A SUD: cinque grandi artisti raccontano il pensiero meridiano in una mostra a Pescara

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Luigi Di Fonzo
Direttore responsabile. Giornalista professionista, poeta, saggista, esperto di musica pop-rock, ama leggere e viaggiare. Due azioni complementari: spesso grazie alla lettura viaggia anche se è a letto e spesso legge mentre è in viaggio. Colleziona fumetti, in primis quelli di Andrea Pazienza e Hugo Pratt.

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Esiste un mezzogiorno geografico, terrestre, e un mezzogiorno simbolico, spirituale. Ma il mezzogiorno è soprattutto immaginario, portatore di un’idea “altra” della vita: un’idea di lentezza, la stessa che ha determinato, nel secolo scorso, la nascita di un movimento slow. In Italia l’idea di Pensiero Lento ha radici moderne come quelle del Pensiero Veloce. Un’idea che prende forma nel 1986 con la protesta del movimento Slow Food, in concomitanza con l’apertura del primo Mc Donald’s nel cuore di Roma. Alla testa del movimento c’era e c’è ancora oggi un giornalista, Carlo Petrini, che contro la cultura del fast food oppose e oppone la bellezza della biodiversità, dei prodotti coltivati localmente, del lento godimento dell’autentico gusto italiano.

La teoria del “Pensiero Meridiano”

Qualche anno dopo, alla fine degli anni Novanta, è stato il sociologo e pensatore Franco Cassano a definire con precisione l’ambito di quello che ha definito il “Pensiero Meridiano”: «Il Sud è portatore di un’idea più lenta del mondo e, in genere, i cultori della velocità pensano che la lentezza sia sinonimo di arretratezza, del possesso di una dimensione culturale ancora imperfetta. La lentezza è invece un punto di vista sul mondo, una forma di vita che custodisce esperienze che, con la velocizzazione crescente della vita, scompaiono. (…). Quindi il pensiero meridiano si propone di “decolonizzare” il nostro immaginario immaginario. Il che non comporta una critica frontale della modernità, un’inclinazione nostalgica; vuol dire semplicemente autonomia rispetto alla forma di modernità dominante». (brano tratto dall’intervista rilasciata a Claudio Foga il 7 luglio 2008 a Bari).

Da Pescara un nuovo filone di ricerca artistica

Di questa agognata autonomia, di questa ricerca di una cultura “diversa” da quella dominante-occidentale, si sono fatti porta bandiera Sabrina Zimei e Massimiliano Scuderi, la prima presidente della Fondazione intitolata al padre, Antonio Zimei, e il secondo critico d’arte e direttore della Fondazione Zimei, nonché curatore della mostra intitolata “A SUD”, inaugurata sabato 12 giugno nel nuovo spazio espositivo di corso Vittorio Emanuele II a Pescara, al quarto piano di un edificio modernista che si trova nel cuore della città (Palazzo Uza). Con questa mostra Sabrina Zimei e Massimiliano Scuderi, coniugi nella vita e nell’amore per l’arte, hanno intrapreso un nuovo e imprevedibile filone di ricerca, che procederà di pari passo con quello della Fondazione, giunto al sesto anno della sua attività.

Da sinistra: Massimiliano Scuderi, Flavio Favelli e Sabrina Zimei

«Come scrive il filosofo recentemente scomparso Franco Cassano», afferma Scuderi nella sua presentazione della mostra “A SUD” «il pensiero meridiano non è l’apologia del sud; è quel pensiero che si inizia a sentire laddove inizia il mare, quando si scopre che il confine non è un luogo dove finisce il mondo, ma quello dove i diversi si toccano». Gli artisti invitati per questo interessante progetto sono Adriano CostaEnzo CucchiFlavio FavelliAndreas Ragnar Kassapis e Renato Leotta, «i quali», prosegue il curatore «nelle loro ricerche riflettono le intenzioni e i propositi che muoveranno il programma culturale di A SUD».

Cassano: non c’è sud senza mare

Prima di entrare nel merito della scelta di questi artisti, e quindi della scelta delle opere degli artisti che partecipano al varo del progetto culturale “A SUD”, è utile soffermarsi ancora sul pensiero di Cassano in merito alla “fisicità” del termine meridiano, e alla complessità della cultura mediterranea, alimentata nei secoli da fenici, greci, romani, persiani, arabi, normanni, ottomani, saraceni, veneziani e austriaci.

«Il sud di cui parlo è un sud impensabile senza il mare. L’idea del mare che io ho, è in qualche modo anche stata animata da riflessioni di un grande della filosofia come Hegel, il quale dice che l’Europa è il capo occidentale dell’Asia, finisce per illustrare questa specificità del vecchio continente, il suo essere tuffato nel mare. (…) Io credo che una parte rilevante del pensiero greco sia impensabile senza il mare. È impensabile senza quell’elemento di “infedeltà” che esiste in tutte le città di mare, città da cui si parte, che rendono gli uomini irriducibili all’organicità e al ricatto identitario integralista del luogo in cui si è nati, in cui si vive. La partenza è un elemento di mobilità e di libertà». (ibidem).

Cucchi e l’iconografia che unisce le culture

Mezzogiorno e Mediterraneo. Ovvero sud, meridione, e mare in mezzo alle terre emerse, equilibrio tra terreno e acqua. Applicare i frutti di questo pensiero non alla filosofia, all’economia o alla storia, bensì all’arte visiva, non è affatto scontato. Per questo la scelta dei “diversi che si toccano”, di cinque grandi artisti molto distanti tra loro (anche per origini), ma profondamente legati nella ricerca poetica di un nuovo rapporto con l’altro, rende questa mostra unica.

Due opere del marchigiano Enzo Cucchi accolgono i visitatori all’ingresso dell’appartamento dove la mostra resterà aperta fino al 12 settembre 2021. La prima è una madonna di bronzo alta 80 centimetri appesa per i piedi, in modo che la statua resti perpendicolare alla parete. Il visitatore, per guardarle il viso, deve porsi sotto la piccola statua e ruotare la testa di 45 gradi verso l’alto. La seconda è una piccola tela di-segnata a olio e segnata da un simbolo che si presta a varie interpretazioni. Come spiega il curatore, «la sua (di Cucchi, ndr) specifica iconografia che unisce culture e tradizioni pittoriche differenti, attraverso la questione linguistica, coglie i punti cardinali di un pensiero che proprio nel sud trova la sua dimora d’elezione».

Le opere di Favelli

Favelli e le parole simboliche

Dopo Cucchi, nel corridoio e fino alla stanza principale, si ammirano le opere al neon di Flavio Favelli, artista fiorentino che attraverso immagini e parole simboliche «coniuga immagini e oggetti familiari ad eventi cruciali della storia familiare». Ed è un grande quadro di Favelli, posto nell’androne del Palazzo Uza, ad accogliere i visitatori in attesa dell’ascensore per salire al piano della mostra. Davanti a loro c’è “l’Etna in esplosione”, un grande collage di 3,35 metri per 2,06 che rimanda alla sua ricerca sulla tropicalizzazione delle immagini. Favelli era presente alla vernice e si è soffermato a lungo con i visitatori che hanno chiesto delucidazioni sui suoi interventi.

La visione mnemonica di Kassapis

Tra il corridoio e la stanza principale si accede a un camerino dove si assiste alla proiezione di immagini (con installazione sonora) dell’artista greco Andreas Ragnar Kassapis. L’opera è intitolata “One filter time”, un tempo di filtro, e prima di accedere nella saletta buia la site-opera viene presentata da un testo dell’autore. «Spesso», avverte Kassapis «entro nel processo per tentare di mettere da parte la pletora di filtri che mediano l’assorbimento sensoriale e quella che convenzionalmente chiamerei visione “mnemonica”. In questo sforzo voglio passare ad uno stato di coscienza dello spazio circostante il più possibile liberato dal pregiudizio della memoria. Mettere da parte i filtri verbali, limitare le mie proiezioni estetiche e la memoria culturale, e così via».

Leotta, la creatività è un vulcano

Al centro della stanza principale troviamo le cinque sculture di Renato Leotta dal titolo “Negativo del cielo, 2021”, opere realizzate con basi in multistrato marino e cenere vulcanica dell’Etna proveniente dall’eruzione del 17 febbraio 2021. Il giovane artista torinese lo scorso anno ha vinto il premio FPT Sustainable Art al GAM di Torino con l’opera “Mare”, un lungo telo di seta blu intriso di acqua di mare.

The Persian, opera di Adriano Costa

Costa e il sogno di un viaggio infinito

Proseguendo il percorso della mostra, si accede nell’ultima stanza, e a chiudere l’esposizione ci sono quattro opere dell’artista brasiliano Adriano Costa. Un grande tappeto persiano sul quale l’artista ha scritto “Cracker alla crema” rapisce l’attenzione dei visitatori più delle altre opere, tutte molto belle, come l’ironica “Another Pair of Balls/Betchezz”. Ma è “The Persian”, questo il titolo dell’opera datata 2016, che ci riporta nell’immaginario di un mezzogiorno che sembra essere nato millenni prima dell’occidente, quando tra il Tigri e l’Eufrate, dalla mezzaluna fertile prima e dall’antica Persia poi, qualcuno, intrecciando lana e altri tessuti, sognò di raggiungere le floride coste del “mare in mezzo alle terre” non in groppa a un cammello, ma volando su un tappeto.

Per visitare la mostra è necessario prenotare all’email info@a-sud.it oppure telefonare al 338.6399508.

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