Anche i muri parlano. Riqualificazione urbana e messaggi sociali che passano dall’arte

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E poi coi secchi di vernice coloriamo tutti i muri. Case, vicoli e palazzi, perché lei ama i colori“. Queste parole di Riccardo Cocciante sono nella memoria di ognuno di noi. È una canzone che tutti conosciamo. Di sicuro hai letto la frase cantando. Non nasconderti dietro un dito.
Margherita è uscita nel 1976. Ne è passata di acqua sotto i ponti. Eppure già allora si parlava di colorare i muri delle città. In quel caso perché la signorina amava i colori.

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Photo by Ehimetalor Unuabona on Unsplash

Oggi se ne parla per una riqualificazione urbana che passa dall’arte.

Il graffitismo non è sempre stato visto di buon occhio. Anzi, c’è stato un periodo in cui i writers erano “perseguitati”. E pensare che è dalla notte dei tempi che l’uomo ama lasciare messaggi affidandoli a muri e pareti. Per raccontare la propria presenza. La propria evoluzione. Per raccontare, ma anche per educare.

I graffiti sono i messaggi lasciati dagli uomini primitivi sulle pareti delle caverne, che ci portano indietro nella storia dell’umanità come fossero una macchina del tempo. Servivano per comunicare con disegni. Ben prima che la scrittura rivoluzionasse l’umanità. Dai tempi del Paleolitico superiore in poi, i graffiti sono stati usati per raccontarsi e lasciare un segno.

Ai tempi dei romani, prima, e del Medioevo, poi, i disegni sulle pareti, anche di edifici pubblici e religiosi, non avevano lo scopo di abbellire. O non solo. Quanto piuttosto di educare. Educare alla convivenza civile o ai dettami della religione cattolica. Disegni che avevano un fine pedagogico di forte impatto. Perché i disegni, a differenza della lingua scritta, erano simboli che tutti erano in grado di capire. Anche chi era analfabeta e non aveva il privilegio di poter studiare.

Erano graffiti legali.

Graffiti commissionati per poter raggiungere il più ampio numero di persone possibili.

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Photo by Vale7 on Pixabay

Facendo un balzo avanti nel tempo anche in epoca fascista i muri delle case italiane vennero imbrattati con scritte che ancora oggi riemergono da un passato buio. Nel corso degli anni sono state coperte con mani di vernice che però non possono cancellare una pagina terrificante della nostra storia. Fascismo e nazismo ritornano a ricordarci quanto l’uomo può essere spietato contro i suoi simili.

Ma scritte e graffiti sui muri non hanno sempre e solo inneggiate al potere. O fatto propaganda. Protesta e atti di ribellione sono passati da quello che dagli anni Sessanta in poi è diventato un vero e proprio movimento artistico. Il graffitismo pare sia nato alla fine degli anni Sessanta sui treni di Filadelfia. Diffondendosi negli anni Settanta a New York. Per poi esplodere in tutto il suo simbolismo, la sua rabbia, i suoi colori negli anni Ottanta.

Oggi la chiamiamo arte di strada.

Ma negli anni Ottanta e Novanta i writers erano visti alla stregua dei peggiori delinquenti. Perché imbrattavano con scritte e disegni, che in molti ritenevano incomprensibili, i muri delle città. Come sempre l’arte viene capita solo decenni dopo. Nessuno è profeta in patria, dicevano i latini. E mentre i writers combattevano contro pregiudizi e dita puntate contro, ecco che la street art cominciava però a emergere. Anche grazie a grandi nomi che hanno sdoganato il concetto di imbrattare i muri.

Banksy ti dice niente? È forse uno dei più famosi writer. Inglese, nessuno sa chi si nasconde dietro quei disegni che all’improvviso appaiono nelle strade delle nostre città. E che ci invitano a riflettere. Un artista che si prende gioco dello stesso mondo dell’arte. E una dimostrazione è l’effetto speciale che ha lasciato tutti a bocca aperta durane l’asta della bambina con il palloncino con il quadro che si è autodistrutto.

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Photo by Eric Ward on Unsplash

La street art fa parlare di sé. E potrebbe rappresentare uno degli strumenti più forti che al momento abbiamo per uno sviluppo sostenibile delle nostre città. Colorando i muri come cantava Cocciante poco più di 40 anni fa.

Di bellissimi esempi di riqualificazione urbana artistica con disegni e colori ne abbiamo per fortuna tanti in Italia. Conosci il progetto di street art di Mazara del Vallo che unisce storia, tradizioni, contaminazioni e arte? La città siciliana sta pian pian rifiorendo con murales, dipinti, vere e proprie opere d’arte che raccontano la tradizione e la modernità di questo angolo di mondo. Nicolò Cristaldi, sindaco della città, ha rivoluzionato artisticamente il centro storico con opere di ceramica, piastrelle sui muri e altre creazioni artistiche che strada dopo strada, vicolo dopo vicolo, casa dopo casa raccontano la storia più antica del paese di pescatori, dalle dominazioni arabe e normanne, alla storia più recente.
Quando diverse culture si incontrano e trovano un terreno fertile come Mazara del Vallo, non possono che nascere veri e proprio capolavori.

Photo by Monia Donati. Mazara del Vallo, 2017

 

A Grottaglie Paolo Carriere ci ricorda la nostra infanzia con i cartoon più belli degli anni Settanta, Ottanta e Novanta. L’artista ha voluto così rendere omaggio alla sua amata città con tutta una serie di murales che possiamo ammirare dal vivo nella città pugliese. Ma anche sul suo profilo Instagram. E su Google una mappa dei murales ci consente di non perderne nemmeno uno se andremo in vacanza in Puglia. Un’arte che non solo ci fa tornare bambini, ma che ci racconta anche un bellissimo viaggio nella rappresentazione iconica dei cartoni animati, che diventano un messaggio di riqualificazione urbana.
Arte da ammirare e da abitare. Per raccontare, narrare, abbellire, ricordare. E anche per amare le nostre città, che così non solo diventano più colorate. Ma anche più belle da vivere.

Photo by Paolo Carriere on Instagram

 

Hunting Pollution, poi, è il più grande murales d’Europa. Lo ha creato Iena Cruz (al secolo Federico Massa), usando solo pitture naturali. Mille metri quadri che ripuliscono l’aria come farebbe un bosco di 30 alberi. Si trova a Roma, nel quartiere Piramide, in via del Porto Fluviale.

Milano, invece, l’anno scorso ha ospitato diversi appuntamenti per scoprire l’arte urbana, con l’evento “I colori di Milano. Itinerari di street art con l’autore“. Un percorso con guide eccezionali. Gli artisti stessi.
Da non perdere poi un altro interessante appuntamento meneghino. Il quartiere Barona ospita una mostra che apre quando le saracinesche dei negozi chiudono. Il Municipio 6 con Artkademy ha realizzato il progetto Arteteca proprio nell’ottica di una riqualificazione esterna del mercato. 400 mq di opere da ammirare su 34 saracinesche.
La street art a Milano regala sempre grandi emozioni, non è vero?

Chi lo dice che l’arte non migliora il mondo?

A giugno, in occasione della seconda edizione del Festival dello Sviluppo Sostenibile, evento volto a diffondere una cultura della sostenibilità nel rispetto dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, si è parlato proprio di come l’arte può riqualificare il tessuto urbano. Migliorandone non solo l’aspetto estetico, ma anche la vivibilità. La Città di Torino e Lavazza hanno ad esempio lanciato il progetto TOward 2030. What Are You Doing, che altro non è che un’azione di arte pubblica per parlare di sostenibilità attraverso i muri. E per trasformare, entro la fine del 2019, tutta la città sabauda in un manifesto a cielo aperto dei 17 obiettivi delle Nazioni Unite.

Il linguaggio dell’arte e della street art, in particolare, diventa così portavoce di un cambiamento che avverrà muro per muro, casa per casa, quartiere per quartiere. Per poi diffondersi a macchia d’olio e contagiare tutto il tessuto urbano. Raccontare i 17 punti dell’Agenda 2030 dell’Onu, come facevano i pittori nel Medioevo e i loro successori che con i loro pennelli raccontavano la storia della religione.

Promuovere la sostenibilità. Combattere l’odio.

Se c’è chi promuove i comportamenti nobili della sostenibilità con i graffiti, c’è anche chi con gli stessi disegni combatte l’odio. Un ortaggio dopo l’altro. Un frutto dopo l’altro. Pier Paolo Spinazzè è un writer veronese di 37 anni. Qualche anno fa si imbatté in una scritta impressa in un muro: “Tito Boia“. Decise di agire. Coprendo quella scritta con un wurstel. Da allora ogni volta che trova in strada una scritta che incita all’odio, la copre con del cibo. È il suo modo per combattere questi atteggiamenti che imbrattano davvero le nostre città. A Verona Cibo VS Odio sembra essere la filosofia. Per rendere più belle le città, promuovendo anche i frutti della terra a chilometro zero, visto che l’artista è sempre molto attento anche a questa tematica.

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Photo by Randy Tarampi on Unsplash

L’arte non solo come esercizio estetico. Non solo come rappresentazione grafica. Ma anche come strumento per parlare a un’ampia folla di tematiche di fondamentale importanza. Per una riqualificazione urbana che passa attraverso i colori.

Ogni mattina il mondo è un foglio di carta bianco e attende che i bambini, attratti dalla sua luminosità, vengano a impregnarlo dei loro colori“, dice Fabrizio Caramagna. Ogni mattina ogni città si sveglia sperando di poter risorgere con una tavolozza di tonalità in grado di raccontare la voglia di ritornare a vivere pienamente la città. Il grigio non è più il solo e unico colore che potremo vedere dalle nostre finestre.

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Patrizia Chimera

Giornalista pubblicista di attualità e lifestyle. Spirito zen, curiosità innata, ama sempre mettere tutto in discussione


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