Working poor: poveri anche se lavorano

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Poveri anche se lavorano. Ed è un fenomeno che interessa 1 lavoratore su 10 dicono le statistiche Eurostat 2017 (ufficio statistico europeo).

Il 12,3% dei lavoratori italiani, per la precisione, contro una media europea del 9,6%.
In pratica uomini e donne che fanno lavori sottopagati, part time o con contratti ad intermittenza, precari, che non riescono a percepire lo stipendio necessario per arrivare a fine mese o ad uno stile di vita decoroso.
Insomma, per dirla gergalmente, lavori. Ma non ci campi.
Per narrarla cinematograficamente, ricordi “La ricerca della felicità”, pellicola di Gabriele Muccino con Will Smith, papà che si barcamena tra un lavoro non pagato, un lavoro extra in cui aveva investito i risparmi di una vita, la cura del figlio, dormitori e altre soluzioni di fortuna per la notte?

Foto di lannyboy89 da Pixabay

Chi sono i working poor e quanto guadagnano.

Per l’Eurostat una famiglia rientra fra i working poor se almeno un membro lavora e se il reddito complessivo familiare è al di sotto del 60% del reddito mediano del paese.
Che per il cittadino significa che la soglia di povertà si attesta sui 9,5 euro all’ora per i dipendenti e 4,8 euro all’ora per gli autonomi (dati europei).
E pensare che in Italia il Movimento 5 Stelle ha proposto un salario minimo legale pari a 9 euro all'ora, che invece di avvantaggiare i lavoratori, potrebbe essere deleterio. Basta pensare che nel Belpaese il salario medio orario calcolato nel 2018 di un lavoratore dipendente si attesta sui 16,80 euro lordi (con differenze tra impieghi, Nord e Sud). E che la contrattazione collettiva, che copre la maggior parte dei lavori, prevede retribuzioni superiori ai 9 euro lordi l’ora.
Qual è quindi la soglia di povertà in Italia? Se sei single e abiti in un grande o piccolo comune del Nord o del Centro, la soglia di povertà è sotto gli 800 euro. Sotto i 600 euro se abiti al Sud. Per una famiglia che abita a Roma o Milano e che ha un figlio in età scolare, è sotto i 1.400 euro.

Nei working poor rientrano principalmente giovani che non riescono a rendersi autonomi, donne e stranieri.
E poi ci sono le forme più subdole: i separati, chi non può lavorare in seguito ad una malattia, magari cronica, l'analfabetismo di ritorno.
I settori più coinvolti sono l'agricoltura, i servizi alle famiglie, l'informazione e la comunicazione. E stiamo sempre parlando dei dati ufficiali. Poi c’è tutto il lavoro sommerso.

Photo by Nathan Dumlao on Unsplash

Perché esistono i working poor.

Le cause sono identificabili in tre fattori principali: salari bassi, spese maggiori, la discontinuità dell’impiego.
Poi ci sono la flessibilità del lavoro, spesso usata contro i lavoratori, la perdita di potere contrattuale, l'invecchiamento della popolazione, la delocalizzazione. E certamente la pressione fiscale.
A fine aprile di quest'anno agli sportelli dell’Agenzia delle entrate di tutta Italia si sono verificate code interminabili, che partivano anche alle 4 del mattino, per rottamare le cartelle esattoriali e avere sconti e rateizzazioni. E non parliamo delle file che ci sono state per fare richiesta del reddito di cittadinanza.
Tra l'altro è notizia di questi giorni che molti beneficiari stanno rinunciando, delusi per la somma riconosciuta o infastiditi dai controlli e dagli oneri che il sussidio comporta, come corsi di formazione obbligatori o il dovere di accettare una delle prime tre proposte di lavoro.

Una situazione piuttosto impensabile nelle generazioni precedenti, dove, seppur i redditi potevano essere modesti, la vita era decorosa e addirittura c’era la possibilità, certamente con sacrificio, di avere capacità di risparmio.
Oggi la cosiddetta pressione fiscale, le bollette, l’assicurazione auto, l'affitto o il mutuo, le spese scolastiche o per la cura dei figli, insomma le spese fisse mensili che chi più, chi meno, inevitabilmente ha, contribuiscono a far essere il conto perennemente in rosso. E se non c’è la famiglia d’origine che aiuta, il rosso aumenta, i debiti pure, e, con essi, gli interessi sempre più alti, che peggiorano solamente la situazione.

Photo by Steve Knutson on Unsplash

Lavorare non conviene

Chiacchiere da bar di chi è saltuario nel lavoro, con spesso occupazioni in nero, rivelano uno spaccato in cui molti si ritrovano come ragionamento: “Lavorare per quella cifra non conviene, meglio starsene a casa”. Meglio vivere di assistenza. Meglio lavorare senza essere in regola, o al di fuori delle regole.
Donne che fanno parrucco e unghie a casa, uomini che si prestano per imbiancare, fare il cartongesso, piccoli lavori di ristrutturazione, "autonomi" in nero che evadendo le tasse, penalizzano fortemente i loro concorrenti in regola che invece l'affitto, i contributi e il commercialista li pagano.
E certamente non fanno bene allo Stato, alla sua economia ed educazione civica.
Ma un paese, un mondo, in cui ci sono pochi occupati e molti poveri può reggersi? Ovviamente no.
Né economicamente, né socialmente. Collassa.
E quindi? Ritrovare la dimensione umana del lavoro, inclusione e partecipazione, è una delle sfide che abbiamo dinnanzi.
Certamente è compito della politica pensare ad una cultura del lavoro e del Welfare adeguata.
Ma anche tu, quando proponi un salario degno se sei un datore di lavoro, o quando lo chiedi se sei un dipendente, di sicuro puoi fare la tua parte.

Fonte Eurostat 2017

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Monia Donati
Monia Donati

Direttore responsabile. Giornalista, esperta in comunicazione e marketing, curiosa del mondo.


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