Il bitcoin è un flop?

In evidenza

Patrizia Chimera
Giornalista pubblicista di attualità e lifestyle. Spirito zen, curiosità innata, ama sempre mettere tutto in discussione

Tempo di lettura stimato: 6 minutiBitcoin top o Bitcoin flop? Quando la criptovaluta è stata presentata nel 2009 doveva essere una rivoluzione. Doveva cambiare per sempre lo scenario economico internazionale. Doveva insidiarsi nelle nostre vite e nei nostri scambi. A distanza di 10 anni niente di tutto questo è avvenuto.  Anzi, i dati ci dicono che è stato solo uno specchietto per le allodole. Niente di serio. Niente di straordinariamente rivoluzionario e ribelle. Un flop, insomma.

bitcoin
Photo by Thought Catalog on Unsplash

Cosa sono i bitcoin

Il bitcoin è una criptovaluta. Cos’è una criptovaluta? Treccani la definisce come uno “strumento digitale impiegato per effettuare acquisti e vendite attraverso la crittografia, al fine di rendere sicure le transazioni, verificarle e controllare la creazione di nuova valuta“. Dei sinonimi sono denaro o moneta virtuale. Non esistono solo i bitcoin. Di criptovalute ne nascono di continuo come i funghi.
Questo sistema di pagamento mondiale è stato ideato nel 2009 da un certo Satoshi Nakamoto. Un nome inventato. Non si sa chi sia in realtà. Il termine bitcoin con la “b” minuscola indica la valuta in se. Con la “B” maiuscola il sistema tecnologico e la rete che stanno dietro alla criptovaluta.

Da tutti considerata al pari di una moneta reale, ma virtuale, per gli esperti si tratta più che altro di un sistema di scambio volatile. Non concreto. Non si può toccare con mano. Ma come si calcola il valore di un bitcoin? È dato dall’incontro tra domanda e offerta. A ottobre 2009 un dollaro  equivaleva a 1309 BTC. Il 17 dicembre 2017 un bitcoin valeva 20.000 dollari. Non c’è dunque un ente a monte che possa dare garanzie. I bitcoin vengono comprati da un miner o attraverso un exchange. Il prezzo di acquisto dipende quindi dal valore che ha sul mercato e anche dal prezzo stabilito dal miner . Esiste però un registro, la blockchain, che è condiviso, che non è modificabile e che traccia le transazioni in criptovalaute. Una sorta di rete che parte da un blocco, la radice, e poi si dirama attraverso altri blocchi o anelli che ne formano la catena. Bitcoin e blockchain non sono sinonimi. Bada bene a non confonderli. Il primo termine indica la criptovaluta. Il secondo tutto quel sistema di archiviazione, protezione e condivisione dei dati che è alla base dello scambio di bitcoin.
Se pensi ad un sistema come quello delle banche, sei fuori rotta. Qui le banche non c’entrano niente. Anche se cominciano a interessarsi a questo settore.

Ogni blocco di questa catena (la blockchain) processa una transazione. Si chiamano nodi i computer connessi alla rete di bitcoin che consentono di salvare ogni blocco e ogni suo aggiornamento. I miner verificano le nuove operazioni per la creazione di nuovi blocchi. I miner sono persone che permettono la transazione e il completamento di ogni nuovo blocco. A loro discrezione. Decidono loro quali transazioni inserire, anche considerando il loro tornaconto economico e scegliendo quindi transazioni che possono essere più proficue. Sono figure importantissime. Per poter però eseguire tutto questo procedimento e gestire moltissimi dati, c’è bisogno di un computer potentissimo in grado di fare calcoli complessi. O meglio, di una rete di computer. Che consumano energia. Molta energia. Troppa energia.

elettricita
Photo by NASA on Unsplash

I bitcoin sono un flop perché non sono sostenibili.

Ebbene sì. I bitcoin sono nemici dell’ambiente. Perché non sono sostenibili. Pensando alle criptovalute pensiamo a monete non tangibili e quindi pensiamo non possano far male all’ambiente. E invece ci sbagliavamo. Per produrre i bitcoin ci vuole tantissima energia.
Un dollaro in bitcoin viene realizzato utilizzando in media 19 Mega Joule di energia. 1 Joule vale 1 Watt per 1 secondo. Più del doppio dell’oro. Quattro volte più del rame (dati studio dell’Oak Ridge Institute di Cincinnati). Ogni giorno vengono usati 100 milioni di KWh per queste criptovalute. Una ricerca del 2018 ha svelato che i bitcoin consumano in un anno la stessa energia prodotta da un paese come l’Irlanda. Emettendo gas serra al pri di pasi come Sri Lanka e Giordania.
I calcoli ci dicono che se il consumo di energia richiesto per ogni bitcoin rimane così, tutta l’energia mondiale sarà consumata entro febbraio 2020.

C’è chi ha cercato di ovviare a questi e altri problemi creando una criptovalauta sostenibile, che potesse far bene all’ambiente. Già a partire dal nome stesso. Solarcoin è la valuta virtuale lanciata nel 2014 per incentivare la produzione di energia elettrica solare. Nel 2017 l’Italia era prima nello scambio. La quota del nostro paese rappresentava il 62% circa a livello mondiale, tra i 41 paesi del mondo dove sono stati assegnati. Sapete chi è stato il primo in Italia a chiedere solarcoin? Un allevamento di bufale a Pumenengo, a marzo 2014. Chi ha un impianto solare o fotovoltaico può richiederli seguendo una procedura o partecipando anche a campagne di crowdfunding.
Cosa ce ne facciamo poi dei solarcoin? Pare ci sia la possibilità di pagare bollette di energia elettrica a fornitori francesi. O scambiarli con altre criptovalute, azzerando però così l’impatto ambientale minimo che i solarcoin producono.

bitcoin
Photo by hawksky on Pixabay

Ma i bitcoin sono un flop anche in un altro senso.

Nel senso che non hanno rivoluzionato l’economia mondiale come avevano promesso 10 anni fa.
Ormai il bitcoin è grandicello, avrebbe dovuto dare i suoi frutti. Ma non lo ha fatto.
Nel 2016 c’è stata una vera e propria febbre da bitcoin, con la moneta digitale che è arrivata a valere 19mila dollari. Poi la criptovaluta ha subito alti e bassi vertiginosi, che hanno portato a pensare a speculazioni in campo finanziario che potevano mettere a rischio le transazioni. Nel 2017 il 46% delle 902 ICO fatte in quell’anno è fallito. La ICO, Initial Coin Offering, è un’offerta di moneta iniziale associata a una blockchain, per garantire la sicurezza delle transazioni. È una sorta di crowdfunding nel settore finanziario per ottenere soldi necessari per lanciare una criptovaluta. La maggior parte di queste ICO, poi, non ha raggiunto i 10 milioni di dollari di finanziamenti. Doppio flop.

Nouriel Roubini ha definito le criptovalute come la più grande bolla speculativa della storia. E se lo dice chi aveva predetto la crisi del 2007-2008 forse un po’ di attenzione dovremmo dargliela. Attenzione, però. Le criptovalute sono in crisi. Ma non la blockchain, il sistema che sta alla base del loro funzionamento. Sistema che non è sinonimo di bitcoin, come spiega Erika Buzzo in questo interessante articolo di approfondimento, che ci illustra come questo sistema è usato anche in altri ambiti e da aziende davvero importanti. Se le criptovalute oscillano tra alti modesti e bassi vertiginosi, il sistema della blockchain macina chilometri, con un tasso di crescita europeo annuo del 66,6%.

I tentativi di portare le criptovalute nella vita reale e non solo nelle transazioni di broker sono molti. Alcuni decisamente fallimentari. Il comune di Chiasso ha provato a convincere i suoi cittadini a pagare le tasse in bitcoin. Risultato: solo uno ha aderito.
A Torino a fine dicembre 2017 ha aperto il primo negozio in cui si può pagare in bitcoin. Ma nella città sabauda si comprano così anche le case.
C’è anche da dire che c’è chi è diventato milionario con i bitcoin. La storia dei fratelli Winklevoos(quelli di Facebook) ti dice niente? Ma c’è anche chi ha perso 150 milioni di dollari perché nessuno conosceva la password per accedere alla piattaforma. E alla morte di Gerald Cotten nessuno poteva entrarci.

Tante possibilità, tanti buoni propositi, ma poche certezze, ancora. Senza dimenticare il pericolo hacker, che nel caso di criptovalute non è mai da sottovalutare. Brad Garlinghouse, amministratore delegato di Ripple, sottolinea che i bitcoin sono un po’ come Napster, uno dei più famosi siti di file sharing che ci ha permesso di scaricare musica e film e che oggi esiste ancora. Ma è a pagamento. E non è più famoso come nel 2000. Perché sono arrivati altri servizi che funzionano meglio. Come SpotifyiTunes della Apple. La tecnologia c’era, l’intuizione di aver creato un servizio utile per gli utenti finali anche. Ma la soluzione proposta a questi ultimi non raggiungeva i bisogni reali degli utenti stessi. Per questo è fallita. La tecnologia è utile se risolve un problema in modo efficace ma anche veloce. Napster non lo faceva. Spotify sì. Ed è per questo che i bitcoin, secondo il CEO, sono un flop.

People talk about using bitcoin to buy coffee. The average bitcoin transaction can take as much as 20 minutes. And the transaction cost is going to double the price of your coffee.
La gente parla dell’uso di bitcoin per comprare il caffè. La transazione bitcoin in media può richiedere fino a 20 minuti. E il costo della transazione raddoppierà il prezzo del tuo caffè.

Il gioco non vale la candela. Certo, criptovalute più snelle, veloci, meno complicate potrebbero aiutare. Ma al momento non soddisfano quello che davvero ci serve.

Il 2019 sarà l’anno della riscossa?

Gli esperti puntano tutto sul nuovo anno. Brian Kelly, fondatore di BKCM, è fiducioso sul futuro del bitcoin. Sta attraversando una bolla. Ma non è una cosa negativa, secondo la sua analisi, perché il sistema risolverà i suoi problemi. Sta solo percorrendo la sua fase adolescenziale in cui deve capire che strada affrontare.
Spencer Bogart (Blockchain Capital) sostiene addirittura che il 2018 è stato un anno eccezionale.
Nonostante la contrazione nel mercato, registrata soprattutto per i bitcoin, che ha fatto pensare ad una speculazione, trasformatasi di fatto in perdite davvero importanti per il valore della criptovaluta.

Restiamo in attesa degli sviluppi di quest’anno augurandoci però anche un ripensamento in termini ambientali. L’energia non è eterna. E non possiamo sprecarla tutta con valute che valgono più dell’oro e del rame.

Altro discorso, invece, merita la blockchain. Una tecnologia all’avanguardia che dovrebbe essere sfruttata di più per tutte le potenzialità che ha. Da parte di aziende lungimiranti, che hanno voglia di mettersi in gioco e sfidare il futuro. Senza dimenticare mai l’ambiente, però. Per trasformare quello che è considerato un flop in un’opportunità di crescita. Perché a volte le idee migliori nascono da clamorosi fallimenti che obbligano a ripensare, a ricalcolare, a rimettere in gioco varianti che si erano date per scontate.

scacchi
Photo by worldspectrum on Pixabay

Global coin, la moneta di Facecbook

Nel 2020 anche Facebook invaderà il mondo delle valute digitali. Anche se Mark Zuckerberg ha già fatto sapere che non sarà solo digitale.
Sarà una vera e propria moneta pensata per i due miliardi e mezzo di utenti che usano Facebook, Whatsapp e Instagram. Non sarà gestita da banche o enti centrali, ma da una rete decentrata, Libra, una start up registrata a Ginevra il 2 maggio scorso, insieme ad altri partner. A lavorarci da tempo è un team capitanato da David Marcus, ex presidente di Paypal.
Global Coin sarà una criptovaluta con valore ancorato al dollaro. Per il fondatore di Facebook “scambiarsi i soldi deve diventare facile come mandarsi una foto”. Tutti devono poter avere diritto a scambiarsi soldi ed effettuare pagamenti, anche chi ha un conto corrente in banca.

- Pubblicità -spot_img