Nuovo Dpcm tra governo in bilico e disobbedienza civile dei ristoratori

In evidenza

Luigi Di Fonzo
Direttore responsabile. Giornalista professionista, poeta, saggista, esperto di musica pop-rock, ama leggere e viaggiare. Due azioni complementari: spesso grazie alla lettura viaggia anche se è a letto e spesso legge mentre è in viaggio. Colleziona fumetti, in primis quelli di Andrea Pazienza e Hugo Pratt.

Tempo di lettura stimato: 4 minutiProroga dello stato di emergenza fino al 30 aprile. Vietato spostarsi tra le regioni fino al 15 febbraio. Rientro in presenza dal 50% al 75% nelle scuole secondarie nelle regioni in zona gialla. Istituzione delle “zone bianche”, ovvero niente restrizioni alle regioni che per tre settimane consecutive registreranno meno di 50 contagi ogni 100.000 abitanti. E, grande novità, riapertura dei musei nelle zone gialle.

Il nuovo decreto valido fino al 5 marzo

Il presidente del consiglio Giuseppe Conte ha firmato oggi il nuovo Dpcm contenente le misure anti Covid valide dal 16 gennaio fino al 5 marzo. Dall’inizio della pandemia ad oggi questo è il ventunesimo decreto firmato dal premier. Confermato il divieto di spostamento dalle ore 22 fino alle 5 del mattino, salvo le solite esigenze lavorative, di necessità o salute, e anche lo spostamento tra regioni.

Il premier Giuseppe Conte (governo.it)

Per quanto riguarda la divisione in zone, da domenica 17 saranno queste: rosse Bolzano, Lombardia e Sicilia. In arancione Abruzzo, Calabria, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Marche, Piemonte, Puglia, Umbria, Valle d’Aosta e Veneto, mentre quelle “gialle” sono Trento, Molise, Campania, Basilicata, Sardegna e Toscana.

Ma i parchi restano chiusi: il caso Vittoriale

Riaprono i musei, ma soltanto nelle zone gialle e soltanto dal lunedì al venerdì. Il fine settimana e nei giorni festivi possono anche aprire, ma a condizione che sia garantito il contingentamento degli ingressi per evitare gli assembramenti. Le Gallerie degli Uffizi a Firenze, Capodimonte a Napoli e il Mart a Rovereto sono alcuni dei musei più importanti che da lunedì potranno riprendere a ospitare visitatori. Una decisione accolta con un pizzico di amarezza dal presidente della Fondazione Vittoriale degli Italiani di Gardone Riviera, Giordano Bruno Guerri. «Anche se siamo in Lombardia, quindi in zona rossa, il nostro museo ha un parco di 10 ettari che potrebbe ospitare, ben distanziate, migliaia di persone. Perché chiudere i parchi all’aperto? Tra l’altro nel 2020 nel nostro Vittoriale non si è ammalato nessuno, neanche le guide. Fare regole così schematiche e generali non mi trova d’accordo», sottolinea Guerri «bisognerebbe studiare meglio le eccezioni. E poi tenere chiusi i musei nei fine settimana… Si è sempre detto che nei musei va poca gente, e adesso siamo diventati peggio dei bar…».

Momento difficile per il governo

Questo decreto sarà l’ultimo di Conte? C’è chi se lo augura, chi invece spinge per evitare una crisi in un momento in cui la seconda ondata della pandemia rischia di prolungarsi troppo. La situazione in Italia è ancora difficile, contiamo ancora quasi 500 vittime al giorno. Per non parlare del resto d’Europa, con la Germania in pieno lockdown. La politica non poteva scegliere momento peggiore per esasperare con una crisi al buio gli animi di chi sta subendo i danni del Sars-Cov 2 da troppo tempo. Conte spera in un confronto leale e costruttivo per raggiungere una nuova coesione. Ma se si andrà alle elezioni, diversi parlamentari spariranno per molti anni dai giochi della politica. Anche perché il numero di deputati e senatori è stato anche ridotto da un referendum. Forse solo per questo si farà di tutto per salvare la legislatura.

Da Firenze la protesta dei ristoratori

Non sono negazionisti. Sono imprenditori che hanno dovuto scegliere se combattere restando a casa oppure in trincea. Ovvero sul posto di lavoro. Sono i ristoratori, più di 11 mila in tutta Italia, che hanno deciso di vìolare la legge che li obbliga a stare chiusi, o a stare aperti solo a pranzo, oppure a fare soltanto l’asporto. A esasperarli non solo il prolungamento delle restrizioni, ma anche il fatto che sia che si trovino in zona gialla che in zona rossa, alle 18 si chiude. A guidare la protesta #ioapro1501 è Mohamed El Hawi detto Tito, giovane ristoratore di origini egiziane che a Firenze è titolare di tre pizzerie. Dalla scorsa primavera, ovvero dall’inizio della pandemia, non ha mai chiuso i suoi locali. E nessuno tra i suoi clienti e i suoi dipendenti si è mai ammalato. In undici mesi è stato multato sette volte (2.800 euro l’importo totale), ma «ho salvato dalla fame la mia famiglia e quelle dei miei dipendenti», ha raccontato stamattina ai microfoni di Radio uno.

Photo by Nick Karvounis on Unsplash

Ai pochi che lo accusano di essere un fuorilegge e un untore, El Hawi risponde con i dati ufficiali dei contagi: «Come potete vedere aumentano anche con i ristoranti chiusi, e i nostri locali sono tutti sanificati e in sicurezza». Nei primi mesi la risposta dei clienti è stata fredda: con il lockdown totale molti avevano paura solo ad uscire di casa. «Ma poi, piano piano, la gente ha capito che non siamo noi il pericolo di questa pandemia». E questa sera nel suo ristorante pizzeria i posti ai tavoli sono tutti esauriti. Sono in molti a seguirlo. E ci sono anche clienti disposti a pagargli le multe future.

Prolificano i gruppi “IO APRO”

L’esempio del ristoratore fiorentino non ha raccolto le adesioni che ci si attendeva, ma l’invito a protestare ha comunque spinto migliaia di colleghi a restare aperti anche nelle zone arancioni e rosse. Sui canali Telegram “IO APRO” tanti ristoratori hanno reso nota l’apertura del loro locale. In poche ore sono nati canali come “Io apro Firenze”, “Io apro Roma”, “Io apro Milano”, “Io apro Romagna” e così via. A Venezia, città che ha migliaia di locali, oggi sono rimasti aperti il Bacaro Quebrado, il Bacarretto Bistrot, Le Petit Bistrot, Quanto Basta, Ceola, Quattro Forchette e il Bar Al Capriccio. A Milano il Ristorante Panghea, La Parilla Mexicana, Don Lisander, Mibiò Bistrot, A casa di Rucci, Fiore Food & Drink, Osteria Tizio e Caio, Vinci’s Brunch, Osteria Dal Verme e tantissimi bar. A Forlì la trattoria da Maria, a Cesena Qbio, a Rimini Il Pizzicagnolo, a Ravenna il Ristorante da Matteo, a Bari il bar pizzeria Enzo & Ciro. L’elenco è lungo anche se la grande maggioranza dei ristoratori ha invece deciso di attenersi alle disposizioni di legge.

Dissenso, resistenza, disobbedienza civile

Il segnale è stato lanciato. E la protesta non si ferma, tanto che è stato aperto anche un sito (www.apriamotutto.it) in cui si esortano i titolari di ristoranti, pizzerie, bar e agriturismi a iscriversi per dare un servizio a quanti vogliono cenare fuori casa. Indipendenti dalle forze politiche, ma comunque uniti dall’avversione ai provvedimenti del governo Conte, questi imprenditori presto trasformeranno la loro disobbedienza civile in una vera e propria arma politica di resistenza. Cosa accadrà? Suggeriamo due ipotesi.

Ipotesi 1. Il prossimo fine settimana i locali che aprono diventeranno 100mila. E poi ancora di più. Probabilmente tra un mese in Italia non ci sarà più un bar o un ristorante chiuso. La protesta darà la spallata finale a un governo già precario?

Ipotesi 2. Oppure da subito saranno inasprite le multe a imprenditori e clienti e, nonostante i ricorsi degli avvocati che si stanno affiancando alla protesta, il braccio di ferro culminerà con un ordine di chiusura dei locali?

“L’emergere di una dimensione sovrastatale dei problemi richiede forme di comunicazione e dialogo tra soggetti politici che avvertono la limitazione di un rapporto esclusivo con la sovranità nazionale e la necessità di allargare la forma partecipativa – consenso e dissenso – ai luoghi di decisione che sembrano dislocarsi al di fuori o accanto allo stato nazionale. Ed è tenendo presente questi aspetti che oggi si deve guardare a quella forma di resistenza che è la disobbedienza civile”. (T. Serra, Costituzionalismo.it).

Il dialogo unica strada possibile

Dopo mesi di decisioni prese senza confronti con i diretti interessati, ma solo con strutture politiche o di controllo sanitario, forse è arrivato il momento di sedersi accanto ai rappresentanti dei ristoratori – e non solo – e concordare una soluzione alle loro forti problematiche. Prima che a qualcuno venga in mente altro. Non di protestare pacificamente, semplicemente aprendo il proprio locale per lavorare. Ma di organizzare una protesta più audace nella Capitale. Magari con lo sciamano di turno in testa al corteo.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

- Pubblicità -spot_imgspot_img