Pandemia, guerre, crisi climatica: solidarietà unica arma per superare la paura del futuro

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Luigi Di Fonzo
Direttore responsabile. Giornalista professionista, poeta, saggista, esperto di musica pop-rock, ama leggere e viaggiare. Due azioni complementari: spesso grazie alla lettura viaggia anche se è a letto e spesso legge mentre è in viaggio. Colleziona fumetti, in primis quelli di Andrea Pazienza e Hugo Pratt.

Tempo di lettura stimato: 4 minutiDi cosa hanno paura gli italiani dopo un anno di emergenza pandemica? Ancora del Nuovo Coronavirus? Certo, anche se rispetto ai dati di marzo 2020 (vedi qui il “Rapporto sulla sicurezza e sull’insicurezza sociale in Italia e in Europa” di Demos & Pi), in cui 9 persone su 10 dichiaravano la loro apprensione per la minaccia globale del virus venuto dalla Cina, la paura ora sembra aver assunto soprattutto l’aspetto degli euro. E se oggi ad avere ancora paura del virus sono 6 italiani su 10, il timore di un dissesto economico dal quale sarà difficile risollevarsi è praticamente totale. Paura che viene esorcizzata attraverso i più diversi mantra: “andrà tutto bene”… “dopo una grave crisi c’è sempre una forte ripresa”… “questa emergenza è stata l’occasione per dare slancio all’innovazione”… “il rimbalzo sarà molto forte”…

Eppure, dentro il cuore di chi continua a dispensare previsioni ottimistiche e dichiarazioni di fiducia sul futuro, si nasconde l’angoscia di chi sa di lasciare ai figli non solo un debito enorme, ma, quel che è peggio, una Terra malata e sempre più povera. Dove pandemie, diseguaglianze e guerre spingeranno sempre più derelitti a cercare un rifugio e una speranza di riscatto proprio in quei Paesi dove il capitalismo ha trasferito parte delle ricchezze depredate.

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L’insicurezza globale: dal terrorismo al disastro ecologico

Nel mondo si contano ad oggi 3.066.113 morti da epidemia Covid 19. In Italia i deceduti sono 188.699. Ma il virus non è l’unica minaccia globale che mette a rischio la società del benessere. Gli effetti dei cambiamenti climatici, a partire dai gravi dissesti idrogeologici, stanno cambiando in toto il nostro Pianeta, dal Polo Nord al Polo Sud. Alle vittime di carestie e alluvioni vanno aggiunte quelle delle guerre che attualmente – ufficialmente e non – si combattono in 51 Paesi. E se il terrorismo jihadista sta aspettando la totale riapertura di aeroporti e strutture turistiche per tornare a colpire, non si fermano i colpi di mitraglia in Afghanistan, Iran, Siria, Libano, Libia, Etiopia, Sudan, Yemen, Congo, Ruanda, Ucraina, Nepal, Myanmar… Più che nomi di Stati, quelli citati sono diventati sinonimo di guerra. Guerre che creano vittime soprattutto nella popolazione civile, costretta a fuggire dalla loro terra per non morire di fame e di proiettili.

La pandemia e lo straniero

Il pensatore polacco Zygmunt Baumann lo scrisse diversi anni fa: «La necessità di cercare giustificazioni e colpevoli è il terreno fertile su cui i falsi profeti gettano i loro semi avvelenati che offrono paure e incertezze, puntando il dito accusatore verso ogni diversità». Ma perché un rifugiato, un profugo o un migrante diventa il capro espiatorio di un sistema che basa la sua paura sull’incertezza economica? In una società a forte impronta capitalista, con chiara propensione allo sfruttamento del lavoro, non dovrebbe essere così. Una volta per avere gli schiavi bisognava viaggiare per mesi sui galeoni. Poi si doveva attraversare l’Africa per svuotare i villaggi, superando pericoli di tutti i tipi. Oggi invece manodopera a basso costo, badanti, agricoltori e raccoglitori di pomodori arrivano addirittura a spese loro! Cos’è dunque che non funziona nell’antico meccanismo della migrazione? Il fatto che oggi essa è, per così dire, volontaria? Incontrollata? Come il virus della Covid 19? Ma state sereni: nessuno mai scoprirà il vaccino contro l’immigrazione. Perché non conviene. Resta però la paura di perdere il benessere acquisito (accumulato?) con anni e anni di lavoro. E di sfruttamento. Un benessere minacciato da chi sta molto peggio di noi, e che per fame e disperazione – se non aiutato – potrebbe anche uccidere. Come un virus.

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La parola d’ordine è solidarietà

La paura di perdere un benessere tanto agognato quanto instabile, distrugge tutti i sentimenti di solidarietà e favorisce la tendenza a erigere nuove e più profonde separazioni. Muri invece di ponti per smetterla di ascoltare l’umanità che sfugge alla fame, alla guerra, alla barbarie. Come ha spiegato bene Baumann, gli emigranti sono «l’immagine vivente della fragilità dell’esistenza umana». Questo fiume di esseri umani che si lascia alle spalle vite devastate da guerre carestie e violenze, incarna tutte le paure che tolgono il sonno a chi vive in contesti apparentemente più stabili e prosperi, ma che in realtà sono estremamente vulnerabili e insicuri. Per molti smettere di vedere il dolore, e rinchiuderlo in un ghetto (o un’isola), sembra essere la migliore ricetta contro i mali della loro vita quotidiana e l’instabilità del futuro. Era il 2013 quando i capi di Stato europei dichiararono che non ci sarebbero stati più morti nel Mediterraneo. Si calcola che da allora siano annegati almeno 20.000 migranti, tra cui tantissime donne e bambini. Cosa dire ad Angela Merkel, Nicola Sarkozy, William Cameron, Enrico Letta, Mariano Rajoy e a tutta la bella compagnia che all’epoca si mostrò tanto solidale? Nulla. A parole siamo tutti bravi.

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La solidarietà è la vera arma contro tutti i mali

L’insicurezza economica – prodotto reale di un futuro incerto e molto difficile, dove si susseguono senza soluzione di continuità pandemie, guerre, disastri ambientali dovuti ai cambiamenti climatici, azioni terroristiche, ingiustizie e razzismi – è oggi la grande paura degli italiani, e non solo. Per superare questa paura non sarà sufficiente un Piano di Resilienza e Ripartenza da 290 miliardi di euro, e neanche un bravo manovratore come Mario Draghi.

È la solidarietà la vera arma per superare questa grande crisi globale. La stessa che ha portato centinaia di persone a sacrificare le proprie vite per salvare altre vite dal virus. Se lo dimentichiamo, se lasciamo che la paura ci porti via il pensiero, oltre che il corpo, con esso morirà anche una parte di noi, forse la più importante. Quella che ci aiuta a riconoscerci esseri umani dello stesso mondo. Quella che ci porta ad assumerci responsabilità, e a non temere l’altro. A capire che senza solidarietà si distrugge il nostro futuro. Solidarietà verso gli immigrati. Solidarietà verso i poveri. Solidarietà verso gli anziani. Solidarietà verso i fragili. Solidarietà verso chi viene ancora definito “diverso”. Solidarietà verso chi soffre e chi è solo. Solidarietà verso chi ha perso la speranza. Solidarietà verso chi lotta per la giustizia e per i diritti umani. E quindi per la pace. Solidarietà. Perché «quando un essere umano soffre l’umiliazione, la povertà o il dolore, non possiamo essere certi della nostra innocenza morale».

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