Folli agli occhi dei contemporanei, geni per le generazioni future: i fratelli Wright e l’aviazione

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“Stay hungry, stay foolish. Siate affamati, siate folli”. Con queste parole Steve Jobs si rivolgeva agli studenti dell’Università di Stanford il 12 giugno 2005. Un insegnamento profondo e fondamentale per le giovani generazioni, che vengono invitate a seguire i loro sogni, a difendere le loro idee, a non farsi intimorire da chi crede che i loro progetti siano inutili, senza senso, privi di fondamento e utilità.

Se Jobs non fosse stato affamato e folle non avrebbe rivoluzionato il mondo con l’iPod e con l’iPhone. E così se non lo fossero stati i fratelli Wright oggi non saremmo qui a celebrare il primo volo dell’uomo avvenuto più di 100 anni fa (8 agosto 1908).

Donna con le ali

Photo by Roan Lavery on Unsplash

Fratelli Wright: storia di due inventori che non si sono arresi.

Dobbiamo molto ai Fratelli Wright. E al fatto che non si sono arresi di fronte a nulla, continuando a credere che l’uomo potesse volare. Come “moderni” Icaro, che non hanno avuto paura di sfidare le leggi di gravità e avvicinarsi al sole. Senza rimanere scottati.
Wilbur e Orville Wright non condividevano solo la stessa famiglia di nascita. Famiglia che li ha sempre spinti a soddisfare la loro innata curiosità: “Siamo stati piuttosto fortunati a crescere in un ambiente familiare in cui i bambini erano sempre fortemente incoraggiati ad assecondare i loro interessi intellettuali, a studiare tutto ciò che suscitava la loro curiosità“.
I due fratelli condividevano anche la passione per la scienza, le invenzioni e il volo. Ingegneri e inventori, sono stati i primi aviatori al mondo, i primi ad aver fatto volare una macchina motorizzata che fosse più pesante dell’aria e pilotata da un uomo. Dal 1905 al 1908 le loro imprese sono state, appunto, folli. Ma senza questa follia chissà se avremmo mai volato come facciamo oggi.

Dopo gli esperimenti con diversi alianti, ecco l’intuizione di un mezzo a motore. Il primo aereo si chiamava Flyer. Pesava 342 chili a pieno carico, aveva un’apertura alare di 12,28 metri ed era alto 2,8 metri. Le eliche erano di legno. Il 17 dicembre 1903, nonostante le condizioni meteo avverse e solo 5 spettatori, i fratelli Wright riuscirono non una, ma ben tre volte a far alzare in volo il Flyer per 12, 15 e 59 secondi, pilotandolo in prima persona.
Il vento, però, lo danneggiò, rendendolo inutilizzabile in futuro. Ma Wilbur e Orville non si arresero. Nei due anni seguenti continuarono a creare nuovi Flyer sempre migliori, sempre più performanti. Nel 1904 riuscirono per la prima volta a volare per mezz’ora, facendo 33,346 chilometri.

I media ignorarono i fratelli Wright.

All’inizio solo la stampa locale e pochi sparuti testimoni poterono ammirare e raccontare dei progressi della scienza del volo per merito dei due fratelli statunitensi. I media nazionali non li considerarono degni di notizia. E questo perché, come sottolineato da James M. Cox, che all’epoca era editore del Dayton Daily News, nessuno credeva in loro e nelle loro invenzioni.
I due scienziati fecero di tutto per evitare i media, in realtà, per paura di perdere tempo e di essere derubati delle loro idee, ancora senza brevetto. Le prime fotografie che si hanno sono a opera degli stessi Wilbur e Orville.

Il loro progetto non era quello di raccontare le meraviglie che stavano testando. Quanto piuttosto di venderle affinché fossero utili al loro paese. E infatti all’inizio cercarono di vendere il modello di aeroplano proprio all’esercito, che però non era interessato. Dal 1908 in poi, dopo il brevetto della proprietà intellettuale del sistema di controllo del volo, vennero organizzate sempre più dimostrazioni pubbliche, attirando l’attenzione di tutti sulle invenzioni dei due fratelli. Anche perché nel frattempo altre macchine volanti venivano costruite nel mondo.

Se agli occhi di oggi i fratelli Wright sono stati dei geni nel loro settore, all’epoca erano solo dei folli. Che hanno di fatto contribuito a rivoluzionare il mondo. Nemo propheta in patria.

Non sono stati i primi e non saranno gli ultimi.

Il sogno di volare lo portiamo dietro dai tempi di Icaro. Leonardo Da Vinci è stato uno dei precursori del volo dell’uomo, un’ambizione forte che ha portato il genio italiano nel ‘500 a studiare le ali degli uccelli e a ipotizzare i principi dell’aerodinamica, teorizzati solo anni dopo.

E prima dei fratelli Wright, alla fine dell’800, furono anche altri a provare a creare macchine che potessero librarsi nell’aria seguendo il volo degli uccelli. Gli stessi Wright hanno ricordato il velivolo dell’inglese Hiram Maxim, che nel 1894 fece volare un biplano con motore a vapore e tre uomini a bordo. Aereo che si distrusse completamente al primo esperimento. E in seguito anche il francese Clement Ader, l’americano Langley o l’ingegnere italiano Enrico Forlanini provarono a inseguire un sogno che l’uomo ha dall’antichità. L’italiano è ricordato per il volo di fronte alla Scala di Milano, durato 20 secondi, ma entrato nella storia. Tutti pionieri dell’aviazione che hanno creato tasselli fondamentali nel mondo dell’aeronautica.

I fratelli Wright, però, hanno compiuto un passo ulteriore verso la modernità dei trasporti aerei che conosciamo oggi. Di fatto è loro il primo volo su mezzo a motore pilotato da un aereo, rimasto in aria per un tempo limitato e per un tragitto non troppo breve. I loro contributi sono stati fondamentali per la storia dell’aviazione moderna.

Vista dall'oblò di un aereo

Photo by Eva Darron on Unsplash

Abbiamo bisogno di nuovi folli. O di nuovi geni.

E oggi avremmo bisogno di contributi analoghi. Per ripensare la mobilità del futuro, anche aerea. Perché se c‘è chi non prende l’aereo per non sentirsi in colpa di tutto l’inquinamento che si produce per spostarsi da una parte all’altra del pianeta, c’è anche chi non vuole rinunciare a scoprire il mondo. Volando su aerei che siano sostenibili (cosa che si chiede anche alle navi da crociera).

Abbiamo bisogno dei fratelli Wright del futuro, che siano in grado di creare quello che ancora non c’è. Abbiamo bisogno di progetti come Hyperloop, applicati però al cielo. Per ritrovarci, riunirci, rendere il mondo più piccolo e a portata di tutti. Nel pieno rispetto dell’ambiente, però.

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Patrizia Chimera

Giornalista pubblicista di attualità e lifestyle. Spirito zen, curiosità innata, ama sempre mettere tutto in discussione


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