“L’edilizia è scollegata. Facciamo le case di riso, compostabili a fine vita” la startup Ricehouse

Tempo di lettura stimato: 3 minuti

La ferma convinzione che l’edilizia di oggi è scollegata dal’utente finale. La voglia di far riflettere sul fatto che benessere e impatto ambientale non incidono solamente nell’aria, nella natura e negli oggetti ed abitudini quotidiane. Ma anche, se non soprattutto, negli spazi fisici che viviamo, tutti i giorni, quasi la totalità delle ore. Ecco allora che gli scarti del riso diventano intonaci, rivestimenti, mattoni. Per trasformarsi poi in compost o pietra calcarea o essere bruciati a fine vita.

L’idea è dell’architetto Tiziana Monterisi, che con la sua startup Ricehouse, con base in Piemonte, lo scorso anno ha ricevuto vari premi nel campo della sostenibilità e quest’anno si è aggiudicata il titolo di migliore startup nell’ambito dell’economia circolare per poi vincere il premio di migliore startup dell’anno, alla ING Challenge, contest per giovani imprenditori ideato dal gruppo bancario ING.

Photo by TUAN ANH TRAN on Unsplash

Tiziana, siete partiti con la star up investendo da soli, senza l’ausilio di finanziatori. Perché non c’era sostegno o interesse?

La nostra è una startup innovativa, ma anomala. Tutto il progetto è nato prima, da tanti anni nel mondo dell’architettura. L’incubazione c’è stata all’interno dei miei lavori. In 15 anni ho deciso di rinunciare ai materiali chimici premiando i naturali. Era già un progetto embrionale, usavo già questi materiali nei miei piccoli cantieri. Ma volevo un prodotto capace di cambiare il mercato dell’edilizia, oggi insostenibile e inquinante. E poi 2 anni e mezzo fa l’idea si è concretizzata in progetto imprenditoriale.
Credo che i materiali che abbiamo messo a sistema, possano cambiare il mondo dell’edilizia.

Come siete strutturati?

Al coordinamento siamo in due soci: Il 40% è del mio compagno, geologo che coinvolgiamo spesso nelle fasi di ricerca e sviluppo. Oggi siamo pronti a far entrare nuovi soci e capitali per farci scalare.
Negli ultimi mesi abbiamo avviato procedure con possibili investitori al di fuori del mondo delle startup, ma interessate ad investire in progetti ed economie sostenibili.
Stiamo cercando di scalare il mercato di lingua tedesca (Germania, Austria, Svizzera) perché li riteniamo più pronti a percepire i materiali naturali. Ho sempre comprato da loro perché li considero più avanti rispetto al mercato italiano.
Stiamo anche guardando al mercato spagnolo dove cerchiamo collaborazioni; lì c’è una coltivazione di riso in quantità interessanti tali da poter attivare una produzione.

Lavora con un gruppo di 8 giovani. Siete sostenibili anche nella gestione del personale?

Ho un’attenzione prioritaria per chi lavora con noi, dipendenti e a Partita iva. C’è lavoro di squadra. Noi due soci, abbiamo sui 44 anni. I giovani che lavorano con noi sono architetti, intorno ai 30 anni. Quello che sono riuscita a fare con Ricehouse lo devo anche ai miei collaboratori.
Lo studio è parte di casa nostra. L’edificio non ha riscaldamento. Ha cappotto con paglia di riso. Il pranzo è offerto da noi. La cucina e la spesa sono messe a disposizione. Mangiamo insieme.
La struttura è una risorsa, nome che abbiamo anche registrato come marchio. Per noi identifica l’idea di casa sostenibile, non solo nelle mura, ma anche nel design, nei tessuti che riempiono la casa. Da uno scarto del riso stiamo cercando di produrre dei tessuti per l’arredamento.
Gli edifici come le case, le scuole, gli uffici, le palestre, sono la nostra terza pelle. L’edilizia tradizionale è scollegata. Manca il focus verso l’utente che è l’uomo. Il nostro sogno è quello di realizzare un’abitazione di riuso, negli oggetti e tessuti che la compongono.

Photo by Milivoj Kuhar on Unsplash

Lo scorso anno avete fatturato 70.000 euro coprendo i costi. I vostri clienti sono In Italia o all’estero ed imprese o privati?

Abbiamo coperto i costi dei collaboratori. Ho rinunciato al mio compenso per avviare il processo.
I clienti sono italiani. Il materiale è stato spesso richiesto dal progettista o dal cliente finale, non dall’impresa.
Ci piace ricordare un progetto in cui siamo stati coinvolti: la scuola realizzata a Pieve Torina, distrutta dal terremoto, inaugurata a dicembre 2018. La fondazione Francesca Rava ha donato i soldi necessari. Il progettista l’ha fatta tutta con materiali provenienti da Ricehouse.

I prodotti costano di più di quelli tradizionali. Questo surplus ricade sul consumatore o avete trovato una strategia differente?

I materiali che realizziamo costano circa la metà di altri materiali derivati da ingredienti naturali, come il sughero, ma hanno un costo maggiore rispetto a quelli con componenti chimici. Questo surplus ricade sul consumatore.
Ma le nostre soluzioni sono 100% naturali, senza formaldeide e compostabili a fine vita.
È il produttore di materiali chimici che dovrebbe pagare più tasse per lo smaltimento della lana di roccia o del polistirolo, che invece a fine vita paga il consumatore. I nostri materiali non hanno questo costo perché sono tutti compostabili.

I prezzi si abbasseranno grazie alle economie di scala. Un consiglio per i consumatori e le imprese per fare scelte che premiano sostenibilità ed economia circolare.

Non fermarsi all’apparenza del prezzo, ma prendere in considerazione i materiali di una filiera che usa elementi di scarto. Noi usiamo quello che non può essere utilizzato nella catena alimentare.

Aziende agricole forniscono e stoccano la materia prima, aziende di produzione realizzano le linee di prodotto. Fate tutto in zona, sostenendo l’economia locale?

Le aziende con cui collaboriamo sono tutte italiane, quelle per la materia prima tra Biella e la Lomellina (sotto Milano e Pavia); in aree differenti d’Italia realizziamo le nostre linee di prodotto: Vicenza, Modena, in Lombardia.
Scegliamo aziende che hanno esperienza nel campo, ma che hanno spazio per produrre con le nostre ricette.
Al risicoltore si dà l’opportunità di una nuova economia: paghiamo lo scarto, l’imballaggio e lo stoccaggio.
Nuova economia anche per chi realizza pannelli, che arricchisce così la linea di produzione.

Il nostro progetto si connette con molti goal dell’Agenda 2030.
Il nostro materiale con il goal salute e benessere, l’impresa è innovativa, votata all’economia circolare. Partiamo dal cibo per ridurre l’impatto ambientale e per realizzare città sostenibili.

Info: www.ricehouse.it

Tiziana Monterisi, Ricehouse

Altro dall’autore:

About Author

Monia Donati

Giornalista pubblicista, esperta in comunicazione e marketing, curiosa del mondo.


COMMENTA CON FACEBOOK




Lascia un commento

L'Inter torna convincente. Conte torna polemico - Fcinternews.it-Bollettino Coronavirus Italia: morti, contagiati, guariti del 29 Novembre. - AssoCareNews.it-Campania, De Luca prolunga didattica a distanza fino al 7 dicembre - Orizzonte Scuola-Tu si que vales, lo scherzo a Sabrina Ferilli finisce male. Il fuorionda choc: «Vaffanc***» - Leggo.it-Natale, cenone alle 19 (ma soltanto dopo il tampone). Coprifuoco alle 22 e baci sconsigliati - Il Messaggero-Tredicesime più leggere di tre miliardi: bollette e crisi Covid ridurranno i regali - Il Messaggero-Pirlo: “Ronaldo ha un problema, il motivo del riposo! Kulusevski? La Juve non è il Parma” - SOS Fanta-Recovery fund: ipotesi regia governo, Mef, Mise, 6 manager e task force - Il Messaggero-Striscia la Notizia spara sul Grande Fratello Vip: “Una tragedia enorme", grosso imbarazzo per Mediaset - Liberoquotidiano.it-Le manifestazioni in Francia contro la legge sulla sicurezza - Il Post
Top