Multinazionale sotto accusa dopo il golpe in Myanmar: «Il gasdotto finanzia i generali»

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Redazione i404
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Tempo di lettura stimato: 3 minutiSono i soldi delle multinazionali europee del petrolio e dell’industria del fashion a tenere ancora in vita la dittatura militare in Myanmar. È quanto denunciano i sindacati dei lavoratori tessili birmani, che hanno chiesto inutilmente di annullare i licenziamenti dei lavoratori che protestano contro il colpo di stato. Ed è quanto ha raccontato nei giorni scorsi un’inchiesta pubblicata dal quotidiano francese Le Monde, dal titolo “Birmania: come Total finanza i generali tramite i conti offshore”.

La versione online dell’inchiesta pubblicata da Le Monde

Il gasdotto che finanzia la dittatura

Il colpo di stato militare che ha portato agli arresti la presidente Aung San Suu Kyi è avvenuto il 1° febbraio scorso. I documenti a cui Le Monde ha avuto accesso fanno luce sul pacchetto finanziario attorno al gasdotto sottomarino di 346 chilometri che collega il giacimento di Yadana alla Thailandia. «Questo tubo non trasporta solo gas», scrivono gli inviati Par Nabil Wakim e Julien Bouissou «è il cuore di un sistema in cui centinaia di milioni di dollari dalla vendita di gas vengono dirottati dalle casse dello stato birmano alla Myanmar Oil and Gas Enterprise (MOGE), una società pubblica a gestione opaca, controllata dai militari».

Tra i 120.000 documenti trapelati dall’amministrazione birmana poco dopo il colpo di stato militare del 1° febbraio, «ci sono i conti e gli audit della Moattama Gas Transportation Company (MGTC), proprietaria del gasdotto che trasporta il gas da Yadana alla Thailandia, e di cui Total è l’operatore e il maggiore azionista», prosegue il servizio. «Prima stranezza: secondo i rapporti dei revisori, questa azienda dichiara un livello di utili da rendere verde d’invidia qualsiasi multinazionale (98% dell’utile netto ante imposte), mentre il proprietario del gasdotto ha dichiarato, nel 2019, un fatturato di quasi 523 milioni di dollari (433 milioni di euro), per soli 11 milioni di dollari di spese».

Photo by Zinko Hein on Unsplash

Niente tasse alle multinazionali: un Paese depredato due volte

Una situazione definita “surreale” da diversi esperti del settore consultati da Le Monde. «Questa pratica è il segno di un particolare pacchetto fiscale. Quando tutto il profitto è sui trasporti, si tratta di un’ottimizzazione fiscale particolarmente aggressiva», spiega un conoscitore di questo tipo di transazione. «Non deve essere corruzione. Semplicemente, le tasse pagate sui trasporti sono generalmente molto inferiori a quelle pagate sulla produzione», spiega Johnny West, della società Open Oil, che consiglia i governi sui loro legami con le compagnie petrolifere (…)». E così centinaia di milioni di dollari passano da anni dai conti della multinazionale petrolifera Total ai generali birmani, che a febbraio hanno effettuato il colpo di stato nel Paese. Un flusso di denaro che, a detta dei giornalisti di Le Monde, non si è interrotto nemmeno dopo centinaia di manifestanti uccisi. Non solo si sfruttano le risorse di un Paese povero, ma quegli spiccioli che servirebbero a costruire strade e ospedali finiscono nelle tasche dei generali. E di fronte agli attivisti che chiedono ai gruppi stranieri presenti in Birmania, in particolare la francese Total e l’americana Chevron, di sospendere le loro attività per smettere di fornire sostegno finanziario alla giunta, l’amministratore delegato di Total Patrick Pouyanné, afferma semplicemente di adempiere ai suoi obblighi nei confronti dello stato birmano.

La battaglia dei lavoratori tessili

Il Myanmar è uno dei principali produttori ed esportatori dei capi di abbigliamento dei maggiori marchi internazionali del fast fashion, un genere di moda economica che nasconde livelli di sfruttamento indicibili e violazioni di ogni diritto, soprattutto ai danni delle donne, che rappresentano il 90% della manodopera. Giornate di lavoro mal retribuite, uno sfruttamento che non si riesce a frenare da anni, nonostante le multinazionali provengano dai Paesi che hanno sottoscritto l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. E la situazione è esplosa dopo il golpe militare.

A fine febbraio le associazioni dei lavoratori tessili hanno indetto uno sciopero generale, a seguito del quale la polizia birmana aveva emesso dei mandati di arresto per i capi dei sindacati di vari settori, tra cui il tessile. Le lavoratrici del fast fashion avevano partecipato ai numerosi sit-in organizzati di fronte alle fabbriche. A H&M, Inditex e altre aziende veniva chiesto di astenersi dal licenziare chi scioperava e di schierarsi politicamente a sostegno delle istanze democratiche presenti nel paese in rivolta. Il 4 marzo, la Federazione generale dei lavoratori del Myanmar (FGWM) ha espresso alle grandi multinazionali straniere dell’abbigliamento che usano fornitori locali il proprio dissenso nei confronti dei licenziamenti, delle sanzioni (riduzioni salariali) e dei tentativi di dissuadere i lavoratori dall’adesione al movimento di protesta nazionale pro-democrazia. Ebbene, la risposta di molte multinazionali del settore tessile è stata quella di interrompere gli ordini ai fornitori birmani per portare gli affari altrove.

La protesta di una lavoratrice tessile (dalla pagina Facebook della FGWM)

L’Onu fermi la carneficina. Non solo nel Myanmar

Nel frattempo continuano le proteste contro il golpe, e allo stesso tempo continua anche la carneficina. A fine aprile, durante la festa delle Forze Armate, i militari hanno ucciso decine di manifestanti, mentre lo scorso 3 maggio la polizia ha ucciso 8 persone. Nonostante questo, la protesta non si ferma. Anche la festa del lavoro in Myanmar è stata celebrata da migliaia di persone (vedi video sopra). Ma non è soltanto in Birmania che le dittature restano in piedi grazie alla corruttela e ai soldi delle multinazionali, che per sfruttare le risorse del territorio hanno bisogno di governi fantoccio. Così come è stato proposto di non acquistare cibi provenienti da deforestazione, così bisognerebbe fare con i prodotti delle multinazionali che creano guerre e sfruttamento in Africa, in Asia, in Sud America. L’Onu non può continuare a chiudere gli occhi nei confronti dei Paesi che con una mano firmano l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e con l’altra sostengono l’azione delle multinazionali più aggressive. Anche l’Europa dovrebbe cominciare a richiamare la Francia al rispetto della vita umana in Nord Africa e in Oriente. Altrimenti guerre, sfruttamento e povertà ci allontaneranno ancora di più dagli obiettivi dell’Agenda 2030, per aumentare al contempo il numero dei “terroristi” e dei nemici di una “civiltà” capace di nutrirsi con il sangue dei poveri.

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