Cosa c’entra lo smart working con la felicità

Tempo di lettura stimato: 4 minuti

Spiegare a qualcuno nato prima degli anni ‘80, un genitore o uno zio, cosa significhi fare un lavoro al computer è cosa spesso difficile.
Cercare anche di fargli capire che non si lavora in ufficio, ma da casa, in remoto, in uno spazio coworking, può essere un’impresa davvero ardua.
Il mio vecchio art director, continuava a dire di fare l’architetto.
Un copy che conosco, dopo aver dichiarato che lavorava in un’agenzia web, alla domanda, “Bello. Quindi faresti?”, provava a cimentarsi in risposte esaustive, poi sempre più ridotte e semplificate, con relative facce attonite, per terminare con la formula abbreviata “Faccio pubblicità online”.

Photo by Tanner Van Dera on Unsplash

Smart working.

Perché in una realtà professionale da sempre basata su orari, cartellini, che sono segno inequivocabile non tanto della tua competenza, ma quantomeno della tua presenza, il “lavoro libero” assume una forma misteriosa e anche un po’ fantasy in certe realtà dominate da eccessiva burocrazia o mania del controllo dei manager in comando.

Ma bada bene, lavoro libero non significa, certamente, deresponsabilizzato, o in cui, più semplicisticamente, fai quello che vuoi. Lavoro libero, agile, smart, significa invece scegliere figure professionali capaci di un’ottima gestione del tempo (che può essere anche differente dal “tradizionale”), dotate di abilità relazionali, idonee a lavorare in team, che svolgono l’attività per raggiungere obiettivi e non per staccare alle 18.

E in questo modus operandi che mette il risultato al primo posto, c’è il bonus per il dipendente di avere un guadagno in qualità della vita: perché il tempo investito in viaggi si dimezza lavorando in remoto, con netto guadagno anche in termini ambientali, perché si può coniugare con più agilità vita privata e vita professionale.
Per l’azienda il bonus è la competitività, perché se la figura professionale scelta ha le skill giuste, non importa la sua ubicazione: l’azienda potrà intercettarla e introdurla nel suo organico con quest’approccio professionale che premierà entrambi.

Smart working e telelavoro.

Il lavoro agile o smart working si differenzia dal telelavoro per la sede in cui si opera, indagandoli dal punto di vista del dipendente.
Nello smart working non è obbligatorio legarsi a un luogo fisico fisso in cui rendere la prestazione. La prestazione viene svolta all’esterno per una parte del giorno, della settimana o del mese, valorizzando flessibilità organizzativa. Il rapporto dipendente-datore di lavoro è maturo, con maggiore consapevolezza, responsabilità ed autonomia. Il telelavoro prevede invece che l’attività venga completamente svolta fuori dalla sede dell’impresa

Photo by Jeff Sheldon on Unsplash

Smart working: normativa.

L’opportunità del lavoro flessibile è diventata legge nel 2017 (legge 81 del 2017, il cosiddetto Jobs act del lavoro autonomo). Per un rapporto professionale che funzioni, le premesse da mettere sul tavolo sono certamente fiducia, flussi di lavoro snelli, un portatile (o altro device), una buona connessione internet.
Le leggi che regolano il telelavoro sono un accordo interconfederale del 9 giugno 2004 ed una serie di regole riprese dalla contrattazione collettiva aziendale o di categoria per il settore privato, una regolamentazione contenuta nel D.P.R. n. 70/1999 per il settore pubblico.

Smart working: chi lo sceglie.

Nel 2018 gli smart worker erano ormai 480mila, in crescita del 20%, inoltre più della metà delle grandi imprese e l’8% delle PMI ha iniziative concrete di smart working.
Il lavoro flessibile favorisce il superamento del gender gap: gli orari flessibili e l’operatività da remoto consentono alle donne di destreggiarsi tra gli obblighi professionali e quelli personali, andando nella direzione dell’assolvimento del work-life balance.
Soprattutto nelle generazione più giovani, quest’ultima è un’esigenza molto sentita e a parità di stipendio, o anche con uno stipendio inferiore, si preferiscono soluzioni lavorative che consentono un buon equilibrio nella propria vita, per dedicare tempo ed energie anche alla famiglia e ai propri spazi personali.

Photo by Mika Baumeister on Unsplash

Per le aziende è una scelta strategica sempre più adottata, con ricadute positive sul business: rispetto alla media degli altri lavoratori, gli smart worker sono più soddisfatti dell’organizzazione del lavoro (39% contro il 18%) e del rapporto con i colleghi (40% contro il 23%).
Ma non solo: lo smart working fa crescere anche la produttività di circa il 15% (che a livello di sistema Paese significano 13,7 miliardi di euro di benefici complessivi) e riduce del 20% l’assenteismo. Immaginando una sola giornata a settimana di remote work, l’ambiente guadagna una riduzione di emissioni pari a 135 kg di CO2 all’anno (dati dalla ricerca 2018 dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano).

La Legge di Bilancio 2019 ha stabilito che le donne lavoratrici nei tre anni dopo il congedo di maternità e i lavoratori con figli disabili dovranno avere la priorità nell’accesso allo smart working, “rapporto di lavoro in modalità agile“.

Smart working: dove lavorare.

Da casa, in un ufficio, in un bar, in una caffetteria, in biblioteca, in aeroporto.
Se l’accordo è flessibile, anche il luogo può esserlo. A patto di avere la giusta connessione, strumentazione tecnologica e concentrazione, magari coadiuvata da delle cuffie capaci di isolare dai rumori esterni.
Un’altra soluzione è un coworking, soluzione di spazio condiviso fra più professionisti che ha il plus di creare un ambito di socialità e competenza, che può solo apportare arricchimento al singolo, sia in termini di stimoli e di sinergie, che di opportunità che si possono creare.

Photo by Shridhar Gupta on Unsplash

Coworking in Italia.

Il fenomeno del coworking in Italia è arrivato tra il 2008 e il 2010. Il primo spazio ibrido, nato come ufficio tradizionale e poi riadattato per assolvere le funzioni di uno spazio condiviso, fu Cowo, a Milano, nel 2008. Sempre a Milano, nel 2010, ha aperto The Hub, filiale in Italia del network già avviato che funzionava all’estero.
Il primo vero spazio coworking nativo è stato a Torino: Toolbox Coworking, 2010, con 1000m² di spazi condivisi.
Sempre a Torino di recente è attivo lo spazio PressBoc, primo coworking d’Italia per giornalisti free lance (2018).
Nel 2020 in Italia, a Milano, sbarcherà WeWork, coworking più grande del mondo che a Milano potrà ospitare 1100 membri.
Nelle Marche, a Marotta, interessante esperimento di coworking attivo dal 2013: Warehouse coworking factory. La filosofia si fonda sul valore condiviso, sul ripensare le relazioni e le opportunità. Proprio dalla capacità di mettere in atto percorsi di educazione all’imprenditorialità e di formazione aziendali, dallo spazio si sono sviluppati progetti europei che hanno dato il via a case history di successo aziendali per under 30: best practice che dimostrano come spesso il problema non sia nella mancanza di giovani talenti, ma nell’incapacità di canalizzarli e offrire le opportunità giuste per loro.
Il coworking marchigiano si configura come un vero e proprio hub, che mette in rete non solo professionisti del territorio che diversamente sarebbe isolati, ma connette anche quello che si sta realizzando in Italia, con ciò che si sta muovendo in Europa, dando origine al neo-costituitosi network europeo degli hub creativi.

Photo by MARK ADRIANE on Unsplash

Smart working e felicità nel coworking.

Il coworking come case study di flessibilità, abbattimento dei confini fisici e la ricerca di risorse e opportunità là dove si trovano, ma anche serendipity. Perché come ha scritto Tommaso Paiano in una pubblicazione che esamina il tema, “Il coworking gode della migliore strategia di marketing che si possa immaginare: la felicità” (Coworking e accesso all’informazione: report di un sondaggio online).
E come incalza Fulvio Fortezza (Marketing, felicità e nuove pratiche di consumo. Fra sharing, baratto e accesso, editore Franco Angeli) nel concetto di felicità entrano in gioco diversi fattori: il rapporto fra denaro e felicità, fra scelte di consumo e felicità. Ma anche l’essere artefici del proprio destino per i consumatori, andare al di là dell’ovvio per le imprese, e, per i policy maker, immaginare e delineare un nuovo futuro possibile.

Altro dall’autore:

About Author

Monia Donati

Direttore responsabile. Giornalista, esperta in comunicazione e marketing, curiosa del mondo.


COMMENTA CON FACEBOOK




Lascia un commento

Top