Gomorra vs Suburra. E l’identikit dell’odierno boss

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Monia Donati
Monia Donati
Giornalista pubblicista, esperta in comunicazione e marketing, curiosa del mondo.

Tempo di lettura stimato: 4 minutiRoma, 20 novembre 2018.
È una giornata piovosa. Sono le prime luci dell’alba.
I bambini dormono beati nelle villette nel borghetto del Quadraro, zona a sud est di Roma: la sveglia per loro è ancora lontana.
Ma un frastuono, i genitori che urlano, 600 agenti della polizia che irrompono. Le sequenze si fanno veloci, le panoramiche a schiaffo, le inquadrature inclinate.

Spintoni, urla, minacce dominano la scena.

“È tornato Mussolini… I criminali siete voi“, protestano alcuni degli abitanti delle villette dei Casamonica, “Io ho un bambino di sette mesi“, incalza un uomo, “che fate, aiutate gli stranieri e noi italiani no?“, grida un altro.
La camera si sposta. Dalla scena dello sgombero delle 8 ville, alle dichiarazioni trionfanti. Arrivano le inquadrature a mezza figura: prima sulla sindaca di Roma, Virginia Raggi: “Quelle villette erano diventate il simbolo dell’illegalità e dell’impotenza di fronte alla malavita. Abbiamo cancellato soprattutto questo”. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini: “A Roma non mi fermo fino a quando non avremo abbattuto l’ultima villa di questi stramaledetti, la pacchia è finita“.

Photo by Mario Spada on www.mariospada.it | Reportage “Le ville di Casal di Principe”.

Destino diverso ha invece avuto la villa di Scarface, reggia bunker di Walter Schiavone, fratello di Francesco Sandokan Schiavone.
Il boss, appassionato di cinema, voleva sentirsi come uno di quei protagonisti che ammirava allo schermo, tanto da dare al suo architetto la videocassetta di una pellicola di Brian di Palma dicendogli: “La voglio così”. Et voilà, apri la porta e ti traghetti nell’ingresso di casa di Tony Montana, guarda caso un gangster ossessionato dal potere: “Quando il mio corpo sarà cenere il mio nome sarà leggenda”. Lo scenario è Caserta, in quel di Casal di Principe.
Ma il film dura poco. La villa di Hollywood viene confiscata dallo stato (1998) e Schiavone ordina ai suoi: “Bruciate tutto” (2001). Ma la casa non si fa cenere e diventa un centro riabilitativo per la salute mentale (2017).
Scacco matto al re.

Photo by Felix Mittermeier on Unsplash

Photo by Mario Spada on www.mariospada.it | Reportage “Le ville di Casal di Principe”.

Narcisisti, vanitosi, esaltati. Questo l’identikit dell’odierno boss.

Che sì, l’onore è la prima cosa e il rispetto si paga a suon di sangue, ma il boss ha anche gusto estetico e lo vuole esibire. Lo sfarzo, l’opulenza.
E se fra le parole di Gomorra di Roberto Saviano si fa cenno alla villa Scarface, la cui enorme vasca viene abbattuta nell’omonimo film di Matteo Garrone, nelle villette dei Casamonica è tutto uno sfavillio d’oro. Statue di cavalli, leopardi, tigri e poi oro sugli schienali delle sedie, sulle colonnine doriche all’ingresso della cucina, sulla statua del santo in bagno, sui braccioli a forma di zanna d’elefante, tralasciando per un attimo i busti di marmo, gli affreschi, i drappi, le piume di pavone, le palme di plastica, i tanti crocifissi, perché comunque home sweet home. O come dice il sinti Manfredi, del clan degli Anacleti, dalla serie Netflix Suburra, mentre è stravaccato sulla poltrona dall’alto schienale, ovviamente dorato, “Quanno torno a casa nun vojo pensà a gnente”.

Photo by rawpixel on Unsplash

Emulazione, mito?

Federica Angeli, coraggiosa giornalista che vive sotto scorta, minacciata di morte ha parlato dell’ “effetto Suburra: molte serie tv li hanno fatti sentire forti”, ma ha anche rivelato, dopo averci pensato bene su con il marito, di aver voluto mostrare ai suoi figli quella narrazione cinematografica e di come loro, che queste vicende le conoscono da vicino, hanno inizialmente subito la fascinazione dei personaggi.
Un’attrazione nella cui rete sono caduti anche i grandi personaggi dei clan, come si diceva.
Se Schiavone si sentiva Al Pacino, Vittorio Casamonica, nel suo funerale show (20 agosto 2015), ha dato addio a questo mondo a bordo di una carrozza antica trainata da sei cavalli neri, sulle note della colonna sonora de Il Padrino di Francis Ford Coppola, altra pellicola hollywoodiana, in cui, tra l’altro, torna ancora una volta Al Pacino (nei panni di Michael Corleone).
Hai conquistato Roma ora conquisterai il paradiso” recita un manifesto all’entrata della chiesa Don Bosco nella capitale, con il suo volto in primo piano, vestito bianco, crocefisso al collo, Colosseo e Cupola di San Pietro sullo sfondo e la scritta “Re di Roma”. E intanto un elicottero lancia petali sulla folla, rossi, come un virtuale tappeto rosso, come ad Holywood. E infatti la bara va via in Rolls-Royce.
La colonna sonora cambia. Ora è il tempo di 2001 Odissea nello spazio.
Il Telegraph in un articolo del 2017 scrive che i boss della mafia spesso imitano la loro controparte di fiction del cinema di Hollywood.

Gangsters who are regularly found holed up in cleverly-concealed underground bunkers are often discovered to have DVDs of The Godfather films among their few possessions. In 2012, a life-size bust of Al Pacino as Tony Montana was discovered in the home of an alleged drug lord during a raid on his house outside Naples.

I gangster che vengono regolarmente trovati rinchiusi in bunker sotterranei abilmente nascosti spesso scoprono di avere tra i loro pochi possedimenti DVD di The Godfather. Nel 2012, un busto a grandezza naturale di Al Pacino nei panni di Tony Montana è stato scoperto nella casa di un presunto signore della droga durante un’incursione nella sua casa fuori Napoli.
(The Telegraph)

Il fascino è perverso, pericoloso, preoccupante. Fa reclutare ragazzini attratti dal potere, dai soldi, da quel senso di ambizione mista ad onnipotenza che vibra nelle vene di Aureliano o di Spadino (Suburra). Fa confondere tra chi sono i buoni e i cattivi della storia.

Photo by Neil Soni on Unsplash

E la cronaca diventa fiction, la fiction leggenda e la mafia letteratura.

Per 12 campani su 100, la camorra non esiste, è solo un’invenzione di scrittori e registi. Mafie e criminalità sono percepite come un’unica cosa.

L’ho chiamata Mafia, da subito, dall’inizio. Perché un cronista deve saper riconoscere e dare un nome ai fenomeni. Era il 2013. Ero sola.” scrive la giornalista Federica Angeli in una lettera ai figli il giorno prima di presentarsi in tribunale per continuare la sua battaglia contro la mafia (febbraio, 2018).

Il 25 gennaio del 2018 la procura di Roma ha arrestato Armando, Carmine, Roberto, Enrico, Ottavio, in tutto 32 persone per Mafia [….] Nel momento in cui mi ha detto “se scrivi ti sparo in testa” ho scelto. Ho scelto di non essere come loro e di non chinare il capo. E la mia libertà perduta è quella che consegno nelle vostre mani, andando a testimoniare. Che le mie parole possano rendere voi capaci di scegliere, sempre, da che parte stare e irrobustire le vostre ali, fino a farvi volare laddove sarete capaci di farlo.
Vi amo.
La mamma.
( Federica Angeli )

Da Famiglia Cristiana, 22/02/18

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