South working: in smart working per il nord lavorando e consumando al sud

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Il south working è l’evoluzione dello smart working ai tempi del Coronavirus. Chi è tornato a casa al sud lavorando da remoto per aziende del nord ha dato il via a un nuovo fenomeno.

south working

Foto di Jess Foami da Pixabay

Cos’è il south working.

È il lavoro da remoto dei giovani e meno giovani che in piena emergenza Coronavirus, o quando era possibile, hanno deciso di lasciare le regioni del nord dove aveva trovato lavoro per tornare nella terra di origine. Continuando comunque a lavorare per le stesse aziende.
Un lavoro a distanza ancora più a distanza. Perché non si tratta solo di disertare gli uffici, portando l’attività lavorativa all’interno delle mura domestiche, senza dimenticare il diritto alla disconnessione e al riposo. Ma si parla di lasciare le grandi città dove sorgono le aziende, per lavorare da posti anche molto remoti in Italia. Nel tentativo di risparmiare un po’, tornando al paese natio, ma non rinunciando alle opportunità che le big city offrono in termini lavorativi.

South Working è anche un progetto, raccontato a Repubblica da Elena Militello, ricercatrice dell’Università del Lussemburgo. Il progetto verrà testato tra Milano e Palermo per «immaginare un mondo diverso rispetto a quello di ieri grazie alla tecnologia e al lavoro agile. Un mondo nel quale alle persone sia consentito per periodi più o meno lunghi di trasferirsi al sud dove la qualità della vita è più alta e il costo molto più basso mantenendo il proprio posto nelle aziende attuali».

Il lavoro agile oggi è la realtà per molte aziende. Se all’estero era più diffuso, in Italia lo abbiamo scoperto solo in occasione dell’emergenza sanitaria che ci ha costretto a rimanere a casa. Lavorando tra le mura domestiche. Tra questi lavoratori c’è anche chi ha scelto di tornare a casa, in quel sud lasciato spesso a malincuore per trovare maggiori opportunità lavorative in quel nord che ora però si sente un po’ abbandonato.

Le conseguenze del south working.

Il fenomeno non riguarda solo il Mezzogiorno italiano, ma anche tante altre zone che si sono lentamente spopolate nel corso degli anni. Perché il lavoro non si trovava. E soprattutto i giovani hanno deciso di fare le valigie in cerca di fortuna lontano o meno lontano.
Zone che ora si ripopolano, per un’ondata di ritorno di quei lavoratori che grazie al lavoro a distanza possono riabitare quei luoghi continuando a lavorare per le aziende di prima. The Economist il 30 maggio parla proprio di una nuova era del modo di lavorare.
Il 2020 è l’anno zero tra quello che è stato il Before Coronavirus e l’After Domestication, BC contro AD. Tornare indietro non sarà facile. Perché i datori di lavoro hanno scoperto una nuova modalità operativa che consente di risparmiare su costi non indifferenti. E anche i lavoratori hanno trovato un nuovo equilibrio tra vita privata e lavoro. Potendo contare anche su un risparmio notevole in termini di costi sostenuti per la mobilità e gli spostamenti, gli affitti delle case, il caro vita delle grandi città.

Per le città del Mezzogiorno che si erano svuotate dopo la fuga al Nord di tanti lavoratori, una manna dal cielo. Mentre per le città del Nord che si ritrovano svuotate un problema. Affitti disdetti, bar vuoti, ristoranti, negozi, palestre in difficoltà.

Si tornerà mai al Before Coronavirus?

Come sottolineato da Il Sole 24 Ore non sarà facile tornare come eravamo prima. E forse non c’è nemmeno la volontà di farlo. Probabilmente come dimostrato da una ricerca pubblicata su NBER  il fenomeno potrebbe essere circoscritto solo ad alcuni settori e tipologie di lavoratori.
Ne hanno parlato anche Tito Boeri ed Enrico Moretti al Festival dell’Economia. L’economista sottolinea che il futuro potrebbe presentarsi in due modi ben distinti.
Da un lato la scelta della maggior parte delle aziende di proporre uno smartworking permanente. Che favorirebbe il ritorno alle città d’origine, per continuare a lavorare risparmiando.
Mentre dall’altro lato lo scenario immaginato è un mix tra lavoro in ufficio e lavoro da remoto. Anche per salvare le grandi città che rischiano di far la stessa fine di quei borghi ieri dimenticati e oggi riscoperti.

Non c’è ragione di pensare che le forze economiche accettino il declino delle città. Inoltre, appare improbabile che i lavoratori, trasferiti nelle aree rurali, rimangano attivi e creativi nel lungo periodo, rispetto a quelli che vivono nelle grandi città.
Enrico Moretti

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