Il potere rasserenante della folla e l’impatto della città sull’uomo

Tempo di lettura stimato: 5 minuti

Il potere rasserenante della folla.

Edgar Allan Poe. Le atmosfere misteriose e terrificanti che l’autore americano riesce a creare sono note.
Nel racconto “L’uomo della folla”, pubblicato nel 1840, il protagonista è seduto sulla terrazza di un caffè londinese. La sua attenzione è catturata dalla massa di persone sulla strada, una forza astratta e impersonale, una sorta di mare in perenne movimento in cui i singoli elementi sfumano e si perdono. Ad uno sguardo più attento iniziano ad apparire uomini e donne, quali esseri individuali, che camminano ognuno nella propria direzione. D’un tratto il racconto inizia a seguire un uomo misterioso che si muove in modo piuttosto disordinato. La voce narrante lo segue e ci racconta che, dopo aver percorso la strada affollata svicola per una traversa per immettersi in un’altra arteria che pullula di gente. Ogni volta che si trova in mezzo alla folla i suoi movimenti diventano più tranquilli; quando, invece, con il procedere della notte la folla inizia a disperdersi, lo vediamo teso e alla ricerca di qualche capannello di persone in mezzo al quale gettarsi. Dopo aver seguito il viandante per una notte e per tutto il giorno appresso, il narratore lo abbandona stremato non riuscendo ad avere ragione del suo strano comportamento. Il mistero quindi resta aperto: forse l’uomo è l’autore di un delitto che cerca la folla per mimetizzarsi? Può darsi, ma forse, anche autorizzati dal finale aperto, possiamo darne un’interpretazione diversa. Perché l’uomo ha questo comportamento? Da che cosa è attratto e, soprattutto, da che cosa vuole sfuggire? Prima di provare a rispondere a queste domande occorre fare alcune considerazioni.

Image by Free-Photos on Pixabay

Innanzitutto Londra non è una città come le altre.

Londra è, all’epoca della stesura del racconto, la città più grande del mondo (resterà tale fino al 1925, quando cederà il passo a New York). Siamo autorizzati quindi a vedere l’uomo della folla come l’immagine dell’uomo di fronte alla metropoli, cioè di fronte alla modernità.

La metropoli sovrasta l’uomo.

È un’entità talmente gigantesca che l’uomo si sente smarrito in essa. Smarrimento non fisico o meramente topografico, una condizione di disagio psicologico che sembra, come nel racconto appunto, non poter trovare spiegazione. Chiediamo aiuto a Georg Simmel, un grande sociologo che ha riflettuto, tra le altre cose, anche sull’impatto psicologico della metropoli sull’uomo. In “Le metropoli e la vita dello spirito Simmel ci mostra come l’uomo, con la sua individualità, si scontri con la metropoli, un “organismo” troppo grande e spaesante. Per difendersi dalla perdita di individualità che l’eccesso di stimoli comporta, la coscienza dell’uomo si chiude in se stessa; nasce così quell’indifferenza che spesso caratterizza il cittadino moderno. Come contraltare di questo aspetto, però, la città permette una libertà maggiore rispetto a comunità più ridotte.

Image by Free-Photos on Pixabay

La folla fa confondere.

Le ferree regole che si devono rispettare in un ristretto circolo di persone (una famiglia, una tribù, un villaggio, un piccolo paese) vengono, in città, ad allentarsi, lasciando al cittadino il potere di fare cose che altrove non gli erano consentite. Proprio perché la metropoli è il luogo di massima espansione numerica, le possibilità offerte all’individuo si moltiplicano e tendono al grado massimo di libertà. Questo surplus di libertà però non coincide con la serenità (e ce ne siamo ben accorti). Quello che vediamo nell’uomo della folla è un po’ questo, la ricerca della sola dimensione quantitativa per evitare di fare i conti con la propria individualità. Meglio mimetizzarsi tra la folla che sobbarcarsi l’onere di essere se stessi. Si viene a creare una sorta di paradosso per il quale l’uomo, apparentemente svincolato da ogni costrizione e quindi libero di far valere la propria individualità, limita in realtà se stesso diventando sempre più dipendente da un mondo che lo sovrasta. Si aggiunga a questo aspetto anche l’aspetto razionale e tecnologico. La città è un organismo complesso, per funzionare ha bisogno di un apparato organizzativo sempre più raffinato e preciso. L’aumento della specializzazione necessaria per far respirare una metropoli è impossibile da elaborare per l’uomo; ciò che fa respirare la città, soffoca invece l’uomo.

Nel 1840, il racconto di Poe ci parlava di quest’uomo lasciandoci immersi nel mistero. Oggi però possiamo seguire l’uomo della folla in modo estremamente più efficace.

Una macchina che studia le sensazioni per la città.

Panos Mavros, ricercatore del Laboratorio per la Città Futura (FCL) di Singapore, studia, grazie a una macchina per Elettroencefalogramma portatile (una sorta di cappello) le sensazioni che le persone hanno mentre passeggiano per le vie di una città. Fa girare dei volontari per i quartieri cittadini e studia gli impulsi che il cervello emette durante il percorso; fermarsi ad un semaforo troppo affollato crea stress, passare per un viale alberato distende i nervi, avere più o meno luminosità in una via o in un parco fa la differenza. Una macchina, insomma, in grado di spiegarci in modo preciso come mai quando facciamo una certa strada ne usciamo di cattivo umore, mentre una strada diversa ci fa l’effetto opposto. Mettendo a confronto i dati così ottenuti si possono creare spazi urbani più confortevoli e più piacevoli da vivere. Se avessimo messo uno di questi strumenti in testa all’uomo della folla avremmo registrato grande stress al diradarsi della folla e invece completo rilassamento nei momenti di maggiore affollamento. Avremmo registrato in lui una fobia per la propria individualità e il bisogno di celarla, probabilmente soprattutto a se stesso, tra le altre persone. Una situazione sicuramente non auspicabile, anzi da rifuggire con decisione.

Misurare le sensazioni delle persone che attraversano le vie della città serve per poter meglio lavorare sulla dimensione qualitativa del mondo urbano, nella maggior parte dei casi dimenticata sotto l’imperante dittatura della quantità. È quella che viene chiamata “urbanistica partecipata”; anche i cittadini contribuiscono alla creazione della città, recuperando, in fondo, quella che è la vera natura della città, cioè un gruppo di persone che hanno una visione comune e si uniscono per realizzarla. Da più parti nel mondo esistono gruppi di studio che cercando di rendere la città più vivibile, più sostenibile e cercano di fare questo assieme agli stessi cittadini che possono dare contributi importanti alla costruzione di quartieri e infrastrutture.

Photo by HONG LIN on Unsplash

Spazi urbani simulati con i Lego® e navigati con la realtà aumentata.

Kent Larson dirige a Boston il laboratorio City Science MIT (Massachusetts Institute of Technology), qui usa dei modelli modulari (i Lego®) con cui cittadini, persone coinvolte nella gestione cittadina, ricercatori e studenti possono simulare la disposizione degli edifici, degli spazi verdi, delle strade di un quartiere e poi navigarci dentro con un programma di realtà aumentata. In questo modo si ottengono dati relativi al traffico, al consumo di energia, alla luminosità degli edifici, alla raggiungibilità degli spazi verdi da parte di ogni abitante, etc.

Urbanizzazione e segregazione.

Visto che il 55% della popolazione mondiale vive in città e per il 2050 il Rapporto sull’urbanizzazione delle Nazioni Unite prevede che questa percentuale salirà al 68%, occorre assolutamente fare qualcosa per proteggersi dal rischio di diventare uomini della folla. Attraverso studi di questo genere forse si riusciranno ad avere metropoli che baderanno ad aspetti più umani che non sono superflui ma essenziali. Non si può lasciare la formazione della città in preda alla speculazione, in una sorta di lassez faire urbanistico. Laddove un disegno razionale e una progettazione seria non riesce a far fronte alla pantagruelica ingordigia con cui la città divora il territorio circostante, avremo senza dubbio la formazione di quartieri poco accoglienti o addirittura invivibili.

Image by Engin_Akyurt on Pixabay

Lasciare che la città diventi una macchina di speculazione crea quella che viene chiamata “segregazione spaziale”, cioè una divisione netta tra zone ricche e zone povere che, se un qualche misura è inevitabile, può essere mitigata da iniziative di scambio e dialogo tra gli abitanti di quartieri diversi. Non è un compito facile, perché la città attrae a sé forze, passioni, speranze e anche critiche. Le categorie si mescolano e si fa fatica anche a giudicare qualcosa in modo lucido. Anche la categoria delle bellezza risulta, spesso, essere guidata da criteri che estetici non sono. Quando ad esempio si additano a modelli di bruttezza e degrado Le Vele di Scampia, il Corviale a Roma o lo Zen di Palermo, si dimentica che quelle strutture furono occupate appena costruite e come non si sia potuto completare tutto l’apparato di strutture, attività, servizi che erano previsti per l’area. Quelle mega strutture sono rimaste quindi delle semplici abitazioni senza avere riguardo per l’uomo. Si può ricavare quindi l’idea che la bellezza di un edificio non stia solo nella forma, ma stia nel dialogo tra ciò che c’è (o che gli si costruisce) attorno e, non ultimo, dai servizi che gli abitanti possono trovare in quell’edificio. Non si spiegherebbe altrimenti perché Corviale, Zen e Le Vele siano presi ad esempio di bruttezza e degrado mentre le Unité d’habitation di Le Corbusier siano dei modelli virtuosi. La differenza sta nel fatto che in queste si è creata una rete di servizi per il cittadino che le rendono vivibili e accoglienti, in quelli invece l’edificio è rimasto solamente un contenitore di cemento che nessuna attenzione ha per i propri occupanti.

La cura degli uomini è la migliore economia urbana.

Tra i sociologi e gli urbanisti che hanno scritto e riflettuto sulla città, sicuramente a Lewis Mumford spetta un posto d’onore: voglio chiudere con le sue parole. Nel 1961, per evitare la “schiavitù dei grandi numeri” in cui una città attenta soltanto alla produzione e agli affari poteva farci precipitare, scriveva:

le innovazioni più urgenti non consistono nell’estendere e nel perfezionare le sue [della città]attrezzature fisiche, e meno ancora nel moltiplicare i congegni elettronici automatici per disperdere in un informe pulviscolo suburbano i superstiti organi di cultura. […]
Dobbiamo restituire alla città le sue funzioni materne e vitali, le attività autonome e le associazioni simbiotiche che per lungo tempo sono state trascurate o soffocate. Essa infatti dovrebbe essere un organo l’amore, e la migliore economia urbana è la cura e la cultura degli uomini.

(Lewis Mumford)

Altro dall’autore:

About Author

Rolando Ruggeri

Intento a curiosare e scrivere su varia umanità. Ha pubblicato il libro "La saggezza laica della Bibbia. Genesi".


COMMENTA CON FACEBOOK




Lascia un commento

Calciomercato Inter, Tuchel-Leonardo: scontro per Icardi! - Calciomercato - CalcioMercato.it-Uomini e donne: Enzo Capo nella bufera - SoloDonna-Serie A, Malagò: 'A fatica la barca sta ripartendo, modello tedesco ok ma a una condizione' - Calciomercato.com-Coronavirus, studio shock: “Liverpool-Atletico Madrid ha causato 41 morti” - Tuttosport-Scuola, Conte convoca vertice di maggioranza in serata - la Repubblica-Sandra Milo riprende lo sciopero della fame: “Conte non mi ha richiamata, forse lo farà lunedì” - Tgcom24 - TGCOM-Coronavirus, Boris Johnson difende Dominic Cummings, il superconsigliere che aveva violato il lockdown - Corriere della Sera-Burioni: "Calcio? Mi auguro ovviamente che nel caso ripartisse non ci siano problemi. Sulla mia... - Tutto Juve-Spadafora conferma: "Il 13 o il 20 la Serie A riparte". E rilancia sulle partite in chiaro - La Gazzetta dello Sport-Coronavirus. Movida da nord a sud, tutti fuori ma poche multe: sindaci pronti a nuova stretta - Il Messaggero
Top