Moda e Coronavirus: solidarietà e sostenibilità secondo Giorgio Armani

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Quando la storia consegnerà alla memoria collettiva il 2020 come “l’anno della pandemia che causò migliaia di morti in tutto il mondo”, non si potrà non ricordare il coraggio, la generosità e la visione etica di alcuni imprenditori che, su alcuni articoli comparsi su web e riviste, qualcuno ha già definito “grandi italiani”.
Non sono pochi gli imprenditori italiani che, dall’inizio dell’emergenza Coronavirus, si sono messi al servizio del Paese per affrontare l’epidemia. E i404, settimana per settimana, parlerà di loro. Tra questi spicca Giorgio Armani, lo stilista piacentino di 86 anni che la rivista Forbes ha indicato come il quinto uomo più ricco d’Italia.

Armani ha avuto il merito

di essere stato il primo a comprendere la gravità del virus che si stava diffondendo dalla Cina, tanto che il 23 febbraio la sua sfilata alla celebratissima settimana della Moda di Milano è stata organizzata a porte chiuse. Non solo. Anticipando il decreto sul lockdown, fin dal 10 marzo l’industriale della moda ha disposto la chiusura di store e ristoranti di sua proprietà. Quando poi il Coronavirus ha cominciato a riempire le sale di rianimazione degli ospedali, non ha fatto mancare il supporto economico con una donazione complessiva di circa 2 milioni di euro agli ospedali di Milano, Roma, Bergamo, Piacenza e della Versilia, oltre che alla Protezione civile nazionale. Pochi giorni prima, con una lettera aperta pubblicata acquistando una pagina su alcuni quotidiani nazionali e locali, Giorgio Armani aveva ringraziato pubblicamente “tutti gli operatori sanitari” impegnati con enorme sacrificio contro il Covid-19.

Photo by Anastasiia Chepinska on Unsplash

“E’ commovente vedervi impegnati nel vostro lavoro con le difficoltà e i grandi sforzi che oramai tutto il mondo conosce. E soprattutto vedervi piangere. Credo che questo sentimento si colleghi al mio desiderio di intraprendere la carriera di medico quando ero giovane e cercavo una mia strada. Tutta la Giorgio Armani è sensibile a questa realtà ed è vicina a tutti voi: dal barelliere all’infermiera, dai medici di base a tutti gli specialisti del settore. Vi sono personalmente vicino”.

Il 26 marzo scorso il Gruppo Armani decide di riconvertire i quattro stabilimento italiani (Trento, Carrè, Matelica e Settimo Torinese) nella produzione di camici monouso per il personale sanitario e ospedaliero. Una decisione che riporta la memoria indietro di almeno un secolo, e precisamente ai tempi della guerra, quando le industrie tessili erano chiamate a produrre le divise per i soldati da mandare al fronte. Subito dopo l’americana Ralph Lauren e l’inglese Burberrys hanno seguito il suo esempio.

Photo by Lauren Fleischmann on Unsplash

Il no alla moda usa e getta.

Ma è il 3 aprile che il grande senso civico e morale dell’industriale emiliano si manifesta con una visione del futuro della moda che diventa un appello affinché la tragedia vissuta con la pandemia riportino etica e civiltà nel mercato. “Il declino del sistema moda, per come lo conosciamo, è iniziato quando il settore del lusso ha adottato le modalità operative del fast fashion con il ciclo di consegna continuo, nella speranza di vendere di più… Io non voglio più lavorare così, è immorale”. La lettera aperta di Armani è indirizzata al pubblico americano di Woman’s Wear Daily, ed è un atto di accusa contro l’industria dell’alta moda che ha deciso di vendersi mani e piedi alla filosofia dell’usa e getta. Un invito a riprogettare il mercato della moda per il dopo emergenza Coronavirus, e le parole d’ordine sono “Rallentare e riallinearsi” perché si deve tornare a lavorare per fare abiti che “durino nel tempo”.

La copertina di WWD dedicata a Giorgio Armani

“Non ha senso”, prosegue Armani nella lettera inviata a WWD “che una mia giacca o un mio tailleur vivano in negozio per tre settimane prima di diventare obsoleti, sostituiti da merce nuova che non è poi troppo diversa. Io non lavoro così, e trovo immorale farlo. Ho sempre creduto in una idea di eleganza senza tempo, che non è solo un semplice credo estetico, ma anche un atteggiamento nella progettazione e realizzazione dei capi che suggerisce un modo di acquistarli: perché durino. Per lo stesso motivo”, prosegue Armani “trovo assurdo che in pieno inverno in boutique ci siano i vestiti di lino e in estate i cappotti di alpaca. Per il semplice motivo che il desiderio di acquisto va soddisfatto nell’immediato. Chi acquista per mettere in armadio aspettando la stagione giusta? Nessuno, o pochi, penso io. (…) Sono già tre settimane che lavoro con i miei team perché, usciti dal lockdown, le collezioni estive rimangano in boutique almeno fino ai primi di settembre, come è naturale che sia (…). Basta con le sfilate cruise in giro per il mondo per presentare idee blande e intrattenere con spettacoli grandiosi che oggi ci si rivelano per quello che sono: inappropriati e, se vogliamo, anche volgari”.

Il “j’accuse” di Armani ha trovato sponda in diversi stilisti italiani, come Donatella Versace ed Elisabetta Franchi. Ancora timide, se non nulle, le reazioni dei colleghi americani ed europei. Ma ancora una volta Giorgio Armani ha dettato la sua linea affinché anche il futuro della moda sia più sostenibile. E meno volgare.

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Luigi Di Fonzo

Direttore responsabile. Giornalista professionista, poeta, saggista, esperto di musica pop-rock, ama leggere e viaggiare. Due azioni complementari: spesso grazie alla lettura viaggia anche se è a letto e spesso legge mentre è in viaggio. Colleziona fumetti, in primis quelli di Andrea Pazienza e Hugo Pratt.


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