere il benessere generale degli individui e delle comunità a cui appartengono, garantendo loro un trattamento equo in termini di azione di contrasto alle disparità.

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La responsabilità di educatori e insegnanti

In quest’ottica l’educazione alla pace diviene strumento per sostenere la responsabilità individuale e sociale di educatori, formatori e insegnanti e dei destinatari della formazione, oltre che della comunità intera, cioè quando permea positivamente i diversi piani dell’agire, da quello personale a quello culturale, da quello sociale a quello ecologico, da quello istituzionale a quello politico, per volgersi a fondare una cultura della non violenza che richiama la centralità dei diritti umani fondamentali da coltivare in famiglia, a scuola e nella società, per combattere l’esclusione sociale e le disuguaglianze.

Essendo, dunque, la pace un concetto ampio, comprendente estese pratiche e connotazioni valoriali, essa non può essere intesa di per sé semplicemente come uno “stato di fine conflitto”, ma deve necessariamente implicare la presenza di sentimenti e di stati d’animo che pervadono la comprensione dell’umano, dove l’armonia, l’accordo, la solidarietà, la sicurezza e la comprensione si affermano come valori fondativi di una cultura in cui la pace diviene obiettivo della formazione, che mira a realizzare quegli strumenti alfabetici indispensabili per consentire a tutti di vivere con dignità. E ad esercitare la cittadinanza attiva nel tentativo di ridurre i molteplici “spazi” dove si insinua l’ingiustizia sociale.

Comprendere i diversi significati che diamo all’educazione alla pace (e quello che ciascuno di noi dà ad essa) e al ruolo che essa assume nei processi di insegnamento e di apprendimento apre nuove prospettive nello scenario attuale dell’istruzione, chiamata a costruire abilità e atteggiamenti indispensabili per consentire agli uomini di partecipare allo sviluppo della società civile. La soddisfazione di tali esigenze implica la responsabilità politica delle istituzioni di promuovere la giustizia, l’equità, l’accettazione delle differenze e l’inclusione, ma soprattutto di realizzarle e di praticarle come forme di habitus e stili di vita.

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Educazione alla pace e istruzione di qualità

Parte integrante e componente essenziale, dunque, di una istruzione di qualità, l’educazione alla pace si riconduce alla capacità trasformativa dei comportamenti di bambini, giovani e adulti con l’intento di prevenire conflitti e violenze, palesi, sottili, velati e strutturali, e di creare condizioni favorevoli allo sviluppo di culture individuali, intrapersonali, interpersonali, intergruppo, nazionali e internazionali, che possano dirsi “pacifiche”.

È così che l’istruzione agisce come forza trainante per creare la “disposizione favorevole alla pace” e per predisporre ambienti positivi per la coltivazione di atteggiamenti culturali e sociali positivi, ponendo le basi per un futuro più giusto e sostenibile. Leva per il cambiamento sociale, l’istruzione diviene il luogo in cui è possibile combattere “l’indifferenza per le differenze” e contrastare le disuguaglianze in un mondo che diviene sempre più “disuguale”, oltre che lo spazio in cui tutti possano riconoscersi come “agenti di cambiamento” e attivatori di processi educativi non volenti.

La cultura per guarire dalla violenza

Si tratta in sostanza di educare le nuove generazioni a diventare veri e propri “attori di pace” in grado di dedicare capacità ed energie alla creazione di una cultura inclusiva in grado di “guarire dalla violenza”. Reardon ricorda come l’educazione alla pace abbia una importante finalità sociale quando cerca di trasformare l’attuale condizione umana “modificando le strutture sociali e i modelli di pensiero che l’hanno creata” e, nel farlo, è diretta a contrastare l’ingiustizia sociale, a rifiutare la violenza e le disuguaglianze attraverso un processo di “coscientizzazione” (Paulo Freire) riguardante le cause dei conflitti e della violenza, che sono incorporati all’interno delle strutture sociali e politiche della società e che sono appresi e non sono elementi intrinseci della natura umana.

Una educazione alla pace che sia incisiva nella formazione chiama in causa l’essenza stessa della giustizia sociale e della cittadinanza attiva quando contribuisce a rendere gli individui consapevoli dell’importanza di partecipare alla vita democratica, di essere “cittadini” che condividono gli stessi valori umani nel tentativo di contrastare conflitti e violenze di portata diversa e di diversa natura, che vanno dal globale al locale e dal comunitario al personale, esplorando i modi per creare un futuro più giusto e sostenibile che cessi di “inquinare l’umanità”.

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