Ere glaciali, mutazioni genetiche, povertà: il mondo di Bong Joon-ho

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Bong Joon-ho, il regista coreano che ha conquistato l’Academy vincendo quattro premi Oscar con “Parasite”, continua ad esplorare attraverso i suoi film le tante derive della società contemporanea. Soffermandosi ancora una volta sul concetto di “umanità non umana”.

Bong Joo Ho

Gli orrori dell’umanità.

Già in “Snowpiercer” (2013), aveva messo in rilievo gli orrori che procurano all’umanità lo sfruttamento, la povertà e la diseguaglianza, concentrando nei vagoni di un treno in moto perpetuo le paure del genere umano sopravvissuto a un’ipotetica era glaciale.

Nel 2017, con la storia di “Okja”, Bong Joon-ho mette a nudo le degenerazioni dell’industria alimentare nei confronti degli altri esseri viventi del pianeta. In questo caso dei maiali, che grazie a mutazioni genetiche e sperimentazioni diventano grandi come ippopotami. Dietro la sete di profitto legata al bisogno di sfamare un pianeta sempre più sovrappopolato, una multinazionale crea i “Supermaiali”, esseri abnormi dalla carne squisita creati cresciuti e allevati unicamente per essere macellati. L’amore di una bambina che lo ha visto crescere e la lotta degli animalisti più radicali salverà Okja dalla morte certa. Ma non salverà certo il genere umano dalla fame delle multinazionali.

Okja

Parasite, Oscar 2020 come miglior film.

Con “Parasite” (2019), ultima opera pluripremiata di Bong Joonho, i “parassiti” sembrano annidarsi lungo tutta la scala sociale che divide l’umanità. Parassiti possono essere i poverissimi membri della famiglia Kim, che si insinuano sotto mentite spoglie nella casa dei ricchi Park, conducendo un tenore di vita che non potrebbero mai permettersi. Parassiti possono essere la vecchia domestica e il suo strambo marito, nascosto nel bunker segreto che si trova sotto la villa per rubare continuamente cibo. Ma parassiti sono anche i ricchi e stravaganti Park, che rappresentano la società capitalistica e materialistica in cui viviamo, simboli di una casta ristretta che detiene la ricchezza di tutto il mondo.

Secondo Luca Liguori, critico della rivista “Movieplayer”, il titolo del film si riferisce non alle persone, ma a un’idea: la speranza. “Non si tratta solo di un’idea”, scrive Liguori “ma di un’idea di speranza e ottimismo; l’idea che tutto, un giorno, sarà diverso e potrà essere finalmente migliore. Potrà essere quello che realmente ci meritiamo. È questo che ci permette di andare avanti, è questo che ci permette di sopportare qualsiasi cosa, è proprio questo che sta creando questo dislivello crescente tra ricchi e poveri(ssimi), quel famoso 1% della popolazione che detiene metà della ricchezza di tutto il mondo. Possiamo provare a ribellarci, possiamo provare a imbrogliare, possiamo anche semplicemente lavorare duro; la verità è che l’unica soluzione possibile sarà sempre e solo sognare e sperare di diventare un giorno esattamente come loro (…)”.

Invitiamo quindi i nostri lettori non solo ad andare al cinema per non perdere questo film che merita tutte le quattro statuette e la Palma d’oro vinte fino ad oggi, ma a scriverci e ad arricchire con propri commenti questa impietosa analisi della società contemporanea.

Articolo a cura di Luigi Di Fonzo

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Luigi Di Fonzo

Direttore responsabile. Giornalista professionista, poeta, saggista, esperto di musica pop-rock, ama leggere e viaggiare. Due azioni complementari: spesso grazie alla lettura viaggia anche se è a letto e spesso legge mentre è in viaggio. Colleziona fumetti, in primis quelli di Andrea Pazienza e Hugo Pratt.


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