In arrivo banda ultra larga e 5G: chi prepara gli italiani alla rivoluzione digitale?

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Luigi Di Fonzo
Direttore responsabile. Giornalista professionista, poeta, saggista, esperto di musica pop-rock, ama leggere e viaggiare. Due azioni complementari: spesso grazie alla lettura viaggia anche se è a letto e spesso legge mentre è in viaggio. Colleziona fumetti, in primis quelli di Andrea Pazienza e Hugo Pratt.

Tempo di lettura stimato: 3 minutiIntervistata su quanto si sta realizzando in Italia per raggiungere l’obiettivo 9 dell’Agenda 2030, la presidente di Infratel Italia, Eleonora Fratesi, ha assicurato che entro il 2023 tutti i 34.000 plessi scolastici italiani saranno connessi con la banda ultra larga, e che entro il 2024 anche i 7.000 Comuni, compresi quelli che si trovano nelle cosiddette “aree bianche”, ovvero a fallimento di mercato perché non c’è domanda, saranno connessi con l’internet veloce. Il Piano Banda Ultra Larga (BUL), avviato nel 2016, è perfettamente in linea con le aspettative del Piano nazionale di resilienza e ripartenza (PNRR) del governo italiano, che come first mission ha indicato “Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura”. Il ministro per la Transizione Digitale, Vittorio Colao, ha aggiunto che tutta l’Italia sarà connessa a un Giga «entro il 2026».

Democrazia digitale e civic technology

Entro i prossimi 3/5 anni, assicurano quindi la presidente Fratesi e il ministro Colao, le infrastrutture digitali e la tecnologia 5G saranno in grado di proiettare l’Italia nell’Olimpo dei Paesi a maggiore connettività, sviluppando un alto numero di industrie 4.0 e migliorando notevolmente la funzionalità della pubblica amministrazione. Anche il Piano di Resilienza e Ripartenza pone l’accento sul sistema produttivo e l’innovazione della pubblica amministrazione: dei 46,3 miliardi di euro di investimenti previsti, la voce “digitalizzazione, l’innovazione e la sicurezza della pubblica amministrazione” potrà contare su 11,7 miliardi, digitalizzazione ricerca e sviluppo e innovazione del sistema produttivo su 26,5 miliardi, turismo e cultura su 8 miliardi di euro.

Un investimento enorme, che spingerà la nascita di piattaforme digitali e applicazioni mobili studiate per facilitare e coordinare le interazioni tra cittadini e amministrazioni. I più ottimisti vedono nella rivoluzione digitale il raggiungimento di una nuova democrazia, in cui tutto sarà più accessibile e trasparente. I pessimisti, invece, non sono affatto convinti che queste iniziative garantiscano a tutti gli italiani le stesse possibilità di partecipazione.

Photo by Frederik Lipfert on Unsplash

Il caso dell’app “StreetBump”

Nel 2012 la municipalità di Boston, capitale dello stato federale del Massachussets (Stati Uniti) ha avviato la sperimentazione di un’applicazione mobile che i residenti possono utilizzare per segnalare la presenza di buche o altri problemi che riguardano le strade cittadine. Le segnalazioni, che avvengono tramite geolocalizzazione sull’app battezzata “StreetBump”, permettono al Comune di inviare sul posto una squadra di operai e tecnici in grado di risolvere il problema in poche ore. Un grande esempio di “civic technology”, senonché dopo pochi mesi dalla sperimentazione l’amministrazione cittadina si rende conto che quasi tutte le segnalazioni arrivano dai quartieri benestanti, e che i residenti che segnalano dissesti stradali sono quasi tutti cittadini bianchi e di sesso maschile. Cosa è successo?

L’app nata come strumento di democrazia digitale, per dare a tutti la possibilità di contribuire ad avere una città migliore, non ha fatto altro che acutizzare le differenze sociali stratificate nel tessuto urbano. A quasi dieci anni di distanza, adesso “StreetBump” è sicuramente utilizzata da una fascia più larga di popolazione, ma la disparità di accesso all’uso della tecnologia è ancora evidente.

La schermata video dell’applicazione StreetBump

Tecnologia ancora appannaggio di pochi

Cosa accadrà in Italia se fra tre/cinque anni avremo a disposizione la banda ultra larga da Vipiteno a Portopalo, ma ad avere la capacità di utilizzarla saranno solo 5 cittadini su 10? Se la tecnologia resta appannaggio di poche categorie e di altrettanti specialisti, quali saranno i vantaggi per la ripartenza del nostro Paese? Ancora oggi sono poche le imprese digitali, i servizi pubblici disponibili via internet per i cittadini sono minimi e le competenze digitali sono scarse, come dimostra tuttora il non sempre agevole ricorso alla didattica a distanza e allo smart working per l’emergenza sanitaria da Covid 19.

Cultura e umanesimo digitale per tutti

«Finché la tecnologia non sarà per e con i cittadini, con e per le comunità, la partecipazione digitale sarà insostenibile e inutile», sostiene Pier Luca Santoro, direttore di “DataMediaHub“. E sottolinea la stessa presidente di Infratel Italia: «Siamo stati capaci di arrivare su Marte, dobbiamo essere in grado di utilizzare la tecnologia anche per i bisogni più semplici». Oltre a concentrarsi sullo sviluppo della fibra e del 5G, bisogna da subito intervenire sul problema principale: garantire a tutti gli italiani non solo l’accesso, ma anche l’utilizzo consapevole della rete. Il progresso tecnologico deve infatti tenere conto delle persone. Cultura e umanesimo digitale. Per tutti. Abbiamo ancora qualche anno di tempo. Si può fare.

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