Zarifa, donna e sindaco in Afghanistan: «Mi uccideranno». Perché le ragazze istruite continuano a far paura

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Luigi Di Fonzo
Direttore responsabile. Giornalista professionista, poeta, saggista, esperto di musica pop-rock, ama leggere e viaggiare. Due azioni complementari: spesso grazie alla lettura viaggia anche se è a letto e spesso legge mentre è in viaggio. Colleziona fumetti, in primis quelli di Andrea Pazienza e Hugo Pratt.

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Zarifa Ghafari (foto tratta dal suo profilo Facebook)

La storia di Zarifa Ghafari, la sindaca 27enne della provincia di Maidan Wardak, in Afghanistan, che tre giorni fa ha dichiarato al New York Times di «attendere seduta che arrivino», in riferimento ai talebani che «mi uccideranno», è diventata il simbolo dell’ennesima tragedia che si è abbattuta sulle donne afghane dopo 20 anni di conquiste in tema di diritti civili. Negli ultimi vent’anni oltre tre milioni e mezzo di ragazze afghane sono riuscite ad andare a scuola, tanto che un terzo degli studenti universitari del Paese risulta oggi composto da giovani donne. Molte le donne che in questi anni hanno assunto posizioni di rilievo nella vita amministrativa e pubblica come Zarifa, o come la governatrice del distretto di Charkint Salima Mazari, 41 anni, catturata dai talebani e di cui non si sa più nulla. Nata in Iran, Mazari è di etnia hazara, gruppo inviso sia ai talebani che all’Isis. Grazie a 20 anni di istruzione libera, queste donne hanno compreso che bisognava costruire con la cultura il cambiamento.

Il ritorno del burqa

Con la nascita dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan, molte di queste donne fuggiranno in esilio, finiranno in carcere o, più verosimilmente, saranno giustiziate per aver trasgredito la Sharì’a, la legge coranica dei talebani, e per aver contrastato l’avanzata degli uomini del leader Akhunzada. Trentacinque anni dopo la presa della capitale Kabul avvenuta nel 1996, i talebani tornano a imporre le loro regole, che discriminano le donne. Durante il regime dei talebani, infatti, alle donne era assolutamente proibito: uscire fuori casa se non coperte dal burqa e non accompagnata dal marito o da un parente di sangue (mahram); guidare biciclette, moto e auto e viaggiare in mezzi pubblici fuori dagli spazi riservati; lavorare fuori casa, salvo rarissime eccezioni; apparire in qualsiasi forma in fotografie, riviste e giornali o in televisione; entrare in qualsiasi forma in contatto con uomini diversi dal marito o dai parenti, incluso il personale medico; utilizzare cosmetici, gioielli o indossare scarpe e abiti eleganti. Sarà interessante verificare se tornerà anche la pena della lapidazione per le donne accusate di adulterio, o se si opterà per qualcosa di più “moderno”, come il colpo di fucile o di pistola alla nuca.

Photo by Sohaib Ghyasi on Unsplash

Donne e istruzione: le nemiche delle religioni

Non solo: l’istruzione delle donne venne del tutto impedita fino al 2001, anno dell’invasione statunitense. Secondo i dati più aggiornati dell’Unicef, sono circa 129 milioni nel mondo le bambine e le ragazze che non frequentano alcun tipo di scuola, e il 90% a causa dei tabù legati alle convinzioni religiose. Il rimanente 10% appartiene a famiglie talmente povere che non possono accedere all’istruzione per mancanza di mezzi o per ignoranza stessa. Il diritto all’istruzione è l’arma più potente per ottenere la libertà da ogni forma di sottomissione e di discriminazione. E questo vale soprattutto per le donne. Non c’è regime – compresa la Chiesa Cattolica ai tempi della Santa Inquisizione – che non preferisca bruciare libri, “streghe” ed “eretici” piuttosto che lasciare che si diffonda la ragion critica. E cosa può esserci di peggio di una donna istruita, intelligente e in grado di guidare i sottoposti in un lavoro considerato “da uomini”? Non a caso spesso gli attentati avvengono nelle scuole, come nelle tragedie di Pakistan e Nigeria. E le tante ragazze che nel frattempo hanno diffuso la loro voglia di vivere, le loro fotografie e quelle di amici sui social come Facebook o su Instagram? Potranno ancora avere l’accesso a internet e ai social network?

La pagina Facebook di Zarifa Ghafari

Donne al governo, ma nel rispetto della Shari’a

L’ultima beffa riguarda la promessa di amnistia fatta dai talebani a quanti hanno “deviato” dalla legge islamica e collaborato o lavorato con gli occidentali. Enamullah Samangani, membro della commissione Cultura degli Insorti, ha invitato le donne a entrare nel governo del nuovo Emirato «secondo le regole della Shari’a». Un’affermazione che sembra voler indicare una svolta moderata degli “studenti islamici”, un tempo autori di lapidazioni di donne, mutilazioni e esecuzioni in piazza, ma che è stata accolta con scetticismo da molti afghani ed osservatori internazionali. Quello che si sa di certo è che le donne senza velo vengono giustiziate in strada e che sono tanti gli afghani terrorizzati in fuga.

Istruire significa costruire

Lo diceva Victor Hugo, e mai come in questo periodo storico la cultura è diventata indispensabile per riconoscere mistificazioni, deformazioni storiche e cattiva informazione. Ma soprattutto indispensabile per ragionare sul bombardamento continuo di concetti e slogan utilizzati per amplificare malessere e proteste. Perché l’istruzione serve a comprendere. A capire, ad esempio, il significato della stella gialla cucita sulle giacche e sui paltò degli ebrei, o il significato di parole come nazifascismo e dittatura, e a non travisarne l’utilizzo, anche se solo simbolico. Il governo italiano dovrebbe offrire una vacanza premio di due settimane a Kabul a chiunque parli di “dittatura sanitaria”, in modo che si comprenda meglio il significato reale del termine dittatura. Oppure far pagare interamente le cure e le terapie anti Covid ai no vax che finiscono in ospedale, e a quanti hanno deciso che è meglio rischiare di prendere la Covid-19 piuttosto che il vaccino. Come dice spesso la virologa Ilaria Capua, «usiamo l’intelligenza, perché per il Coronavirus noi siamo soltanto un animale». I fatti lo dimostrano. Siamo animali. Che odiano le donne.

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