La dignità la dovremmo trovare nel lavoro. E non cercarla nel denaro

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L’accoppiata “lavoro dignitoso” appare un ossimoro in una società in cui il precariato è l’unica aspettativa che abbiamo dalla vita lavorativa. C’è chi punta il dito sulla globalizzazione. Chi sul capitalismo. Chi sulla deriva dei valori. In un mondo in cui navighiamo a vista sembra anche normale che la dignità umana passi in secondo piano.

È il lavoro che conferisce la dignità all’uomo, non il denaro.
(Papa Francesco, 2018, intervista a Il Sole24Ore.)

Non lo ha detto un economista. E nemmeno un politico. O un opinionista. E il Papa non è l’unico a pensarlo.

Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti? Non vi è al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita della fabbrica?
(Adriano Olivetti, 1955, discorso ai suoi operai)

E ancora prima Charles Darwin diceva che “il lavoro nobilita l’uomo“, a sottintendere il fatto che il lavoro ci rende migliori, ci arricchisce, ci eleva. La Costituzione Italiana esordisce proprio con: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro“. Era il 1946. Nell’Articolo 3 si sottolinea l’uguaglianza e la “pari dignità sociale” di tutti i cittadini e i compiti dello Stato per difenderla per un “pieno sviluppo della persona umana“. Concetto ripreso nell’Articolo 41, perché le iniziative economiche devono essere indirizzate “a fini sociali“.
Lavoro come fondamento di uno stato. Ed elemento “fondamentale per la dignità dell’uomo” twittava sempre Papa Francesco lo scorso 1° maggio

monumento dignità

Photo by parkertcc on Pixabay. Monumento Dignity, Sud Dakota

Tutto molto bello, ma che suona un po’ stonato in un momento in cui la disoccupazione in Italia ha raggiunto livelli preoccupanti. Ad agosto 2018 il tasso di disoccupazione è stato del 9.7%. Non scendeva sotto il 10 dal gennaio 2012. Ma nel 2008, prima della grande crisi, era al 6,7%. Come sempre a farne le conseguenze maggiori sono i giovani. Nel 2014 abbiamo raggiunto il picco del 46,2% per la disoccupazione giovanile.

Tutti abbiamo bisogno di lavorare per pagare affitti, bollette, fare la spesa e magari toglierci qualche sfizio. Se mai qualcosa avanzasse. Ma dovremmo aspettarci qualcosa di più dal lavoro.
Vivere per lavorare o lavorare per vivere? Lo ha cantato anche Lo Stato Sociale a Sanremo. Lavorare per vivere una vita dignitosa o solo per sopravvivere? Intanto in Italia 5 milioni di persone vivono in povertà assoluta. Vale a dire che non hanno “i mezzi per vivere con dignità“.
C’è poi il divario economico a cui assistiamo per stipendio medio tra Nord e Sud (con differenze notevoli tra mansioni e luogo di lavoro). 1.580 € al mese su dati del 2017. Ma è quello medio. Quante persone conosci nella tua rete sociale che vantano questo mensile?
Il tasso di disoccupazione mette in crisi famiglie e incide profondamente sull’autonomia (e la fiducia) dei giovani. Senza dimenticare la fuga di cervelli all’estero.
Nel mondo, siamo all’8° posto quanto a emigrati. Dopo il Messico e prima dell’Afghanistan. E perdiamo giovani brillanti, per lo più laureati, dai 25 ai 44 anni.
Che non vogliono restare per fare i pizzaioli, i camerieri o fare lavori saltuari e sottopagati.
Perché la dignità del lavoro non sta solo nel compenso, ma anche nella soddisfazione e benessere personale che ne derivano. Già nel 1999 l’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) indicava che lavoro dignitoso “significa migliori prospettive per lo sviluppo personale e per l’integrazione sociale, libertà di […] partecipare alle decisioni riguardanti la propria vita“.

Alla politica spetta trovare risposte.

Ultimamente non si fa che parlare di reddito di cittadinanza che, insieme a Quota 100, sono tra i provvedimenti della Legge di Bilancio 2019 del governo Di Maio-Salvini.
L’esperimento finlandese è terminato a dicembre 2018. Dopo due anni di test su un campione di cittadini, ancora i dati definitivi non ci sono. Ma oltre alla questione economica, gli esperti finlandesi vogliono capire se questa misura ha effettivamente migliorato lo stato di benessere di chi non lavorava, come sottolineato da Olli Kangas, capo del Dipartimento di ricerca del Kela e referente scientifico del progetto.
Ma c’è già chi ha sonoramente bocciato questo esperimento. Heikki Hiil­amo, professore di Social Policy dell’Università di Helsinki, analizzando i dati scientifici a disposizione, non ha trovato elementi sufficienti a dire che sì, il reddito di cittadinanza funziona e a 2 anni di distanza aiuta i disoccupati a reinserirsi nel mondo del lavoro. Bada bene: in Finlandia ci si è affidati a un esperimento condotto in modo scientifico. Non è stato un atto di “propaganda” per ottenere voti. Ma un sistema per capire se effettivamente una modalità di sostegno del genere potesse funzionare.

Non è dunque un caso che il governo giallo-verde, il più populista che si sia mai visto in Italia, la parola “dignità” appaia anche nel nome di un decreto. Forse il primo firmato dalla strana coppia Di Maio-Salvini. Il Decreto Dignità è stato pensato per contrastare proprio il precariato. Confartigianato e Confindustria sollevano però critiche verso un provvedimento che di dignitoso ha ben poco. La dignità nel lavoro non è questa.

Dignità dovrebbe far rima con umanità e benessere. E sostenibilità.

Benessere che si può anche valutare oggettivamente e non a parole. Ad esempio con i 12 indicatori di benessere, equo e sostenibile che ogni anno il Rapporto BES ci fornisce e che, dal 2017, sono inseriti nell’annuale  Documento di Economia e Finanza (Def) che delinea la strategia triennale di politica economica del Paese.
Per andare oltre il Pil nella programmazione economica. Perché aspetti come il reddito medio, la disuguaglianza del reddito disponibile, la partecipazione o mancata partecipazione al lavoro, la conciliazione dei tempi di vita e lavoro, con particolare attenzione al rapporto del tasso di occupazione delle donne con figli o senza figli, sono aspetti che devono avere peso nella valutazione della qualità delle politiche. Perché impattano sul benessere collettivo e sulla sostenibilità.

Perché lavoro non può essere il solo profitto. Anche se il capitalismo questo ci ha insegnato.
Lavorare non solo per sopravvivere, ma per trovare uno scopo, un obiettivo. E ritrovare l’umanità anche sul posto di lavoro. Un incontro continuo tra diritti e doveri. Rispetto e dignità. Una relazione tra chi lavora e chi offre lavoro. Il punto è questo e lo ricorda nuovamente papa Bergoglio: “Il bene delle persone e il bene dell’azienda vanno di pari passo”.

Photo by Nadya Spetnitskaya on Unsplash

Ha fatto il giro del mondo e del web il caso Melegatti. Azienda che stava per fallire, mobilitazione dei dipendenti, proteste sui social. E poi loro, due dipendenti del gruppo che, nonostante tutto e senza percepire stipendio, hanno continuato ogni giorno a lavorare il lievito madre. Operai che meriterebbero un premio per la dedizione.
Ma ci sono anche imprenditori italiani che vanno oltre il mero profitto. Come Brunello Cucinelli che si è offerto di portare avanti il restauro del Monastero di San Benedetto e della Torre Civica di Norcia, dopo il terremoto del 2016. Scelta presa dopo aver ascoltato i suoi dipendenti e i loro desideri.
O il marchigiano Diego Della Valle distintosi per aver aperto uno stabilimento Tod’s ad Arquata del Tronto. Così da far ritornare la gente e dar loro un lavoro. Ma anche una prospettiva di vita.
Senza dimenticare tutti quegli imprenditori che fanno del welfare aziendale il primo obiettivo. Perché dipendenti felici sono dipendenti produttivi. La Ball Beverage di Novara offre 8 ore di permesso per curare gli animali domestici, ma anche un maggiordomo per fare piccole commissioni. La Rivit di Asiago paga rette e mense ai figli dei dipendenti per asili nidi e materne, oltre che dare bonus in caso di nascite e adozioni.
Vitavigor, azienda che da 60 anni produce grissini di alta qualità, ha ideato un programma di welfare aziendale di un anno insieme all’azienda svizzera Wintercare, mettendo a disposizione dei dipendenti un massofisioterapista e un massaggiatore sportivo abilitato, per sei prestazioni annuali per ogni dipendente.

Esempi che dimostrano come in Italia cresca il numero di aziende benefit,  aziende cioè che si pongono come obiettivo quello di rispettare alcuni standard e di migliorare la vita non solo dei loro dipendenti, ma anche della comunità in cui lavorano e dell’ambiente. Una realtà recente, nata nel 2006 negli USA, ma che si è presto diffusa in Italia. Le Bcorp registrate sono 2600 in più di 50 paesi del mondo e in 130 diversi settori.
Secondo i ricercatori di Harvard le aziende benefit sono il futuro e lo strumento che abbiamo per superare un modello di capitalismo che non è più sostenibile. Non lo è economicamente. Non lo è per l’ambiente, che risente di politiche e scelte disastrose. E non lo è umanamente, perché lede i diritti di ogni lavoratore.
Sì, anche i tuoi e i miei.

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Patrizia Chimera

Giornalista pubblicista di attualità e lifestyle. Spirito zen, curiosità innata, ama sempre mettere tutto in discussione


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