Le nostre città fanno schifo. Servono resilienza e intelligenza

Resilienza, una parola salvifica che sempre più spesso viene usata anche a sproposito.
Il significato dell’essere resilienti è semplice da comprendere. Essere in grado di affrontare eventi traumatici in modo positivo, riorganizzandosi e affrontando le difficoltà senza piangersi addosso. Sfruttando le opportunità positive. E utilizzando l’inventiva umana. La sua capacità di uscire da situazioni che sembrano impossibili da superare. Ma che con un approccio diverso possono addirittura diventare opportunità.

La resilienza applicata alla nostra stessa esistenza può risolvere molti problemi e tanto stress. Applicata all’urbanistica potrebbe rendere meno schifose le nostre città. Più a misura d’uomo. Le città resilienti devono essere il futuro.

Città del futuro

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Resilienza: le città devono adattarsi. All’uomo e ai cambiamenti climatici.

Le nostre città devono diventare resilienti. I piani urbanistici devono tenere conto anche dei cambiamenti climatici che potrebbero mettere a rischio la loro stessa esistenza. Oltre che l’esistenza di coloro che ci vivono.
Le città resilienti non sono un miraggio o un’utopia. Ma sono una realtà che si dovrebbe già prendere in considerazione oggi per riqualificare e ripensare il tessuto urbano. Grande o piccolo che sia. Si tratta di sistemi in grado di adattarsi al global warming e agli effetti dei cambiamenti climatici. Ma anche di sistemi che possono permettere agli abitanti di avere tutto quello di cui hanno bisogno. Piccole comunità autosufficienti, come gli ecovillaggi o i castelli medievali, ma pensati e vissuti, ovviamente, in chiave moderna.

Da rivedere sono le dinamiche sociali, economiche e ambientali, in maniera tale da sfruttare l’innovazione. La città resiliente deve, ad esempio, essere in grado di resistere a urti e sollecitazioni impulsive. Città che sanno rispondere a scosse di terremoto altissime, come già avviene in Giappone. O che possano essere in grado di adattarsi in caso di alluvioni, per fare in modo che per la popolazione e le strutture i danni siano ridotti al massimo.

Città resilienti e l’Italia.

Per un paese come l’Italia, dove i danni da cambiamenti climatici nel 2018 sono stati ingenti per 148 eventi avversi (66 allagamenti per piogge intense, 41 casi di trombe d’aria, 23 casi di danni a infrastrutture, 20 esondazioni di fiumi), che hanno anche causato 32 vittime, questa è l’unica soluzione possibile. Nulla di avveniristico. Niente di impossibile. Perché storie di città resilienti sono già state narrate. E sono una realtà che oggi è presente e dà i suoi frutti in molti paesi del mondo.
E che anche in Italia dovrebbe essere tenuta presente, visto che dal 2010 a oggi secondo Legambiente sono stati 437 i fenomeni meteorologici riportati nella mappa del rischio climatico, con 264 in cui l’impatto è stato maggiormente rilevante. Se non completamente devastante.

Rotterdam

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Le città resilienti in Europa e nel mondo.

Rotterdam è l’esempio più eclatante di città resiliente. La città olandese si trova, come il 40% dei Paesi Bassi, sotto al livello del mare. L’aumento delle temperature globali e il conseguente innalzamento dei mari rappresentano una minaccia non indifferente. Da anni l’amministrazione lavora a strategie per evitare che la città finisca sommersa come un’Atlantide dei giorni nostri. E lo ha fatto rispettando la natura e interagendo con l’ambiente. Non deviando i corsi d’acqua o creando dighe, ma realizzando una zona periferica, chiamata Eendragtspolder, dove viene fatta defluire l’acqua in caso di esondazione del fiume Rotte. 22 ettari di terreno lasciato incolto che in caso di emergenza è la salvezza per chi vive a Rotterdam. Ma che normalmente viene usato per fare sport acquatici.
Ogni superficie è stata trasformata in un deposito per l’acqua piovana: strade, piazze, marciapiedi. Esistono poi impianti di stoccaggio e coperture di abitazioni con proprietà assorbenti. Si sta pensando a delle water squares, dove vivere la città ogni giorno, rendendola sicura in caso di alluvioni, non impedendo mai la sua fruibilità.
Si sta lavorando alla realizzazione di quartieri galleggianti. E si danno incentivi ai cittadini per installare tetti verdi o raccogliere l’acqua piovana. Per rendere tutti partecipi del processo di cambiamento.

Barcellona è la prima flooding resilient city al mondo, avendo iniziato alla fine degli anni Novanta a concepire una nuova città in cui 15 vasche costruite in giro per il territorio raccolgono l’acqua piovana in eccesso. Riducendo così gli allagamenti e casi di contaminazione con l’acqua della rete fognaria. E rivalutando ogni spazio al fine di evitare danni strutturali e alle persone. Intervenendo nello spazio urbano rispettando però l’ambiente naturale.

Copenaghen, oltre ad aver approvato nel 2012 il Climate Plan, ha deciso di intervenire in ogni quartiere, trasformando vie e piazze per la creazione di un sistema che permetta alle acque in eccesso di indirizzarsi verso il porto. Semplicemente sopraelevando i marciapiedi. O costruendo pavimentazioni impermeabili.
Si è inoltre aumentato il verde, diminuendo gli spazi grigi del cemento. Rendendo la città più bella, green e sicura. E fruibile anche in caso di eventi drammatici legati alle condizioni avverse del meteo. Non dimenticando la creazione di spazi sociali dove ritrovare il contatto umano.

New York, la città che non dorme mai. Ma che ha evidenti problemi con l’acqua. L’uragano Sandy del 2012 ha inondato le aree più basse, mettendo a rischio la popolazione.
Per questo la Grande Mela sta lavorando al programma di resilienza OneNYC nei quartieri di Manhattan, Brooklyn, Queens, Bronx e Staten Island per far fluire meglio l’acqua, non controllarla, ma allontanarla dalle zone abitate. Ci saranno pendii che la accompagneranno verso il mare. E parchi, giardini, zone piantumate offriranno spazi dove l’acqua può essere più facilmente assorbita.

Roma

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Le città resilienti in Italia.

E in Italia? Roma e Milano si trovano nella lista delle 100 Resilient Cities, programma ideato dalla Rockefeller Foundation.

A Milano si parla di forestazione urbana per rendere la città verde e sostenibile, con la creazione di nuovi parchi e la piantumazione di 3 milioni di alberi entro il 2030. Ridurre la CO2, rendere la città più vivibile e più sana: per una metropoli come il capoluogo lombardo è un ottimo primo passo. Ma si può fare di più.

Roma sta promuovendo strategie per rendere la capitale italiana più resiliente. Dopo una prima valutazione preliminare, si devono individuare punti di debolezza e di forza per poter intervenire con opere di riqualificazione urbana assolutamente necessari.
La strategia prevede la realizzazione di una città maggiormente efficiente al servizio dei cittadini, una città che sia dinamica e robusta, ma anche aperta, inclusiva e solidale. E verde, in grado di valorizzare le risorse naturali.

A Bologna il comune nel 2012 ha avviato un progetto, finanziato dall’Unione Europea, per rendere la città più adattabile e meno vulnerabile. Per poter reagire in caso di alluvioni o altri eventi estremi legati ai cambiamenti climatici. Si agisce cercando di ridurre il prelievo di risorse naturali, tutelando la produzione agricola locale, migliorando le aree verdi e alberate, aumentando la superficie verde, rendendo green edifici pubblici e privati.

Siamo molto indietro rispetto ai paesi del Nord Europa. Ma ci stiamo muovendo. Lentamente. E non solo nelle due grandi capitali economiche del nostro paese.
Roma non è stata costruita in un giorno. E anche per le città resilienti ci vuole tempo. L’importante è iniziare il prima possibile. E non rimanere a guardare.

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Patrizia Chimera
Patrizia Chimera

Giornalista pubblicista di attualità e lifestyle. Spirito zen, curiosità innata, ama sempre mettere tutto in discussione


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