Ricostruire il patrimonio culturale all’Aquila vuol dire ricostruire L’Aquila stessa

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Sono trascorsi 10 anni da quel 6 aprile 2009.
Dall’alto l’Aquila è disseminata di cantieri aperti, probabilmente se alzi gli occhi al cielo vedi più gru che scie di aerei o uccelli.
Molto bambini nati dopo il 2009, fra le prime parole, hanno imparato proprio a dire gru e sanno benissimo cos’è una betoniera.

Photo by EJ Yao on Unsplash

All’Aquila 40 architetti, per un Focus di approfondimento sulla ricostruzione.

A fine marzo, una quarantina di architetti provenienti da tutta Italia si sono incontrati all’Aquila per un momento di riflessione comune sui temi legati alla ricostruzione post-sisma.
Evento reso possibile grazie alla messa in rete delle Fondazioni architetti d’Italia. Tra le altre, quella di Pescara.
Il percorso è stato di tipo tecnico, per ragionare su come, in questi 10 anni, ci si è approcciati al restauro e alle criticità, con un itinerario fra i cantieri. E di tipo urbano e sociologico, per capire come è cambiata l’identità dell’Aquila.

Prima del terremoto L’Aquila era un centro vivo, una sede universitaria, dopo invece ha perso la sua identità, i luoghi via via vengono ristrutturati, ma non hanno più una vita: le persone hanno perso il rapporto con il centro - indica Silvia Moretti, presidente della Fondazione Architetti Firenze - 10 anni sono tanti. In 10 anni si dimentica la realtà. Le persone, specie le nuove generazioni, sono cresciute in una realtà alternativa. Fuori città. Certo, la riapertura in centro dei negozi riporterà la fruizione, ma è la sera probabilmente il momento più critico. Non essendoci grandi edifici, mancando le attività culturali, il cittadino non è attirato”.
Perché negli anni il centro storico, da luogo in cui vivevano solamente gli operai dei cantieri e quelle rare attività commerciali che erano rimaste, è tornato ad essere abitato da bar e pub. Ma manca tutto il resto. Il teatro ha riaperto, ma in versione ridotta. C’è una libreria attiva, ma molto piccola, che ha riaperto da poco. Proprio nelle ultime settimane, fine marzo, è tornata in piazza anche un’altra libreria.

Nel focus degli architetti si è ragionato anche sulla sicurezza, tema caro alla Fondazione fiorentina, che con il progetto diamoci una scossa insegna ai bambini come funzionano i dissesti, cos’è la buona architettura, come riconoscerla e come si può agire sul lato sicurezza appunto.
Perché i bambini sono il futuro - spiega ancora Silvia Moretti - Parlano con i genitori e diffondono il messaggio. E se siamo capaci di creare in loro coscienza civica, cultura della sicurezza, potremmo avere anche delle speranze di avere dei centri urbani diversi”.

La ricostruzione continua, ma resta caldo il tema sicurezza.

Mentre tra gli eventi del decennale sono numerose le iniziative che mettono sotto la lente la sicurezza, in particolare nelle scuole, dove ogni giorno si registrano 3 crolli o distacchi,  da più parti viene anche richiesto al Governo che sia varata una legge in grado di regolamentare la prevenzione dei danni e la ricostruzione dopo eventi sismici.
L’appello viene anche da Massimo Cialente, sindaco del capoluogo abruzzese dal 2007 al 2017, che sostiene la necessità di "elaborare un grande piano, ultradecennale, con un grandissimo investimento economico, che sia accurato, serio, trasparente, efficace ed efficiente".

Tematiche su cui l’Asvis, l’Alleanza italiana per lo Sviluppo sostenibile, ha criticato la Legge di bilancio 2019 rispetto ai 17 obiettivi dell’Agenda 2030.
In particolare, l’Asvis indica che sì, sono previsti numerosi interventi per le aree che hanno subito calamità, naturali e non, ma che questi sono svincolati e privi di una visione d’insieme e di una cultura della prevenzione.
Se si escludono i 600.000 euro destinati alle regioni colpite dal terremoto, non pare esserci attenzione particolare alla manutenzione programmata e alle attività connesse ai rischi sismici e idrogeologici. Non emerge la volontà esplicita del Governo […] per stimolare una maggiore attenzione all’insieme dei rischi ambientali o per sviluppare una adeguata cultura della conservazione presso la cittadinanza”.

Ricostruire il patrimonio culturale all’Aquila vuol dire ricostruire L’Aquila stessa.

La ricostruzione passa anche attraverso il recupero architettonico e storico della città, per ridare al centro, non solo vita e memoria, ma anche rinnovata identità.
Perché alll’Aquila il patrimonio culturale ha una presenza pervasiva, rilevante in termini sia di quantità che di qualità. Sono 2000 i beni immobili di interesse culturale identificati nella zona colpita dal sisma del 2009.
675 solo alla città dell’Aquila e, di questi, 475 nel centro storico.
Chiese, monumenti, ma anche palazzi che fanno parte del patrimonio privato e della bellezza e ricchezza della città. Del suo patrimonio monumentale, storico e artistico.
In 10 anni si sono susseguiti pareri, sopralluoghi, incarichi di restauro per palazzi, apparati decorativi e beni mobili come statue, tele, affreschi. 247 gli interventi finanziati per un finanziamento totale, utilizzato nell’arco di questi dieci anni, di 225,922 milioni di euro.


 
Gran parte del lungo elenco di monumenti e palazzi già riconquistati deve il suo recupero alla generosità delle donazioni da parte di stati esteri, enti locali, associazioni, fondazioni, privati e singoli cittadini, che hanno reso possibile l’avvio accelerato dei primi interventi di restauro.
Una ricostruzione che ha voluto privilegiare le “pietre”, puntando non solo sull’oggettivo valore culturale dei beni, ma sull’identità sociale degli stessi, ritessendo, con il restauro, quella rete di luoghi centrali per la comunità e la sua identità.
I giorni più belli sono stati quelli in cui ci siamo ritrovati come comunità. L’occasione in tal senso che mi commosse di più fu grazie al FAI, che sovvenzionò il recupero della Fontana delle 99 cannelle. E fu il giorno in cui fu riaperta l’acqua delle 99 cannelle. - racconta Massimo Cialente, il sindaco del terremoto, in un’intervista all’Ansa - Perché l’acqua scorre intorno ad una sorta di canale che gira tutto intorno alla fontana. L’acqua cominciò ad uscire da ciascuna cannella e fu una sorta di musica. Quello fu il primo segno che tornava qualcosa. Erano passati pochi mesi”.

Photo by Simon on Pixabay

L’Aquila che appare oggi è una città diversa.

E non solo certamente per tutti i cantieri ancora in corso e quei pezzi di vita che sembrano mancare allo scorrere quotidiano del centro urbano.
È diversa, in parte più ricca in un certo senso, anche perché le varie fasi storiche che hanno dato vita alla città che conoscevamo, con i restauri, hanno dato origine a ritrovamenti inattesi.
Scoperte archeologiche dagli scavi dei cantieri, un passato medievale ritrovato negli affreschi e decori visibili dietro gli intonaci e nelle strutture murarie; anche un Cinquecento vitale e ricco, tra dipinti, stucchi, soffitti lignei e inediti elementi costruttivi. Nella tragicità si hanno eccezionali scoperte.

Antonella Filiani, presidente della COO.BE.C, Cooperativa beni culturali, dal 2009 è impegnata nel restauro del patrimonio privato, lavorando in subappalto con le imprese edili. Lavorano per isolati, ovvero agglomerati di palazzi omogenei, per dare continuità fra un edificio e l’altro.
Proprio ora stiamo lavorando ad uno dei palazzi più interessanti, dal punto di vista del restauro, ricco di decorazioni settecentesche. I palazzi dell’Aquila nascono riunendo in sé varie fasi. Al piano terra ci sono delle decorazioni parietali del ‘400, che potrebbero riservarci delle belle sorprese”.

La città non dice la sua storia, la contiene.
(I. Calvino, “Le città invisibili”)

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Monia Donati
Monia Donati

Direttore responsabile. Giornalista, esperta in comunicazione e marketing, curiosa del mondo.


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