L’utopia dopo l’epidemia: la nascita di una scuola democratica

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Nei giorni scorsi sul sito della Fondazione Feltrinelli è comparso un interessante articolo dal titolo: “La scuola democratica, un progetto incompiuto”. L’autore, l’insegnante Mauro Piras (introduzione a cura di Pietro Savastio e Niccolò Donato), si è ispirato a un intervento programmatico di Tristano Codignola, giornalista e politico, deputato dell’Assemblea Costituente nonché padre della legge istitutiva della scuola media unificata, che portò all’approvazione nel 1962. “Una scuola democratica per una società democratica” l’intervento di sette pagine che Piras ha analizzato confrontando le tematiche poste da Codignola negli anni Sessanta con l’attuale difficile situazione scolastica italiana.

Tristano Codignola (foto RadioRadicale.it)

Il sistema scuola non funziona.

Da anni la scuola italiana è sull’orlo di un precipizio per i tanti problemi mai affrontati e mai risolti. A parte gli investimenti fatti per rendere più sicuri gli edifici e per mettere in regola i precari, le politiche che si sono alternate negli ultimi decenni (ultima la legge Berlinguer del 2000, poi abrogata dal governo successivo), insieme a indirizzi formativi mai compiuti (dalle tre “i” alle competenze informatiche) hanno concorso a determinare il caos davanti all’emergenza epidemia e alla conseguente chiusura delle scuole. E non a caso, probabilmente, il governo italiano ha utilizzato da subito il termine “distanziamento sociale”, piuttosto che quello più corretto di “distanziamento personale” come procedura di sicurezza richiesta per il contenimento del Covid-19. Il distanziamento sociale è stato infatti il vero risultato messo alla luce dai legittimi provvedimenti presi a colpi di decreto per fermare l’epidemia in Italia. Nella scuola italiana le differenze sociali, culturali ed etniche si sono amplificate davanti alla necessità di portare avanti una didattica innovativa. Ma il problema di come aiutare le famiglie che non dispongono di pc e collegamenti wi-fi e di come aiutare i ragazzi (bravi con i loro smartphone ma spesso digiuni di informatica) è andato a finire sulle spalle di dirigenti scolastici e corpo docente. E, anche in questo caso, la differenza sociale tra istituti scolastici superiori ha rivelato la presenza di una didattica non a due marce, ma a tre e forse anche a quattro.

Photo by Feliphe Schiarolli on Unsplash

Anche con il sostegno non sempre lucido del Miur, i dirigenti scolastici hanno mantenuto la rotta nel mare aperto del caos, ben sapendo che i licei più ricchi e avanzati non avrebbero avuto problemi con la didattica a distanza, così come alcuni istituti tecnici e professionali, pronti ad adeguare gli strumenti già a loro disposizione. La determinazione e la capacità dei singoli, come sempre accade, ha sopperito in gran parte alle mancanze dei vertici. Questa emergenza è comunque servita a confermare una certezza: a parte l’inadeguatezza di un apparato burocratico ormai fuori dai tempi, la riforma della scuola secondaria, come quella auspicata da Codignola, non è più differibile. Scrive Piras nel suo articolo già citato: “La nostra scuola continua ad avere gravi aspetti di selettività (…). Prima di tutto, i tassi di scolarizzazione: oggi, nella fascia di età tra i 14 e i 18 anni circa il 93% della popolazione frequenta la scuola, e un restante 6-7% frequenta l’istruzione e formazione professionale (dati 2016). Abbiamo raggiunto quindi la scolarizzazione di massa. Va sottolineato però che questo è avvenuto nei primi anni 2000. Ancora nel 1990 il tasso di scolarizzazione tra i 14 e i 18 anni non arrivava al 70%. La scuola di massa in Italia è un fenomeno molto recente. Dal punto di vista delle bocciature e della dispersione il quadro è molto diverso rispetto agli anni sessanta: le bocciature nella primaria e nella scuola media sono ormai residuali (rispettivamente lo 0,2 e l’1,9% degli iscritti dell’a. s. 2017-18; tutti i dati che seguono si riferiscono a quest’anno); alle superiori si aggirano intorno al 9%, ma sono molto più alte negli istituti tecnici (11,6%) e professionali (13,6%) rispetto ai licei (5,3%). Questi sono i dati della media dei quattro anni. Se si guardano i bocciati al primo anno delle superiori i divari sono drammatici: 13,1% in tutti i tipi di scuole, ma 17,1% nei tecnici e 21% nei professionali, contro il 7,9% dei licei. Ora, nei tecnici e nei professionali si concentrano i figli dei gruppi sociali più deboli, dal punto di vista socio-economico e culturale, e i disabili. Il nostro sistema si fonda ancora su una forte segregazione sociale per indirizzi, a partire dai 14 anni. Questo quadro è confermato dai dati sull’abbandono scolastico: nella scuola superiore, l’abbandono scolastico calcolato come differenza tra gli iscritti all’inizio di un quinquennio (calcoli di Tuttoscuola) è del 24,7% (anno scolastico 2017-18), ma è ben più alto nei tecnici (27,3%) e professionali (32,1%) rispetto ai licei (19,2%)”.

Un sistema selettivo, dunque, che boccia ed esclude i ragazzi che sono nel momento più fragile dell’obbligo scolastico (che dal 1960 è stato elevato a 16 anni), quello conclusivo. Così facendo, aggiunge Paris, la scuola tradisce “nel passaggio alle scuole superiori, la sua vocazione democratica e inclusiva. Il passaggio dalla scuola di massa alla scuola democratica fallisce a causa della quasi intoccabilità delle scuole superiori, ereditate dal sistema liberale prima e gentiliano poi”. La sfida per il futuro della scuola superiore italiana è nella riforma dei cicli, come sostiene Piras: ”Pensare cioè una formazione unitaria e generale fino a 16 anni, affinché tutto il periodo dell’obbligo sia di crescita della persona e del cittadino, e non ne predetermini socialmente il destino”.

 

 

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