Donare il cibo e la speranza: ecco come la spesa sospesa ha preso piede in Italia

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Luigi Di Fonzo
Luigi Di Fonzo
Direttore responsabile. Giornalista professionista, poeta, saggista, esperto di musica pop-rock, ama leggere e viaggiare. Due azioni complementari: spesso grazie alla lettura viaggia anche se è a letto e spesso legge mentre è in viaggio. Colleziona fumetti, in primis quelli di Andrea Pazienza e Hugo Pratt.

Tempo di lettura stimato: 4 minutiÈ Pasqua. E tra i tanti macigni che opprimono la festa della resurrezione di Cristo c’è la consapevolezza che tante persone – colleghi, amici, vicini di casa, parenti, sconosciuti – stanno vivendo un grave periodo di crisi. Un periodo caratterizzato da tre povertà: povertà economica, relazionale, culturale. La perdita del lavoro ha comportato la povertà economica. Le restrizioni causate dalla pandemia hanno portato solitudine e povertà relazionale. La chiusura di musei, cinema, biblioteche e, in parte, anche delle scuole non poteva che comportare un impoverimento culturale. E di queste tre povertà, nessuno di noi può dire di non viverne almeno una. Ma proviamo a immaginare come stanno le persone che stanno vivendo tutte e tre le povertà. In questo momento è possibile aiutarle almeno in un modo.

Spesa sospesa, spesa sociale, spesa solidale

Mutuata dal Banco Alimentare, l’idea di “spesa sospesa” per aiutare singoli e famiglie sempre più in difficoltà a causa della pandemia ha radici profonde, che troviamo nell’attività di associazioni e parrocchie. In ogni caso la pandemia ha moltiplicato queste iniziative, coinvolgendo associazioni, gruppi di amici, parrocchie, aziende e istituzioni. C’è chi si preoccupa di mettere nei carrelli dei supermercati i prodotti di largo consumo a disposizione di chi non può fare la spesa, e chi invece la spesa la porta direttamente a casa. Tra le centinaia di iniziative messe in campo in Italia (e tra queste, nel primo periodo della pandemia, vanno ricordate anche il “pane solidale” a Napoli, a Bari e in altre città), i404 ne ha scelte tre, sicuramente le più rappresentative del vasto panorama della solidarietà nei confronti di chi ha difficoltà anche a prepararsi un pasto al giorno.

Foto di Myriams-Fotos da Pixabay

La spesa sospesa a Colleferro

È il 27 marzo 2020 quando Vito Zarrillo, bancario di 49 anni residente a Colleferro, comune di 21 mila abitanti della città metropolitana di Roma, decide con l’aiuto della sorella Marilena di aiutare le persone che hanno problemi a procurarsi un pasto. In una piccola comunità come quella di Colleferro è facile che, per dignità o vergogna, chi ha bisogno non si rivolge neanche al centro Caritas. Per questo non era affatto scontato il successo straordinario ottenuto dall’iniziativa. «La situazione che si è creata dopo il primo lockdown non mi faceva stare tranquillo. Ho capito subito che erano tante le persone in difficoltà nel nostro paese», racconta Zarrillo. «Ho iniziato aprendo una pagina Facebook dove ho messo il logo dell’iniziativa con lo slogan “Chi può metta, chi non può prenda”, e qualche foto di dove erano presenti i carrelli con questo cartello. L’invito che ho rivolto non è stato quello di donare soldi, ma di donare la spesa. So bene che quando girano i soldi le persone non si fidano. Così invece, ognuno è  libero di donare quello che può a chi ne ha bisogno. Devo dire che i commercianti sono stati favolosi, e alla spesa alimentare mano a mano si sono aggiunti altri doni, come ad esempio il buono gratuito del parrucchiere per taglio, colore e messa in piega, oppure la madre che dona i vestiti dei figli diventati grandi, o addirittura la famiglia che ha messo a disposizione tutti i mobili della cameretta per bambini. Le persone interessate a queste donazioni pubblicizzate sulla pagina Facebook “Spesa Sospesa” poi contattano in privato il donatore e si mettono d’accordo. La pagina Facebook ora conta 2.200 follower, e praticamente ognuno di loro ha donato qualcosa. Quante sono le persone che abbiamo assistito? Impossibile contarle».

La spesa umana nel quartiere NoLo di Milano

Alberto Andreetto, 34 anni, è un interaction designer che vive nel quartiere NoLo di Milano, dove NoLo sta per “North of Loreto”, il quartiere a nord est del centro meneghino. Un quartiere considerato un po’ la nuova Soho, che da zona degradata e di spaccio si è trasformata in un quartiere vissuto non solo da afroamericani e immigrati, ma anche da studenti universitari, creativi e sede di start up. Anche Alberto ha avuto l’idea di spesa sospesa lo scorso anno, quando ha visto conoscenti che avevano perso il lavoro già dal primo giorno, e che prima o poi, forse, avrebbero ricevuto la cassa integrazione. «Così un giorno ho scritto un post sulla pagina facebook di NoLo Social Disctrict “se qualcuno avesse bisogno di una spesa, glie la faccio e glie la porto”». Alberto è stato contattato immediatamente da decine di persone, ma quasi tutte avevano l’intenzione di donare. Anche in questo caso però la decisione di evitare il contatto con i soldi è stata immediata, e così il nostro designer è diventato il punto di riferimento per unire domanda e richiesta. «Ho semplicemente messo in contatto chi aveva bisogno della spesa con chi voleva donarla», ha dichiarato Andreetto in una bella intervista pubblicata dal blog “Effetti Personali”. «In questo modo la spesa è diventata più “umana”, perché mentre le associazioni devono pensare a centinaia di persone, e quindi si preoccupano di acquistare i beni di prima necessità, come pasta, farina, zucchero e olio, la spesa umana è fatta in base alla necessità della famiglia o della persona. E magari chi fa la spesa da donare acquista anche prodotti di qualità, oppure qualcosa in più come l’uovo di Pasqua per i bambini».

Il logo della spesa sospesa a Colleferro

E c’è anche il business indirizzato al food sharing

C’è chi invece i soldi li raccoglie eccome, come l’organizzazione di solidarietà Spesasospesa.org, «un business model innovativo di food sharing for charity che coinvolge pubbliche amministrazioni e organizzazioni no profit», come spiegano sulla pagina Facebook gli ideatori Davide Devenuto e Serena Rossi. La loro organizzazione è riuscita a coinvolgere partner importanti come Sorgenia e la piattaforma Regusto, che si avvale della blockchain “Foodchain” per tracciare i flussi dei prodotti e seguire il trasferimento dei beni alimentari dai supermercati e dalle aziende durante tutto il loro percorso. In questo caso la raccolta di donazioni, che avviene attraverso il sito e che attualmente ha raggiunto quota 761.572 euro, ha un doppio scopo: quello di aiutare le persone in difficoltà attraverso l’intervento delle organizzazioni presenti sul territorio e, allo stesso tempo, di sostenere le aziende in difficoltà acquistando i loro prodotti. Il passaggio di denaro avviene attraverso l’intermediazione della famosa organizzazione Charity Stars che, come spiegato ufficialmente sul suo sito italiano, garantisce che almeno il 72% della donazione finirà sul conto dei beneficiari. Trasparenza e organizzazione a caro costo, insomma, ma i risultati ottenuti sono certamente ottimi, visto che non si tratta di intervenire su un quartiere o in un paese, ma sull’intero territorio nazionale. E tra l’altro, grazie alle garanzie di questo sistema, le donazioni arrivano anche dall’Australia.

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