Addio stretta di mano? I nuovi saluti, tra arte e cronaca

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Come ci si saluta in tempi di distanziamento fisico? Difficile, specie per noi italiani, salutare solo con la voce. Noi gesticoliamo, abbiamo bisogno di toccare e di esprimere, non solo a parole, l’affetto, il sostegno, ma anche semplice cordialità.
Una voglia di contatto che non è prerogativa dell’essere umano: gli scimpanzé si toccano i palmi delle mani, si abbracciano, talvolta si baciano. Le giraffe attorcigliano il collo tra di loro per stabilire gerarchie sociali.
E noi? Per prima cosa ci stringiamo la mano. Per sigillare un patto o come primo gesto di approccio e conoscenza.

Photo by Charles Deluvio on Unsplas

La stretta di mano nella storia

La prima documentazione della stretta di mano, risale al nono secolo a. C.
Al museo nazionale di Baghdad è conservata l’immagine del re assiro Shalmaneser III che stringe la mano al re babilonese Marduk-zakir-shumi.
Nel 19° secolo la stretta di mano iniziò a essere codificata da chi si occupava di cerimoniali e uscì una guida nel 1877, che insegnava come “stringere mani senza troppa foga”.

Immagine tratta da Pinterest

Ma oggi, anno 2020, le strette di mano sono off limits, bandite.
Dovremmo dirgli addio? Qualcuno suggerisce di sì. Le mani sono veicolo di batteri e l’assenza delle strette limiterebbe anche qualche caso di influenza, dicono gli scienziati.

I nuovi saluti dopo la pandemia Covid-19

In tempi di Coronavirus e distanziamento sociale bisogna reinventarsi. Saluti e dimostrazioni di affetto compresi.
Ed allora via libera a gomiti o piedi che si toccano.
In Cina, dove è partito il focolaio, il saluto con i piedi si chiama “Wuhan shake”.
Il presidente della Tanzania John Magufuli ha salutato così l’esponente dell’opposizione Maalim Seif Sharif Hamad, condividendo poi il video sui social.
Il ministro degli interni tedesco, Horst Seehofer, ha respinto una stretta di mano dal suo capo di Stato, il cancelliere Angela Merkel, che in seguito l’ha lodato per l’approccio in linea con le disposizioni contro il coronavirus.

Photo by Estela Shaddix on Unsplash

In India si vorrebbe rilanciare il saluto tradizionale namasté. In Iran c’è chi dà il benvenuto girandosi di spalle.
In Francia il suggerimento è di guardarsi negli occhi per salutarsi. L’alternativa adottata dai surfisti è il saluto shaka hawaiano, che consiste nel chiudere a pugno le tre dita centrali, lasciando liberi mignolo e pollice e agitando la mano.
In Italia, se il capo della Protezione Civile Angelo Borrelli ha raccomandato che “in questo momento noi italiani dovremmo essere meno espansivi del solito, e abbracciarci di meno”, la nonna di Casa Surace ha suggerito di salutarci facendo l’occhiolino.
A Roma, i bambini hanno salutato la fine di quest’anno scolastico un po’ particolare alzando le mani in aria come a dirsi arrivederci. Gesto incluso in un flash mob organizzato per l’occasione. Con i bambini a debita distanza ovviamente.

I saluti nell’arte a prova di distanziamento sociale

Il museo egizio di Torino ha preso spunto dai geroglifici, indicando alcuni modi di dimostrare affetto in uso nell’antichità. Come allargare le braccia, un geroglifico che si legge HeH e può essere tradotto con “milione, grande numero, tanto” e che ricorda il gesto dei bambini quando vogliono rispondere alla domanda “quanto mi vuoi bene?”.
Le due mani più famose del mondo, quelle di Dio e Adamo, nell’affresco del Buonarroti nella Cappella Sistina, si cercano, ma non si toccano. Ma il gesto di sostegno ed empatia è chiarissimo.
Oppure potremmo tornare alle moda del cappello e interpretare la tela di Fernando Botero, Man and Woman , eliminando la stretta di mano, ma lasciando il saluto con il copricapo.

Immagine tratta da Pinterest

Il dilemma del porcospino

Nel 1851, Schopenhauer ha elaborato il “dilemma del porcospino“.

Alcuni porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò nuovamente a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.

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Monia Donati

Giornalista pubblicista, esperta in comunicazione e marketing, curiosa del mondo.


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